
Sala Regia del Palazzo dei priori a Viterbo nel 1910 (Archivio Mauro Galeotti)
Pietro Egidi, viterbese, nel 1912 edita un libro in cui illustra la storia di Viterbo ma do la parola a lui. (m.g.)
Queste pagine furono scritte e lette nell'ottobre dell’anno scorso come preparazione di una visita alla città di Viterbo, promossa dalla Associazione dei Viterbesi residenti in Roma. Quindi non sono dirette agli studiosi, né pretendono dir troppe cose nuove ; tentano solo dare una visione comprensiva ed organica, per quanto sommaria, della vita dell'arte nella nostra città.
I naturali confini di una conferenza (e queste pagine forse li intesero in senso fin troppo lato) non permisero di parlare che dei monumenti racchiusi entro la cerchia delle mura, trascurando quelli notevolissimi dei dintorni, come per esempio il santuario di S. Maria della Quercia, le due ville vignolesche di Bagnaia e di Caprarola, capitali per l arte dei secoli decimoquinto e decimosesto, e gli importanti resti dell'età etrusca e della romana disseminati per tutto il territorio. Così pure non permisero che di alcune affermazioni, contrarie alle più accettate sentenze, e di alcune idee personali si desse esauriente dimostrazione.
Di questi e di altri difetti che senza dubbio il lettore verrà notando, trovi compenso nelle molte tavole che gli offro, della maggior parte delle quali sia grato, come io lo sono, alla liberalità con cui la ditta G. Brogi di Firenze mi permise di riprodurre molte fotografie della sua mirabile serie Viterbese, alla amichevole cortesia dell’ing. Giovanni Gargiolli e del sig. Giuseppe Polozzi, cui molte altre ne debbo, e a quella del chiarissimo cav. Cesare Pinzi e del sig. Zeffirino Mattioli che concessero l'uso di alcune incisioni da loro possedute.
Viterbo, 29 ottobre 1911.
PIETRO EGIDI
Viterbo
Viterbo è una città schiettamente medievale.
Gli studiosi da qualche indizio, più o meno convincente, possono arguire che entro l’àmbito presente della città, sul colle del Duomo, abbia vissuto un piccolo pago etrusco (si chiamasse o no Surrena), al quale succedette un vico romano; ma chi non vada di proposito investigando, non ne troverà resto appariscente, se non forse le costruzioni del ponte del Duomo.
Invece la corazza delle mura merlate, la folla delle torri integre o smozzicate che feriscono il cielo, i tortuosi avvolgi- menti delle anguste vie, la rozza severa eleganza delle chiese e dei palazzi, il colore ferrigno delle costruzioni tutte, fan subito chiari l'origine e il carattere della città. Chi la consideri in sé e di per se sola, deve trascurare le manifestazioni della vita anteriore all’età di mezzo, sulle quali per secoli essa ha agito come elemento distruttore.
Oggi, è vero, le mani pietose di alcuni cittadini di Viterbo s'adoperano con industria per strappare al tempo le ultime gloriose memorie delle città etrusche e romane che vissero nella nostra regione; e affinché per secoli esse possan dire la loro parola alle genti ancor non nate, cercarono ieri febbrilmente a Musarna, frugheranno domani ad Orcla, s’affaticano oggi a Ferènto; ma in passato esse depredarono e distrussero. La solitudine e la desolazione che oggi regna in quei luoghi è tutta, o quasi, opera dei Viterbesi!
Viterbo, venuta su timidamente in mezzo a paesi vecchi di secoli e quasi decrepiti, a un certo momento ebbe un rapidissimo sviluppo, e col diritto della vigo- rosa invadente sua giovinezza, come robusta pianta che rubi gli umori alle più vecchie, assorbì la vita dei castelli finitimi, e quelli che resistettero, spezzò e schiacciò e distrusse senza misericordia.
L’arte sua nelle varie fasi rispecchia appunto la sua storia. Nulla nel periodo romano, anche nel più recente, timida, povera e quasi insignificante nel primo medioevo, prende forza e vivacità sullo scorcio del se-. colo undecimo, per salire nei due successivi ad una ricchezza, ad una forza che di rado raggiunse in altre città italiane.
Se le prime menzioni di Viterbo risalgono al secolo ottavo (forse la più antica è quella dell’anonimo cosmografo Ravennate, che, secondo i più, visse sullo scorcio del settimo secolo), il suo sviluppo e la sua progressiva fortuna non cominciano che nel secolo undecimo.
Tre secoli e più di modestissima infanzia ! Era allora un piccolo luogo fortificato, di cui le case non uscivano fuori lo stretto colle del Duomo; distinto dall’ondulato terreno, su cui poi distese le sue membra, dalla profonda trincea artificiale cavalcata da un ponte, allora come oggi appoggiato alle solide costruzioni romane; difeso nel rimanente perimetro da alte morre che cadevano precipiti nella valle di Faulle e in quella poi detta di S. Antonio.
Un piccolo castello: Beterbu, Biterbu, o castrum Betferbi, in cui a calcolare grasso non potevano trovar ricovero al massimo che un migliaio di abitanti, romani e longobardi, agricoltori e piccoli signori.
Nel castro due o tre chiesuole, dedicate a S. Lorenzo, il diacono martire venerato in special modo dai Romani, a S. Michele, l’arcangelo prediletto dai Longobardi, a Maria, la madre di tutti i Cristiani. Quest'ultima era una grangia, una cella, del grande monastero di S. Maria di Farfa; era il centro di un non disprezzabile patrimonio che il cenobio sabino possedeva nelle adiacenti campagne. Che potevano esser mai queste chiese?
I residui del campanile di S. Maria della Cella, se pure risalgono a quel tempo, ci fan sicuri che si trattava solo di costruzioni modeste, sebbene non prive di qualche rozza eleganza. È questo il primo vagito dell’ arte medievale viterbese: un campaniletto lombardo, cui mancano oggi uno o due ripiani, e che riproduce, salvo il materiale costruttivo, il tipo con lievi varianti ripetuto a Roma e nella provincia dal secolo nono al decimosecondo; da S. Eustachio a S. Francesca Romana, da Subiaco a Orte, a Velletri.
Per due secoli e più, fino alla metà circa dell’unde- cimo, null'altro si saprebbe indicare. Come la storia della città è ridotta a menzioni brevissime, incidentali, insignificanti, così di edifici nessuno, o seppure senza alcuna impronta d’arte.
Invece nel secolo decimo primo e specialmente nella sua seconda metà improvvisamente scorgiamo un’attività costruttrice straordinaria, che dà vita al primo gruppo di chiese notevoli: S. Giovanni in Zoccoli, S. Sisto, S. Maria Nuova. S. Giovanni in Zoccoli (curiosa trasformazione di è ciotola, dalla rappresentazione comunissima della testa del Battista nella ciotola) è forse la più antica. Se si vuol dar fede ad una iscrizione che si dice letta in una campana rifusa nel sei- cento, era già consecrata nel 1037.
Prese all’interno aspetti multiformi nei nove secoli di vita, conservando però intatta la struttura primitiva, finché nel 1880 sotto la guida sapiente di Giovanni Battista Cavalcaselle, riacquistò l'aspetto originario. È una piccola chiesa, nuda, rozza. Ha tre navi, separate da due file di cinque archi che poggiano su rotondi piloni di muratura, coperte dal semplice tetto a scheletro.
Dinanzi alle tre absidi tre altari, di cui il maggiore sormontato da un ciborio, arbitraria ricostruzione del Cavalcaselle. Manca l'arco trionfale, è assente ogni ornamento: solo gli anulari capitelli sono rozzamente scolpiti. E pure il suo fascino è grande.
Pare che la rudezza del tempio debba ispirare austerità di pensieri. L’immaginazione delle folle di quei tempi, cui il dubbio neppure sfiorava, non v aveva bisogno di accessori plastici per evocare le in- anteriori visioni.
Per sentirsi elevare il cuore bastava udire dietro a sé serrarsi sbattendo le gravi porte della chiesa, come se esse si chiudessero sul mondo. Bastava intravedere, per dirla con Federico Hebbel, le alte mura fosche con le strette finestre, che non lasciano entrare la luce abbagliante e proterva del mondo — se non filtrandola e oscurandola.
In origine la chiesa doveva apparire anche più severa perché più scarsa di luce; ma dal dugento questa vi fu condotta più abbondante attraverso un rosone a colonnine, disposte a raggera tra due cerchi concentrici, che i marmorari romani avvivarono con lo scintillio delle tessere policrome.
Maggior chiesa è S. Sisto.
Non esisteva ancora, si meno sotto questo titolo, nel 1068; con probabilità fu costruita poco dopo. Ma della prima chiesa non re- stano che le navate; tutto il presbiterio, che in modo così caratteristico si slancia tanto alto sul piano delle navi, dové esser fatto ben avanti nel secolo XII.
Basta porre a confronto la maniera dei capitelli della parte anteriore con quella dei capitelli dei maestosi piloni del presbiterio, per rimanerne persuasi. In quelli v'ha una scultura timida, piatta, per quanto nelle forme talora sembri ispirata a modelli classici; sul capitello incombe l’arco largamente, quasi facendo un pulvino alla maniera bizantina; in questi il rilievo è forte, l’uso del trapano abbonda, l’abaco aggetta senza accenno di pulvino. — La chiesa ha dimensioni modeste; ma la leggera inclinazione del suo pavimento e soprattutto l’ardito slancio del presbiterio riescono a creare un’illusione di maestà e di grandezza.
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