Viterbo Viale Trieste o meglio Strada della Madonna della Quercia, nel 1907, a sinistra è la Strada Teverina, la casa a destra è ad angolo con Via della Ferrovia  (Archivio Mauro Galeotti)

Mauro Galeotti

Di Viale Trieste, che collega Viterbo con La Quercia, tanto da essere ancora oggi chiamato familiarmente Strada della Quercia, ma che fino ai primi del 1900 era detto Viale della Madonna della Quercia, leggo una memoria, del 16 Settembre 1536 di Giacomo Sacchi, nei Ricordi di casa Sacchi per la venuta di Paolo III, «Supplicai [il papa] ancora si facesse una strata da Viterbo alla Madonna [della Quercia], dritta e bene ordinata; et anco che si  riserrasse il campo della Fiera, et si murassero altre botteghe. Et così Sua Santità il tutto ne concedé».

In effetti già, tre anni dopo, nel 1539, iniziarono i lavori di livellamento, raddrizzamento e rassodamento della strada stessa e nel 1540 si procedette alla «[…] portatura d’arbori per metter in la strada».

Circa a metà viale, nel 1541, per alleviare la sete dei pellegrini che si sarebbero recati al Santuario della Madonna della Quercia, fu fatta costruire una fontana, ad opera dello scalpellino mastro Fracassa e del muratore mastro Matteo. Poi, nel 1588, per volere di papa Paolo III, fu eseguita l’attuale, più maestosa ed elegante, su disegno dell’architetto romano, Giovanni Malanca.

Poco prima, nel 1549, a cura di pie donne, venne eretto, lì prossimo, il romitorio dedicato al Santissimo Crocifisso.

Nel 1606 furono sostituiti gli olmi secchi a cura del Comune e fu ripristinata varie volte come nel 1610 e nel 1612, per renderla più dritta e spianata. Nel 1666 il viale subì lo scavo di una forma per l’installazione di una conduttura d’acqua da parte della famiglia Bussi, che sembra non provvedesse poi a richiuderlo, tanto che ciò fu oggetto di discussioni. 

Nel 1722 il viale, divenuto impraticabile, fu mantenuto dal Comune per un impegno di 30 scudi l’anno, poi, nel 1728 vennero venduti alcuni olmi secchi e, in sostituzione, ne furono ripiantati sessanta.

Nel 1745 il Comune di Viterbo impegnò 785 scudi per spianare la strada e 

«[…] Vi fu fatta anche un’alberata di olmi i quali quante volte si verificasse qualche mancanza tacevasi obbligo ai frontisti di ripiantare».

Sin dalla metà del 1700 vi furono costruiti i cosiddetti casini, o meglio, vere e proprie ville. 

Così descrive il viale padre Feliciano Bussi nella sua Istoria della Città di Viterbo del 1747 a pagina 72: «[…] presso le mura ritrovasi una quantità considerabilissima di strade tutte belle, tutte piane, tutte vaste, le quali possono servire, e servon di fatto per un molto comodo, e delizioso passeggio, noverandosi particolarmente fra le medesime la mobilissima strada, nomata della Quercia, che è appunto una delle insigni memorie, che qui lasciò il glorioso Pontefice Paolo III, la quale strada principiando dalla porta di S. Lucia [attuale Porta Fiorentina], và a terminare per linea retta alla Chiesa della Sacratissima Vergine sotto il predetto titolo della Quercia, che vale il dire, che il di lei tratto porta quasi la lunghezza di un miglio, vedendosi la stessa in ciascuno de’ suoi lati fornita di verdeggianti altissimi olmi, che la rendono oltremodo vaga, ed amena, essendo costata una tal’opera molto più di quello possa ciascuno argomentarsi, giacché per poterla ridurre nel suo essere, fu necessario dividere, e spianare una quantità grande di orti, di vigne, e di altre considerabili possessioni; oltre l’averla il prenominato Pontefice quasi nella di lei metà adornata per maggior delizia di una copiosa fontana, la cui acqua essendosi per lungo tempo deviata, vi fu restituita dal Cardinal Alessandro Farnese di lui nipote, e Legato perpetuo di questa Provincia, come apparisce dalla seguente lapide, che sopra tal fontana fin da quel tempo fu apposta:

AQUAM A PAULO III AD AUGENDAM VIAE QUAM APERUERAT IN HONOREM B. MARIAE VIRGINIS AMOENITATEM OLIM DUCTAM ET DIU INTERMISSAM ALEXANDER FARNESIUS LEGATUS PERPETUUS USUI RESTITUIT CURANTE CAMILLO PELLEGRINO PROLEGATO ANNO MDLXXXVIII

[Sulla fontana lo storico Giuseppe Marocco nel 1837 legge così l’epigrafe, posta sul fronte della fonte, oggi in parte sfaldata:
Aquam a Paulo III ad augendam viae quam aperuerat in honorem / B. Virginis amoenitatem olim ductam et diu intermissam / Alex(ander) Farnesius leg(atus) p(erpetuus) publico usui restituit curante / Camillo Peregrino proleg(ato) / an(no) sal(utis) MDLXXXVIII
].

Nella medesima strada li riscontrano tre ben’intesi, e nobili casini, il primo de’ quali, che trovasi a mano destra nell’andare alla sudetta Chiesa, spetta alla Famiglia Liberati, il secondo, che trovasi a mano sinistra, spetta alla famiglia Bussi, ed il terzo, che parimente si ha a mano sinistra, e che già fu della Casa Maidalchini, ora spetta ad una delle due Famiglie Pagliacci […]».

All’inizio del viale da Viterbo, a destra, al n° 33 è Villa Medori costruita su progetto di Giuseppe Giannini nel 1929. Era caratterizzata da una ricca decorazione floreale, ormai scomparsa. 

Al 35 è la Villa Lanzoni fu fatta costruire da Ferdinando Lanzoni è dello stesso anno e progettista della precedente. 

Al 61 Villino Giuseppina del 1928 con affrescati sulla facciata putti e motivi floreali; al 69 il Villino Marconi con fregi stile Liberty in peperino. A sinistra sono: al 16 Villino Maria, al 18 Villino Moltoni, al 22 il Villino Adolfo Bernardini, al 24 Villino Adda. 

Al 50 è la Villa Minissi realizzata da Paolo Ares, nel 1930.

Lungo Viale Trieste sono altre ville, a destra, della famiglia Liberati, già Pace, seguita a sinistra da quella dei Bussi, le descrivo poco appresso. 

La famiglia Tedeschi, a destra al n° 127, possedeva una stupenda villa, costruita su progetto di Lorenzo Tedeschi nel 1929/30. In seguito è stata sopraelevata da un mezzanino e la sommità conclusa con una balaustra in pietra. Completamente restaurata in questi ultimi anni è caratterizzata da un ampio colonnato all’interno. Oggi è sede del Ce.F.A.S., Centro di Formazione per l’Assistenza allo Sviluppo.

E’ una azienda specifica della Camera di Commercio di Viterbo, costituita per la realizzazione di interventi formativi di specializzazione e qualificazione manageriale per i giovani provenienti dai Paesi in via di sviluppo, per imprenditori locali e per i quadri degli Enti Camerali. 

L’ingresso della Villa Tedeschi ha un bel cancello in ferro con su un’anta dello stesso, sempre in ferro, lo stemma della famiglia, raffigurato da tre torri disposte 2 - 1.

La Villa Maidalchini (Pamphili), poi dei Pagliacci Sacchi, dei Rossi Danielli, dei Carletti, è stata in ultimo sede dell’Albergo Olimpia, è a sinistra, al n° 94. 

Di questa villa sono interessanti il balcone con lo stemma Pamphili, la loggia ed i camini delle sale.

Mi ha fatto sapere Attilio Carosi che il camino più bello, quello del salone, proviene dal Palazzo Tignosini, in Via Chigi, ve lo trasportò Margherita Carletti Mangani Camilli, quando vi aprì l’albergo. Sulla Strada della Quercia, nell’800, per la sua favorevole conformazione, dritta e in leggera salita, in occasione delle Festività di santa Rosa, si svolgevano, le corse con i cavalli montati da fantino, ne sono testimoni numerosi manifesti e articoli di giornale. 

Tra questi leggo sul Corriere di Viterbo del 6 Settembre 1892:

«La Corsa di jeri / Le feste di S. Rosa erano fino a ieri procedute bene ed in perfetto ordine. Ieri ebbe luogo la corsa al fantino per la strada della Quercia, corsa che speriamo sia l’ultimo anno che si faccia. Per l’insipienza del deputato addetto alla mossa furono fatti correre in una corsa tre cavalli. 

La folla che assiepava la strada della Quercia non si aspettava che due cavalli, secondo il solito e quindi fece ala di passaggio dei due primi cavalli, e poi tornò ad occupare il centro della via. 

Il terzo cavallo, che era rimasto indietro, giunse così improvviso alle spalle del pubblico e diverse persone caddero per l’urto del cavallo. 

Un disgraziato giovane fu raccolto moribondo […]». 

Ma la corsa negli anni seguenti fu più volte ripetuta, anche in tempi vicini a noi, con grave pericolo per l’incolumità dei cavalli che correndo sull’asfalto, in caso di caduta, si procurano gravi lesioni, come ho avuto modo di vedere personalmente.

Oggi il Viale Trieste, ha riacquistato il suo splendore antico, certo aggiornato alle esigenze attuali, ma ha ancora conservato quel fascino che poche strade hanno e una passeggiata sui sicuri ed ampi marciapiedi è davvero una tentazione irresistibile!

 

 

Fontana di Paolo III sul Viale Trieste

 

Fontana Paolo III in Viale Trieste foto Collinet-Guerin del 1910
(Archivio Mauro Galeotti)

La fontana è detta del Crocifisso per la vicinanza con la cappella omonima, fu costruita tra il 1537 ed il 1541 per volontà di papa Paolo III ad opera di mastro Fracassa, scalpellino.

Nel 1588, anno a cui risale l’epigrafe scolpita sul fronte, fu modificata, per ordine del legato apostolico Alessandro Farnese, dallo scultore e architetto Giovanni Malanca.

Il ricasco dell’acqua fu richiesto al Comune nel 1665 da Camillo Begagli, il quale l’avrebbe sfruttato per alimentare la sua lega in costruzione per adacquare un orto sottostante, con la promessa di mantenere in efficienza le condutture.

Il Comune nominò due responsabili per controllare se era possibile dare la concessione, con l’intesa che non doveva arrecare alcun disagio, sia al pubblico che al privato. Constatato ciò fu valutato che al Comune conveniva cedere il ricasco a patto che il cessionario assumesse l’onere «di accomodare e mantenere i condotti». 

Quindi, dopo l’impegno formale di quest’ultimo, il 29 Dicembre 1665 il Consiglio generale del Comune votò favorevolmente per la concessione. A questa fece seguito l’altra, quando fu ceduto il ricasco ai marchesi Bussi, con atti del 1761, per la loro villa posta nelle adiacenze.

Nel 1836 il ricasco dell’acqua in uso a Crescenzo Rispoli, al quale spettava «la manutenzione tanto della fontana, quanto quella della conduttura», fu trasferito a Giuseppe Rispoli, che non dovette più provvedere alla manutenzione della fonte, secondo quanto scrive Giuseppe Signorelli in un manoscritto che possiedo. Tale onere, infatti, era a carico del Comune e nel 1785, come riferiscono le Riforme, fu restaurata la conduttura a spese dello stesso per i danni causati dal gelo.

Scrive ancora Giuseppe Signorelli:

«Altre memorie non vi sono sino al 1870. Posteriormente, quando fu rifatta la conduttura dell’acqua di Respoglio, deve essere stata esaminata anche la posizione del Rispoli, per il riparto a carico di tutti gli utenti».

Lo Statuto di Viterbo del 1251 stabilisce che l’acqua del Respoglio, oltre ad irrigare i terreni limitrofi alla contrada omonima, era utilizzata anche per gli orti di altre cinque contrade: Graziano, Valle Canale, Capo la Piaggia, Valle Pettinara e Pila Petinalis.

Come ho scritto sopra lo storico Giuseppe Marocco nel 1837 riporta la seguente epigrafe, posta sul fronte della fonte, oggi in parte sfaldata:

Aquam a Paulo III ad augendam viae quam aperuerat in honorem / B. Virginis amoenitatem olim ductam et diu intermissam / Alex(ander) Farnesius leg(atus) p(erpetuus) publico usui restituit curante / Camillo Peregrino proleg(ato) / an(no) sal(utis) MDLXXXVIII.

La fonte si presenta con un bel frontale in peperino, dove alla sommità è il giglio farnesiano, sull’architrave, tra due visi virili, barbuti, è scolpito: Paulus III pontifex maximus.

Al centro campeggia lo stemma dei Farnese accompagnato, ai lati, da festoni di frutta. 

Più in basso, al centro, è l’epigrafe contenuta in un cartiglio e la vasca rettangolare che, poggiata in terra su due piedistalli, riceve l’acqua da un mascherone.