Il card. Raniero Capocci 

La storia di Viterbo per Pietro Egidi - prima parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - seconda parte

Questa arte romanica dominò incontrastata nelle nostre contrade per tutto il secolo dodicesimo e pei primi anni del decimoterzo, nelle costruzioni civili come nelle religiose, sebbene in queste avesse campo di meglio affermarsi, per ragioni intuitive che sarebbe superfluo qui ricordare.

Dominò incontrastata, fino a creare il suo maggior monumento viterbese: la Cattedrale. Chi la guardi superficialmente, non riconosce in lei la sorella maggiore delle altre chiese viterbesi: ma la facciata fu rifatta, disgraziatamente, sulla fine del 500 da un architetto, educato certo alla scuola del Vignola; il campanile a metà del trecento fu trasformato secondo i dettami dell’arte gotica, e solo a stento, osservando davvicino, si scorge nel primo. ripiano la antica costruzione mascherata dalla nuova; l'interno fu rovinato nella fine del seicento, occultando il tetto, ottimamente dipinto, con le inornate volte, e sfondando |’ antica abside per costruire lo sproporzionato lunghissimo presbiterio.

Le mediocri pitture che il Passeri vi affrescò, non ci possono compensare davvero dell’armonia della chiesa distrutta e della severa grigia nudità del peperino perduta!
Ma l’ossatura della antica chiesa è visibile ancora nei fianchi esterni e nelle absidi minori, stupidamente mascherate all’interno; e testimoni della antica bellezza restano ancora le sculture dei ventiquattro capitelli e parte del pavimento a mosaico tricolore.

Soprattutto i capitelli! L’uno dall'altro disformi, sebbene due a due assai simili; alcuni imitanti gli esemplari classici (tanto che non mancò chi li ritenesse opera romana), altri medievali di concezione e di forme. I primi ornati di foglie d’acanto o di cardo, ricchi di cauletti arricciati; gli altri avvivati da paurosi mostri: sfingi alate, leoni deformi, delfini fantastici; tutti scolpiti con straordinaria finezza. Chi ricordi i capitelli di S. Maria in Toscanella troverà che questi han con essi stretta parentela.

Più stretta l'hanno con quelli di S. M. Nuova: alcuni ne sembrano quasi una ripetizione; ma questi della cattedrale hanno più vivo rilievo, una ricchezza maggiore d’ornato e soprattutto sono eseguiti con una abilità tecnica più perfetta, con un sentimento d’arte più intenso, con un senso del pittoresco più profondo; sì da dover essere annoverati tra le cose più perfette del cadere del secolo decimo secondo. Gli uni e gli altri appartengono alla stessa tradizione, alla stessa scuola; ma là ne scorgiamo la prima affermazione, qui la più perfetta manifestazione.

Vaneggia chi pensa attribuire questo tempio all’età longobarda, o anche solo al principio del secolo undecimo. È contro di lui non solo la ragione dell’arte, ma anche quella storica. Fino allora, lo vedemmo, Viterbo era piccolo castello, nè poteva esservi bisogno di gran chiesa: bastava la piccola pieve che esisteva “già dal secolo ottavo. Ma quando, dopo compiuta la unione coi borghi, la città cominciò a far sentire la sua forza nelle contrade, e profittando della protezione
 del Barbarossa estese su quelle il prepotente suo dominio; quando, divenuta una dei più forti fattori della vita nella provincia, fu accarezzata da papi e da imperatori; quando, distrutta Ferènto, dominate Vetralla, Barbarano, Vallerano, Vignanello e tutte le campagne su pei due lati del Cimino e le altre giù fino presso al lago di Bolsena, si sentì la più potente della regione, libera da ogni dominio politico, che non fosse quello più nominale che reale del Papa e dell'impero; quando ottenne d’esser liberata dalla soggezione religiosa di Toscanella e d’esser posta alla pari con questa, divenendo anch’essa sede di cattedra vescovile; allora la piccola pieve più non bastò; allora fu costruita la nuova cattedrale, che potesse sostenere vittoriosamente il confronto col S. Pietro di Toscanella.

Il vescovato di Viterbo fu istituito nel 1192: intorno a quell’anno dovette essere innalzata la cattedrale, la quale, per me, chiude degnamente le costruzioni di vera arte romanica nella nostra città. Le altre che or ora vedremo, hanno tutt'altro carattere, appartengono ad altra maniera d’arte, che vittoriosamente si sovrappone alla vecchia, e con la abbondanza e la bellezza delle sue opere la fa quasi dimenticare, la oscura quasi del tutto e dà il lineamento dominante e caratteristico alla città; quello che ne determina oggi la sua individuale fisonomia. Tutto ha un sapore nuovo, un. sapore non cittadino, non italiano anzi: tutto è pervaso dal sentimento dell’arte francese!

Può parere strana questa improvvisa fioritura di arte straniera; e invece forse non v'ha luogo in cui sia più facile trovarne la ragione, in cui sia più visibile il cammino che tenne.
Nel 1209 un gruppo di monaci francesi prese stanza a sei chilometri della città, nell’abbazia di S. Martino, sul fianco del monte Cimino. Erano benedettini della regola cistercense; dell'ordine, che dopo essersi diffuso largamente nella Francia, soprattutto per merito di Bernardo di Chiaravalle, era penetrato in Italia da qual- che decennio, prendendo dimora a Fossanova, a Chiaravalle, a Casamari.

Quel che facevano dovunque si fermavano, questi monaci fecero tra noi. Si costruirono una dimora secondo i canoni del loro ordine; canoni precisi non solo intorno alla pianta dell’edificio, ma anche intorno alla maniera d’ arte onde costruirlo. Ovunque si stabilirono, i cistercensi ripeterono nella disposizione e nella costruzione le abbazie in cui l'ordine aveva avuto primo asilo: Citeaux, La Ferté, Clairvaux, Pontigny; e poichè in esse i fondatori avevan fatto uso d’un gotico piuttosto nudo e pesante, il gotico borgognone, dovunque essi andarono, importarono questo stile architettonico, che prese appunto perciò anche il nome di cistercense.

I nuovi ospiti di S. Martino venivano da Pontigny, e cercarono di riprodurne la forma sul fianco del Cimino. La costruzione della grandiosa abbazia, durata parecchie diecine di anni, promossa, come pare, dal più grande dei Viterbesi di quel tempo, il cardinale Raniero Capocci (anch’esso cistercense), favorita dai cardinali più illustri: Egidio Torres, Giovanni Gaetano Orsini (quello che fu poi papa Nicolò III), e aiutata dai pontefici con elargizioni ed indulgenze, non poteva non influire grandemente sull’arte cittadina.
Nè il momento poteva essere più opportuno.

Proprio in quegli anni si svolgeva la virilità di Viterbo; virilità attiva, industre, fortunata, gloriosa quasi sempre, eroica in qualche momento. Nei primi del se- colo la città, forte di largo contado e di numerosi castelli soggetti, aveva cominciato a contendere, nè sempre senza fortuna, con Roma, rifiutandosi di riconoscere l’autorità del Senato. Poi aveva ospitato papa Innocenzo III, e sebbene dalla sua bocca fosse ammonita «che non fidasse di cherica rasa», gli era rimasta fedele anche ai giorni delle angustie, soffrendo con animo saldo le durezze dell’assedio postogli intorno da Ottone quarto.

E nei decenni seguenti, durante lo accanito duello tra i papi e Federico secondo, la giovanile forza del comune fu ricercata e desiderata dall'uno e dall'altro contendente, poichè dentro la sua cinta murata, di anno in anno sempre più completa e munita, si raccoglieva una popolazione fitta e valorosa, che la rendeva arbitra di tutta la contrada.

«O Viterbium!.. iam es clipeus durissimus et fortissimus et quicumque te portat in bellum, victorie partem tenet. O Viterbium! cum quiescis, tota contrada quiescit, et cum molestaris, tota molestatur contrada;» gridava il suo cronista a metà del secolo: «O Viterbiuml iam es clavis que per totam contradam portam pacis et guerre pandis!».

Di questa chiave si fece padrone Federico II, profittando delle inimicizie profonde che dividevano la città appresso alle principali sue famiglie: Gatti, Tignosi, Cocco, Capocci, Alessandri, e ottenuta la signoria, per stabilirvisi con maggior sicurezza, ne occupò il castello con truppe ed. eresse un forte e grande palazzo, di cui non restano oggi che miseri ruderi informi.

Ma le angherie dei tedeschi alienarono dall’ Impero anche i ghibellini. Colto il momento che Federico era assente, Raniero Gatti e Raniero Capocci riuscirono a sollevare la città e strapparla agli imperiali. È questo il momento eroico di Viterbo. Il castello del Duomo era ancora occupato dal presidio tedesco, quando lo esercito imperiale assalì le mura. Presi tra due fuochi, i cittadini non si smarriscono; rafforzano la cinta, costruiscono steccati, scavano fosse e, per dirla con le parole dell’orefice Lancellotto che all’assedio partecipò: «fortissimamente facivano difesa et mai si partivano da dicti steccati... Et tutte le donne viterbesi con sollecitamento portavano sassi et arme da difesa e rinfrescamenti alli loro homini ».

Per mesi tutto lo sforzo dell’ Impero si consumò sotto le ben difese mura; per anni Federico non potè aver la signoria! Solo la fame riuscì a domare l’energia dei nostri avi; ma non cedettero, se non quando, abbandonati dal papa, furono sicuri che lo Svevo loro concedeva completa amnistia.
Da questi anni di guerra pare uscire una nuova Viterbo.

Appena le armi posano, e; morto il grande imperatore, la città torna alla parte guelfa, con una attività che ha del meraviglioso, essa ristabilisce il suo dominio su tutta la contrada, ridiventa padrona delle strade e dei mercati, riforma da capo a fondo i suoi ordinamenti comunali, rinnova le mura e ne moltiplica le torri, taglia vie, costruisce palazzi, fa sorger chiese e fontane, che stiano a monumento perenne della potenza e della ricchezza cui essa è arrivata.
I cinquanta anni circa che seguono al 1243, segnano il periodo del massimo splendore del comune, il periodo cui appartengono il maggior numero dei monumenti viterbesi, quelli che danno alla città il suo speciale carattere.

Qual meraviglia se la nuova febbre di costruzioni, entrata nelle vene dei Viterbesi tutti intenti a far bella e comoda la città, s’ispirasse alla grande abbazia cistercense? L’arte dei monaci, povera rispetto al vero gotico, doveva parer straordinariamente ricca ed elegante in confronto con la romanica viterbese, e soddisfare meglio il desiderio di bellezza e di ricchezza della nuova età. E si aggiunga che S. Martino non era sola a mostrar con l’esempio la bellezza della nuova arte. Ad essa dovette essere ispirato il palazzo di Federico se, com è probabile, fu simile a quei gioielli, onde ingemmò tutto il suo regno. Ad essa i due tempî costruiti dal Cardinale Raniero Capocci, (lo stesso che pare avesse tanto contribuito a far sorgere S. Martino alle porte della città: S. Pietro del Castagno, la cui ossatura cistercense è ancora visibile, sebbene in ogni. parte sia stata profondamente deformata, e S. Maria di Gradi. Questa nel settecento fu rinnovata quasi dalle fondamenta, ma resta a far testimonianza dello stile in cui era fabbricata un magnifico chiostro, uno degli esempi più belli che in Italia vi siano; fratello gemello di quello che con maggior sfarzo i cistercensi avevano costruito a Fossanova.

Questa lunga fuga di archetti acuti, svelti ed eleganti, poggiati sulle marmoree colonnine abbinate, tutti adorni di cornici dalle sagome complicate ed ardite, doveva parer cosa di sogno ai Viterbesi, abituati alla pesante rudezza delle costruzioni romaniche; questa pittoresca gioia di luce, doveva ben meravigliare chi era solito pregare nella penombra delle chiese del mille! 

Diretta deriva dal chiostro di Gradi è senza dubbio quello di S. M, della Verità, fabbricato forse un mezzo secolo dopo. In esso il peperino, la nostra eccellente pietra che al bacio dei secoli prende un de caldo colore dai riflessi rossastri, rivaleggia col marmo, non solo s’assottiglia nelle esili colonnine, s'ammorbidisce nei gentili capitelli, ma si lascia traforare in va- porosi merletti; una tra le cose più belle ed ardite che tra noi siano state osate. — Chi è che con la mente non torni subito al gran finestrone del prospetto di S. Martino?

E Chi è che non vi torni al guardare la grande quadrifora aperta nell’abside del S. Francesco? Di questa chiesa, sorta intorno alla metà del secolo, tutto quanto resta di antico è cistercense: l’abside e le navi traverse. Il resto fu massacrato nel seicento; ma di certo tutta era costruita nello stesso stile, quello del resto che i Francescani avevano accolto per il santuario di Assisi E come in questa, in tutte le altre costruzioni ecclesiastiche viterbesi fino alla fine del trecento, re- Bagna sovrano l'influsso dell’arte nova. In tutte: nelle più piccole come nelle maggiori; nelle misere chiesuole della campagna, negli oratorî della città, nei templi dei potenti ordini monastici: a S. Maria del Carmine, a S. Erasmo, a S. M. delle Farine, a S. Tommaso, a S. Maria della Verità.

Che più? si trasformano chiese romaniche introducendovi parti gotiche, come si fece per esempio nella cripta di S. Andrea di Pianoscarano, che ingiustamente altri vuol far risalire a tempi più antichi, mentre alla metà del dugento la assegnano la forma dei caratteri delle iscrizioni e le povere pitture a stento visibili sulle sue pareti.

Che più? tanto intenso ne è l'influsso, che ancora al principio del secolo XVI, quando ormai l’arte del Rinascimento ‘aveva anche tra noi soffocato la gotica, nel costruire la chiesa della Quercia, i nostri artefici non seppero liberarsi della tradizione divenuta ormai | secolare, e volendo dotare il convento d’un magnifico chiostro, altro imaginare non seppero che una ripetizione di quello di Gradi. Le nuove tendenze artistiche presero la mano, è vero, all’architetto che non avendo modello da imitare pel secondo piano, sovrappose motivi del Rinascimento a quelli dugenteschi; ma il primo piano, con leggera differenza nell’ampiezza degli archi, e con la sostituzione del peperino al marmo è un doppione, un calco quasi, del chiostro gradense.

 Segue