
Viterbo Fontana Grande nel 1880 (Archivio Mauro Galeotti)
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - prima parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - seconda parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - terza parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - quarta parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - quinta parte
C'è necessario invece dedicare qualche parola alle fontane: è troppo noto l’antico motto che dice Viterbo la città delle belle donne e delle belle fontane! Se la prima parte del proverbio risponda pur oggi a verità, domandatene ai giovani; io ormai...!
Quanto alle fontane, ch’esse siano belle non v'ha dubbio. Belle e caratteristiche !! Le più antiche si conservan fedeli ad un tipo. Anzi, chi le esamini superficialmente, sembrano affatto identiche fra di loro.
Quanto alle fontane, ch’esse siano belle non v'ha dubbio. Belle e caratteristiche !! Le più antiche si conservan fedeli ad un tipo. Anzi, chi le esamini superficialmente, sembrano affatto identiche fra di loro.
Una larga vasca circolare; nel mezzo s’eleva una colonna che s’allarga in una panciuta mezza botte, dai cui fianchi s’affacciano teste di leoni ringhianti: invece del ruggito è un fresco zampillo che n’esce, per cader a spezzar mormorando lo specchio nitido dell’acqua. Sulla botte, a chiusura, un tronco di cono o di piramide terminato in un fiore più o meno perfettamente stilizzato. Insomma, chi volesse esprimersi un po’ burlescamente, un fuso o meglio una conocchia piantata nel mezzo di una ciambella!
Molto s’è discusso sull’età di queste fontane. Non mancò chi volle trovare in esse un tipo etrusco, e le considerò come le più antiche dimore delle Driadi cittadine d’Italia; più modestamente altri le attribuì al periodo longobardo (e che non fu detto longobardo tra noi!); altri anche meno ardito le reputò del nono e del decimo secolo.
Molto s’è discusso sull’età di queste fontane. Non mancò chi volle trovare in esse un tipo etrusco, e le considerò come le più antiche dimore delle Driadi cittadine d’Italia; più modestamente altri le attribuì al periodo longobardo (e che non fu detto longobardo tra noi!); altri anche meno ardito le reputò del nono e del decimo secolo.
Dopo quanto dicemmo già sulle origini della città, non è chi non veda come anche questi le invecchino troppo. Noi abbiamo del resto un punto fermo, sul quale ci è relativamente agevole dare alla serie una datazione approssimativa. Negli statuti compilati intorno all'anno 1252, si concede licenza agli abitanti del rione di S. Faustino di costruirsi una fonte. É quella, che anche oggi si innalza nel mezzo della piazza.
Ora chi metta a confronto la fontana di S. Faustino con le altre di tipo simile della Morte, della Crocetta, non può dubitare un istante: quella di S. Faustino più elegante, più slanciata, più fine, specialmente nelle teste di leone concepite con una certa forza e con notevole maestria scolpite, è frutto di un’educazione artistica più perfetta, è monumento di un'arte meglio evoluta.
Ora chi metta a confronto la fontana di S. Faustino con le altre di tipo simile della Morte, della Crocetta, non può dubitare un istante: quella di S. Faustino più elegante, più slanciata, più fine, specialmente nelle teste di leone concepite con una certa forza e con notevole maestria scolpite, è frutto di un’educazione artistica più perfetta, è monumento di un'arte meglio evoluta.
Le altre sono più tozze nelle proporzioni, più rozze e più deboli nella parte plastica. Non V'ha dubbio, la fontana di S. Faustino è la più giovane della serie ma la differenza non è tanto grande che possano correrci secoli di mezzo; cinquanta, sessanta anni appena: proprio quelli però in cui Viterbo aveva lo scoppio della sua magnifica virilità.
Sicchè, per me almeno, le prime fontane a fuso, quelle della Morte e della Crocetta, possono risalire al massimo alla fine del secolo XII o ai primi anni del seguente.
A codesto primo e più antico gruppo seguono altre due fontane, quella del palazzo papale e quella Grande.
La fonte papale, a prima vista, si distacca dal solito tipo. Dal mezzo della vasca inferiore sorge come sempre una colonna; ma sopra al basso capitello con cui questa si chiude, si allarga una capace conca ornata di baccelli ondulati, di mezzo ai quali sporgono otto teste di leoni portanti le fistule.
A codesto primo e più antico gruppo seguono altre due fontane, quella del palazzo papale e quella Grande.
La fonte papale, a prima vista, si distacca dal solito tipo. Dal mezzo della vasca inferiore sorge come sempre una colonna; ma sopra al basso capitello con cui questa si chiude, si allarga una capace conca ornata di baccelli ondulati, di mezzo ai quali sporgono otto teste di leoni portanti le fistule.
Sormonta oggi alla tazza un cippo scolpito, che doveva condurre il getto terminale; ma il cippo è assai posteriore. Mentre la conca appartiene alla prima costruzione fatta da Visconte Gatti nel 1268, il cippo è di circa tre secoli dopo, come dicono gli stemmi che vi furono scolpiti.
Fontana Grande è la più celebrata tra le fonti viterbesi. La grandiosità della costruzione, la originalità della forma, Vl eleganza e l’ardimento le conferiscono una fisonomia tutta propria, ne giustificano il nome odierno, come permisero la fantastica etimologia dell’antico.
Fontana Grande è la più celebrata tra le fonti viterbesi. La grandiosità della costruzione, la originalità della forma, Vl eleganza e l’ardimento le conferiscono una fisonomia tutta propria, ne giustificano il nome odierno, come permisero la fantastica etimologia dell’antico.
Si chiamava allora Sepàli; nome che i compiacenti eruditi dissero volesse significare sine pari. E certo chi pensa che una mole così potente e pur così fine ed armonica, di una semplicità così elegante, di una così grande sicurezza di proporzioni, di scomparti, frutto di una feconda abilità nel comporre insieme motivi e linee a prima vista discordanti, torreggiava tra le basse case dello scorcio del secolo tredicesimo, e prodigalmente dispensava dal triplice ordine di tazze le fresche purissime linfe, non può rimproverare i viterbesi se la prediligevano e la consideravano mirifice facta e supremo loro orgoglio.
Lontano ne volava la fama, e fin sui colli e per le valli di Toscana molti anni più tardi il popolo cantava alle sue belle:
E sete la più bella mentovata,
più che non è di maggio rosa e fiore,
più che non è d’Orvieto la facciata
e di Viterbo la fonte maggiore!!
L’influsso suo doveva sentirsi profondamente in ogni altra costruzione similare dei tempi seguenti. La «Fons Sepàlis» pur conservando la possente membratura romanica, nelle cornici, nei fogliami, nello slancio costruttivo e soprattutto nella cuspide terminale era schiettamente gotica; e schiettamente gotica è la fontana di Pianoscarano.
Fu costrutta nel 1367, dopo che era andata in pezzi un’altra nello stesso luogo in occasione che mette il conto di ricordare. Era in Viterbo papa Urbano V, reduce da Avignone; alcuni familiari del maresciallo papale si permisero lavare nella fontana un cagnolino, ne seguì diverbio coi popolari e si venne alle mani.
E sete la più bella mentovata,
più che non è di maggio rosa e fiore,
più che non è d’Orvieto la facciata
e di Viterbo la fonte maggiore!!
L’influsso suo doveva sentirsi profondamente in ogni altra costruzione similare dei tempi seguenti. La «Fons Sepàlis» pur conservando la possente membratura romanica, nelle cornici, nei fogliami, nello slancio costruttivo e soprattutto nella cuspide terminale era schiettamente gotica; e schiettamente gotica è la fontana di Pianoscarano.
Fu costrutta nel 1367, dopo che era andata in pezzi un’altra nello stesso luogo in occasione che mette il conto di ricordare. Era in Viterbo papa Urbano V, reduce da Avignone; alcuni familiari del maresciallo papale si permisero lavare nella fontana un cagnolino, ne seguì diverbio coi popolari e si venne alle mani.
La rissa degenerò in rivolta; tutta la città andò in armi; cardinali e prelati furono insultati e feriti, onde Urbano chiamò dall’Umbria e dal Patrimonio truppe contro Viterbo. Sbollite le ire, i Viterbesi chiesero per- dono e per mostrare il loro pentimento distrussero la innocente fontana. Ciò non tolse che il papa facesse prendere quanti più potè dei cittadini ribelli e impiccarli. dinanzi alla dimora sua e a quelle dei cardinali!
Solo qualche tempo dopo risorgeva la fontana: la quale, se in apparenza si tiene più stretta alla tradizione viterbese che quella del Sepàli, nell’ ornamento, nella figurazione dei leoni uscenti di sotto gli archetti trilobati, nelle proporzioni ne è forse più lontana. Mentre nelle fontane del primo dugento pare di scorgere un notevole distacco tra la mezza botte e la piramide o il cono che le sormonta, qui v'ha un insieme organico fusiforme.
Solo qualche tempo dopo risorgeva la fontana: la quale, se in apparenza si tiene più stretta alla tradizione viterbese che quella del Sepàli, nell’ ornamento, nella figurazione dei leoni uscenti di sotto gli archetti trilobati, nelle proporzioni ne è forse più lontana. Mentre nelle fontane del primo dugento pare di scorgere un notevole distacco tra la mezza botte e la piramide o il cono che le sormonta, qui v'ha un insieme organico fusiforme.
La guglietta è naturale continuazione del cippo esagonale su cui poggia. Evidentemente sono usciti tutti e due insieme dalla fantasia e dalla mano dell’ artista. Le vecchie fontane invece non furono forse in origine senza cuspidi? Non furono queste aggiunte sotto l’esempio di Fontana grande e di questa di Pianoscarano?
Non mancherebbero argomenti e confronti ad avvalorare l’ipotesi.
Comunque la loro forma resta profondamente caratteristica, nè saprebbe indicarsi donde a noi provenisse. So bene che alcuno vorrebbe trovarne il prototipo nelle fontane della Svizzera tedesca e in special modo in quella di Berna. Ma in realtà queste null’altro sono che colonne sormontate da statue, e sorgenti di mezzo a un bacino; non conche, non tazze, nè guglie come a Viterbo. E poi la più antica di esse è di circa trecento anni posteriore alla più giovane delle nostre!
Meno caratteristiche, non certo meno belle, le fontane dei secoli seguenti. Quella fatta scolpire da Alessandro Farnese, con fiori e foglie che paion modellati col fiato; quella maestosa della Rocca, eccellente prova del genio fecondo ma un po’ scenografico di Iacopo Barozzi da Vignola e della abilità costruttiva del viterbese maestro Danese de Cecco; quella del palazzo comunale disegnata dal pittore viterbese Filippo Cavarozzi nel seicento, alla quale cresce incanto il poter profilare sul puro cielo, sopra il doppio ordine delle tazze rotondeggianti, gli agilissimi corpi dei leoni rampanti sulla palma, geniale riduzione dello stemma cittadino; quella di piazza delle Erbe, opera anche essa del Cavarozzi, su cui seggono i leoni di Pio Fedi, appoggiati alla leggendaria palla col fatidico FAVL: un pò pesante e sovrabbondante, un po’ barocca, ma anch’essa non priva di pittoresca bellezza.
Tutta una lunga teoria insomma, quale difficilmente potreste incontrare in altra città d’ Italia, fosse ancora tra le maggiori; una prodigalità di acque zampillanti, cadenti, che dà un senso di nettezza e di fresco an- che nei giorni più afosi, e mette una nota di vita an- che nelle ore più silenziose della notte, aiutando l’anima pensosa ad aprire «l’ale bianche dei sogni»; una abbondanza di visioni belle da giustificare interamente la fama consacrata dal detto secolare.
Comunque la loro forma resta profondamente caratteristica, nè saprebbe indicarsi donde a noi provenisse. So bene che alcuno vorrebbe trovarne il prototipo nelle fontane della Svizzera tedesca e in special modo in quella di Berna. Ma in realtà queste null’altro sono che colonne sormontate da statue, e sorgenti di mezzo a un bacino; non conche, non tazze, nè guglie come a Viterbo. E poi la più antica di esse è di circa trecento anni posteriore alla più giovane delle nostre!
Meno caratteristiche, non certo meno belle, le fontane dei secoli seguenti. Quella fatta scolpire da Alessandro Farnese, con fiori e foglie che paion modellati col fiato; quella maestosa della Rocca, eccellente prova del genio fecondo ma un po’ scenografico di Iacopo Barozzi da Vignola e della abilità costruttiva del viterbese maestro Danese de Cecco; quella del palazzo comunale disegnata dal pittore viterbese Filippo Cavarozzi nel seicento, alla quale cresce incanto il poter profilare sul puro cielo, sopra il doppio ordine delle tazze rotondeggianti, gli agilissimi corpi dei leoni rampanti sulla palma, geniale riduzione dello stemma cittadino; quella di piazza delle Erbe, opera anche essa del Cavarozzi, su cui seggono i leoni di Pio Fedi, appoggiati alla leggendaria palla col fatidico FAVL: un pò pesante e sovrabbondante, un po’ barocca, ma anch’essa non priva di pittoresca bellezza.
Tutta una lunga teoria insomma, quale difficilmente potreste incontrare in altra città d’ Italia, fosse ancora tra le maggiori; una prodigalità di acque zampillanti, cadenti, che dà un senso di nettezza e di fresco an- che nei giorni più afosi, e mette una nota di vita an- che nelle ore più silenziose della notte, aiutando l’anima pensosa ad aprire «l’ale bianche dei sogni»; una abbondanza di visioni belle da giustificare interamente la fama consacrata dal detto secolare.
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