(Archivio Mauro Galeotti)

Mauro Galeotti per Dante a 700 anni dalla morte

Ho visto in giro a Viterbo il sommo poeta Dante Alighieri il quale prendeva appunti nei luoghi pieni zeppi di storia della nostra città medievale... e scriveva... e scriveva senza alzare la testa per quanto interesse provava dalla narrazione che alcuni popolani gli riferivano.
Vuoi vedere che quegli appunti finiranno in una Commedia?

Infatti...

Il Bullicame nel 1900 circa (Archivio Mauro Galeotti)

Bullicame o Bulicame

Ne parla Dante Alighieri nel canto XIV, vv. 79 - 81, dell’Inferno:

«Quale del Bulicame esce ruscello, / che parton poi tra lor le pettatrici [o «peccatrici»] / tal per la rena giù sen giva quello».

In effetti i rivoli che uscivano dal bacino del Bullicame servivano al rifornimento d’acqua di tante vasche scavate intorno. Le vasche venivano utilizzate dagli operai, detti incigliatori, per la macerazione della canapa «siccome in questa Città [di Viterbo] sono di altezza, e di bellezza straordinaria, rendendosi per conseguenza di un lucro molto considerabile» così scrive Feliciano Bussi († 1741).

Ricorda lo storico Luca Ceccotti che degli «enormi selci di durissima lava, o basalto», che formavano l’antica Via Cassia, «Una buona quantità se ne trovano alle piscine del Bullicame, usatevi per contenere il lino e le canape sotto le acque».

Per alcuni studiosi pettatrici è da sostituire con peccatrici e spiegano il riferimento perché era proibito alle prostitute di fare il bagno dove si bagnavano le donne viterbesi, infatti, era loro consentito lavarsi solo nel Bullicame.

Quasi certamente Dante visitò il Bullicame e la nostra città quando si recò a Roma nel Novembre del 1300 per essere ricevuto da papa Bonifacio VIII, quale pellegrino nel Giubileo istituito in quell’anno dal papa stesso. Nell’Inferno, il sommo poeta, scrive altre due volte la parola Bulicame, al canto XII, vv. 115 - 117:

«Poco più oltre il centauro s’affisse / sovr’una gente, che ‘nfino a la gola / parea che di quel bulicame uscisse».

Al canto XII, vv. 127 - 128:

«Sì come tu da questa parte vedi / lo bulicame che sempre si scema».

Ma ecco altri riferimenti che Dante scrive sulla Divina Commedia che hanno a che fare con Viterbo.

 

Ruggieri degli Ubaldini 

Fra i molti illustri personaggi morti a Viterbo e tumulati in santa Maria in Gradi, è il famoso arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini che, insieme a Ugolino della Gherardesca, ispirò una delle più belle pagine della Divina Commedia di Dante Alighieri, nell’Inferno al canto XXXIII, versi 12 - 13.

L’Ubaldini morì in Viterbo il 15 Settembre 1295 e fu tumulato in un sepolcro del quale si hanno le linee generali, grazie ad un ignoto disegnatore, che lo studioso Domenico Sansoni suppone individuare nel padre Feliciano Bussi († 1741). E’ un codice cartaceo che si può far risalire alla prima metà del secolo XVIII, conservato nell’Archivio storico comunale di Viterbo, presso la Biblioteca comunale degli Ardenti.

Il codice riferisce:

«Nella d(ett)a Chiesa vic(in)o la porta mag(giore) nell’entrare a’ mano sinistra in un sepolcro in lett(er)e gotiche vi è la seg(uen)te iscriz(ion)e: “Hic req.t v. pr. Rogers Duraldus ar. / pis / Int(erpretazion)e Hic requiescit ven: pater Rogerius Duraldus archiepiscopus / pisanus”».

Tale scritta era scolpita sul frontale del sarcofago, con la figura dell’arcivescovo dormiente. In basso, al centro, era lo stemma e al di sopra di questo era scolpito il cognome Duraldi.

Il mausoleo in marmo bianco, simile a quelli di papa Clemente IV e del prefetto di Vico, era sostenuto da due colonne sulle quali poggiava una cimasa a cuspide, con al vertice una croce, questa era poggiata su nove archetti trilobati, a metà delle due colonne era il sarcofago.

Ferdinando Ughelli riporta lo stemma e l’iscrizione del Mausoleo dell’Ubaldini. Lo stemma è raffigurato da una testa di cervo priva della parte inferiore, a partire da sotto gli occhi, con ai lati una palla e una croce, disegnati primitivamente.

L’iscrizione, sempre secondo l’Ughelli, sulla sua Italia sacra, iniziata a stampare nel 1717, diceva:

«Hic requiescit venerabilis pater dominus / Rogerius Duraldus archiepiscopus pisanus».

Il Nobili nella sua Cronaca scrive:

«Ruggier Duraldi Arcivescovo di Pisa sta sepolto in un deposito di pietra nell’entrar della chiesa a mano sinistra con questo epitaffio «Hic jacet ven. d.p. Rogerius Duraldus / archiepiscopus / Pisanus».

Del prelato non esistono più le ceneri e la tomba, infatti, andarono distrutte nel rifacimento della chiesa del 1737, ad opera di Niccolò Salvi.

Il Sansoni, nel suo studio sull’arcivescovo pisano, afferma che Duraldo, Dusaldo o Durandus non è il vero cognome di Ruggiero, in quanto non esiste nessun arcivescovo pisano con tale cognome.

I più ritengono perciò, che sia stata male interpretata l’iscrizione sulla tomba del prelato, sin dai tempi più antichi, forse dovuta alla corrosione della pietra; pertanto, quando si trova scritto Duraldus, si dovrebbe leggere De Ubaldinis. Probabilmente vi era scritto Dubald(in)us, più facile a confondersi con Duraldus.

Solo così si giunge alla determinazione del cognome di Ruggieri degli Ubaldini, è da ricordare poi, che lo stemma, prima riferito, appartiene alla famiglia Ubaldini; infatti, Giovanni Battista Di Crollalanza sul Giornale araldico, così descrive tale stemma:

d’azzurro - al rincontro testa di cervo d’argento, avente fra le corna una palla dello stesso caricata di una croce in rosso. 

Altra testimonianza, riferita dal Sansoni, sul vero cognome dell’Ubaldini è il Codice Bambagino, della prima metà del secolo XIV, conservato nell’archivio dell’Abbazia di Montecassino e stampato nel 1865 da padre Tosti. In esso è riportata una nota, scritta quando era ancora vivo il pensiero dell’arcivescovo e dice:

«Rugieri de Ubaldinis, cuius corpus requiescit in civitate Viterbii, in ecclesia S. Mariae in Grado».

Tradotta: Ruggiero degli Ubaldini, il cui corpo riposa nella città di Viterbo, nella chiesa di santa Maria in Gradi.

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La Malta in Piazza dei Caduti negli anni '70 (Archivio Mauro Galeotti)

Prigione La Malta

La famosa Prigione La Malta della quale Dante Alighieri parla nella Divina Commedia al canto IX vv. 52 - 54 del Paradiso dovrebbe essere la costruzione che si trova in Via Cesare Dobici, soffocata nella sua altezza per la copertura del Torrente Urcionio negli anni '30 del 1900:

«Piangerà Feltro ancora la difalta / dell’empio suo pastor, che sarà sconcia / sì, che per simil non s’entrò in malta».

Per qualche storico l’Alighieri potrebbe riferirsi a qualche altra prigione.

Secondo quanto riportato dai cronisti Francesco d’Andrea e Niccolò della Tuccia (11 Novembre 1400 - post 1476), la prigione fu ricavata nel 1255 in una torre, presso la porta del Ponte Tremoli, essa era «oscurissima in un fondo di torre [...] dove il Papa metteva li suoi pregioni quando stava a Viterbo» ed in seguito fu chiamata La Malta. 

La torre, che faceva parte della primitiva cinta muraria che raggiungeva Porta Sonsa, aveva il pavimento fangoso, quindi era assai umida, ed i papi la riservavano agli ecclesiastici ribelli.

Dopo la copertura del Ponte Tremoli e di conseguenza del Torrente Urcionio, l’alta torre in questione è stata interrata, risulta pertanto più che dimezzata ed ha perduto tutta la sua fierezza. 

Per fortuna sono rimaste alcune fotografie dei fratelli Sorrini, che ho pubblicato sui miei libri per gentile concessione dell’erede ed amico Attilio Sorrini, le quali testimoniano la sua antica bellezza.

E’ identificabile nei numeri civici 8 di Via Cesare Dobici e 8 e 9 di Piazza dei Caduti.

Scrive Giuseppe Signorelli sul quindicinale L’Azione del 13 - 20 Marzo 1921, in merito ai dubbi di alcuni storici che Dante potesse riferirsi nella Divina Commedia alla Malta di Viterbo, che nel registro delle spese della Curia del Patrimonio del 1359, pubblicato dal Theiner è scritto:

Custodi captivorum curiae Patrimonii existentium in carcere Malte, posito in civitate Viterbii iuxta pontem tremulum.

Quindi trentotto anni dopo la morte dell’Alighieri, asserisce Signorelli, la prigione ove il rettore del Patrimonio rinchiudeva i prigionieri era detta La Malta.

Non si trova in seguito più notizia della prigione proprio perché essendo in costruzione la Rocca Albornoz, vennero qui ristretti i condannati, perché era un luogo più protetto.

Comunque il nome di Malta restò alla torre ancora nel 1490 quando Giovanni Battista Almadiani l’acquistò dalla Camera apostolica con autorizzazione, tramite Breve papale, del 16 Ottobre 1489.

Giuseppe Signorelli scrive:

«Da altro atto del 1514 (Protocollo VII di Antonio Maria De Antiquis nello stesso archivio [quello distrettuale di Viterbo]) apprendiamo che lo stesso Almadiani restaurò il palazzo della Malta. 

Ed il palazzo Almadiani, ora in parte proprietà Bazzichelli ed in parte Cuccodoro [quest’ultima possedeva proprio la torre], si estendeva dal vicolo Sacchi sino al Ponte Tremoli, come si rileva dai numerosi stemmi con le losanghe, che si riscontrano nelle vetuste pareti delle case esistenti in quella località».

Infatti unito alla torre - prigione e di fronte sono due palazzi appartenuti alla famiglia Almadiani, con finestre del XVI secolo e gli stemmi di quella famiglia losangato di rosso e d’argento, al capo d’azzurro caricato da una L d’oro accostata da due rose di rosso.

Uno stemma è sulla chiave dell’arco d’ingresso a bugne al n° 4, in peperino, e un altro in marmo di dimensioni più ridotte è sulla facciata dove è il numero civico 33.

Leggo sulla rivista Faenza del 1922 di due dischetti visti da Gino Rosi e Umberto Richiello che così li descrivono:

«Si tratta di due dischetti di maiolica a rilievo, identici, del diametro di undici centimetri, infissi nel mezzo dell’architrave su due porte interne accoppiate nel palazzo degli Almadiani (antichissima famiglia viterbese) nel vicolo Sacchi presso il ponte Tremoli. L’edificio antico è del sec. XII, fu notevolmente modificato allo scorcio del XV o primi del successivo; è a quest’epoca che risalgono le porte come appare dalla sagoma.

I dischi di maiolica sono di una lavorazione finissima e fine è anche la colorazione come il rilievo ottenuto plasticamente: infatti essi portano a rilievo dipinto lo stemma degli Almadiani diviso in due parti longitudinalmente. Da una parte è una mezza aquila turchina su fondo giallo, dall’altra una L turchina fiancheggiata da rosette manganese sopra una scacchiera manganese. Intorno allo stemma corre una fascia coll’iscrizione IO. BAT. ALMADIANUS †.

Dalla crocetta che segue l’iscrizione possiamo avere la conferma che si tratti proprio di quel protonotario apostolico che fece edificare la chiesa di san Giovanni dei frati Carmelitani a ponte Tremoli e che fu ritratto in un busto di terracotta da Andrea della Robbia (ora al Museo)».

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La Basilica di san Francesco negli anni '20 del 1900 (Archivio Mauro Galeotti)

Chiesa di san Francesco alla Rocca

Si vuole che Dante Alighieri, fosse stato ospite del Convento di san Francesco e supposizioni si fanno anche sulla venuta di sant’Antonio da Padova.

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Mausoleo di papa Adriano V

Nella Basilica di san Francesco alla Rocca è il Mausoleo di papa Adriano V, morto il 7 Agosto 1276, ricordato da Dante Alighieri nel quinto girone del Purgatorio al Canto XIX, vv. 99 - 105, fra gli avari.

Ogivale con forme cosmatesche, il mausoleo ha il tetto spiovente sorretto da quattro colonnine di cui quelle anteriori a chiocciola, sono caratterizzate da mosaici.

Anche il resto è arricchito da disegni geometrici eseguiti a mosaico, opera attribuita ad Arnolfo di Cambio, che lavorò in santa Croce e in santa Maria del Fiore a Firenze.

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La Chiesa del Gesù nel 1912 (Archivio Mauro Galeotti)

Chiesa di san Silvestro o del Gesù

All’imbocco di Via dei Pellegrini e Piazza del Gesù è la Chiesa di san Silvestro, di stile nettamente romanico. Si trova menzionata già nel 1080 quando è detta in mercato e ancora nel 1169 quando vi furono collocate le porte della Chiesa di san Pietro di Tarquinia come bottino di guerra. Nel 1236 è nominata come parrocchia e nel 1558 fu unita a quella di santa Maria Nova.

In essa, nella seconda metà del secolo XIII, si recavano i cardinali a udir messa prima di riunirsi in conclave per l’elezione del pontefice nel vicino Palazzo papale. Proprio durante la celebrazione di una messa, la chiesa fu protagonista di un avvenimento di risonanza mondiale. Si trovavano nel 1271 a Viterbo Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, e Filippo III, re di Francia, venuti per sollecitare la elezione del papa, da parte dei cardinali chiusi in conclave che non trovavano accordo da anni. Col d’Angiò era il principe inglese Enrico di Cornovaglia, cugino di re Edoardo I d’Inghilterra.

Allo stesso tempo raggiunsero Viterbo anche Guido e Simone di Montfort, figli del conte di Leichester. 

Questi nel 1265 era stato a capo di una rivolta di Baroni, conclusasi sanguinosamente nella battaglia di Eversham. In quell’occasione Edoardo I d’Inghilterra fece uccidere il ribelle Leichester che si era arreso e, senza pietà, il suo corpo fu straziato e oltraggiato.

Il 13 Marzo 1271, Enrico di Cornovaglia, si recò senza scorta, perché privo di sospetti, nella chiesa per purificare l’anima. Però durante lo svolgimento del rito irruppero nel tempio una schiera di armati al grido «Traditore Enrico, ora non ci sfuggirai!».

A capo erano Guido e Simone, i figli di Simone VI di Montfort, conte di Leichester, che giurarono vendetta. Nella nostra chiesa trovarono sfogo alle loro ire, tanto che, entrati nel tempio, dettero fine alla vita di Enrico di Cornovaglia, colpendolo ai piedi dell’altare presso il celebrante. 

Nella violenta irruzione trovò la morte anche un chierico che voleva fermarli ed un altro fu ferito mortalmente.

La vendetta era compiuta, ma Guido rammentandosi dello scempio fatto al corpo del genitore, trascinò Enrico, ancora agonizzante, fuori della chiesa e lo mostrò ai presenti. In seguito il cuore dello sventurato principe fu portato a Londra e collocato nell’Abbazia di Westminster.

La faccenda fu di una tale gravità che il nuovo pontefice Gregorio X, eletto nel conclave viterbese il 1° Marzo 1273, condannò Guido privandolo dei titoli nobiliari e dei beni. 

Fu poi, nel 1283, reintegrato da papa Martino IV, ma preso prigioniero dagli Angioini, nella battaglia navale di Napoli del 1287, fu lasciato morire miseramente nel Carcere di Messina.

Tanto grande e di conoscenza universale fu l’avvenimento che neppure il sommo Dante Alighieri poté fare a meno di inserirlo nella sua Divina Commedia al XII canto dell’Inferno. Guido di Montfort lo collocò nel cerchio dei violenti contro il prossimo, immerso nel sangue bollente:

«Mostrocci un’ombra dall’un canto sola, / Dicendo: Colui fesse in grembo a Dio / Lo cor che in sul Tamigi ancor si cola». 

Sulle pareti della chiesa fu eseguito un affresco raffigurante il triste avvenimento. Leggo sul periodico Il Rinnovamento del 23 Febbraio 1890:

«Un’antica pittura ed una iscrizione, oggimai deperite, furon poste dai Viterbesi sulle pareti di questo tempio, a rammemorare quell’eccidio. 

L’epigrafe, però può leggersi ancora nel Cronista inglese di quel tempo, Matteo Westmonstariense».

[…]

La chiesa, caduta in rovina, nel 1917 fu restaurata dai confratelli a spese della Soprintendenza ai Monumenti di Roma che la riaprì al culto nel 1919. In quell’occasione furono eseguite le scritte poste ai lati dell’altare maggiore, una dei versi di Dante Alighieri e l’altra iscrizione riferita da Matteo Westmonstariense.

Lo riferisce Antonio Muñoz, sul quindicinale L’Azione del 13 - 20 Marzo 1921, essendo il medesimo il direttore ed ideatore di quei lavori.

In merito Muñoz scrive ancora che il restauro «ha consentito principalmente nel rimettere in luce la struttura primitiva dell’edificio, che rimonta al secolo XII-XIII, ed era stato all’interno del tutto camuffato nella prima metà dell’Ottocento. 

Altaroni rozzissimi di stucco, intonachi sulle pareti e sulle modanature architettoniche, squarci di nuove finestre, e chiusura delle antiche a feritoria, tutto ciò è scomparso, senza rimorso alcuno, perchè non aveva la minima importanza d’arte; e il vano del tempio è tornato quello che era ai tempi di Dante, che certo vide la chiesa nel suo passaggio da Viterbo, quando colpì la sua attenzione il fumante Bullicame.

Dell’età dantesca nulla è venuto in luce della parte ornamentale; non pitture, non iscrizioni; la chiesa oltre il rifacimento del secolo XIX, ne aveva subito uno nel cinquecento, quando fu dipinto un grande affresco sull’altar maggiore in una specie di abside leggermente concava, rappresentante nel centro Cristo in gloria tra due angeli musicanti, e in basso la scena del “Noli me tangere”, con due nicchie in cui stanno i Santi Andrea e Silvestro. 

L’affresco è opera di un tardo seguace del pittore viterbese Antonio del Massaro detto il Pastura che si ispirava ai maestri Umbri, e porta la scritta: MDXXXX a dì XXI de ottobre; esso era interamente nascosto dall’altare moderno di stucco. 

Al di sotto del dipinto si è ritrovato l’altare primitivo a cippo, in muratura, ma anche esso deve rimontare soltanto al secolo XVI, come tutta la parete divisoria della chiesa, costruita quando si volle ricavare nella parete di fondo dell’unica nave una sagrestia; così che si deve pensare che in origine l’altare maggiore fosse molto più lontano dalla porta.

Unico avanzo del secolo XIII, è venuto fuori il pilo dell’acqua santa; su una parete si è affisso un rozzo medaglione in pietra con un busto d’uomo in profilo, che si trovò alcuni anni or sono in un cavo presso la chiesa, e che si disse rappresentare Enrico di Cornovaglia; ma è opera del secolo XV tarda, rilavorata poi in epoca recente, e di nessun pregio. Ben conservato è l’esterno della chiesa: la facciata in pietra, sormontata dal campaniletto a vela, che porta infissi due leoni del secolo VII - IX, e i due fianchi sono ancora quelli del sec. XIII; l’edificio non era di proporzioni grandiose per quanto situato sulla piazza principale della città».

 

Il Duomo di san Lorenzo nel 1900 circa (Archivio Mauro Galeotti)

Duomo di san Lorenzo 

Accanto all’entrata del Duomo era la Tomba di papa Giovanni XXI, Pietro di Giuliano da Lisbona, unico pontefice portoghese della storia e unico pontefice medico; Dante Alighieri, nella Divina Commedia, al canto XII del Paradiso, vv. 134 - 135, lo chiama Pietro Hispano.

[…]

Sulla tomba antica era scritta una epigrafe con la data errata, poi in seguito corretta, nel 1752 venne letta e riportata da Giuseppe Garampi nelle sue Memorie istoriche:

Ioannes Lusitan(us) / XXI Pont(ifex) Max(imus) / pont(ificatus) sui / mens(e) VIII / moritur / MCCLXIIII / (MCCLXXVII).

Tradotta: Papa Giovanni XXI, portoghese, muore nel 1264, nell’ottavo mese del suo pontificato (1277).

Sotto sono i passi di Dante Alighieri:

...Pietro Ispano / lo qual giù luce in dodici libelli / Dante, Par. XII 134-35. 

[…]

Il 15 Ottobre 1999 il sepolcro del papa è stato aperto e, dal 28 Marzo 2000, la tomba rinnovata, è stata ufficialmente e solennemente inaugurata nel nuovo e, allo stesso tempo, antico sito, infatti, appena morto, fu tumulato nei pressi dell’altare maggiore, in fondo alla navata sinistra per chi entra in cattedrale.

La tomba, costituita da tre semplici parallelepipedi in pietra levigata di Lioz, usata nella città di Lisbona, sono opera dell’architetto Daniela Ermano e la spesa per la realizzazione è stata finanziata dal Comune di Lisbona. Sul fronte del piano dove è appoggiata la statua dormiente del papa è scolpito:

Ioannes pp. XXI (MCCLXXVI -MCCLXXVII) / Pietro Spano / lo qual giù luce in dodici libelli (Dante Alighieri Par. XII).

[…]

In merito ai conclavi tenuti a Viterbo il 25 Novembre 1277 avvenne l’elezione di Giovanni Gaetano Orsini, romano, che prese il nome di Niccolò III, incoronato a Roma il 26 Dicembre successivo. Dante Alighieri lo colloca nell’Inferno nella terza bolgia fra i simoniaci (canto XIX v. 69), morì il 22 Agosto 1280 (Cesare Pinzi dice il 12).

Ultimo conclave, tenuto a Viterbo, fu quello per la elezione di papa Martino IV, il francese Simone de Brion, eletto il 22 (per altri il 21) Febbraio 1281 ed incoronato ad Orvieto il 23 Marzo successivo. Dante Alighieri lo pone nel Purgatorio fra i golosi (canto XXIV vv. 20 - 24).

Tanto è vero che è passato alla storia anche per essere stato un assiduo mangiatore di anguille del Lago di Bolsena, affogate nella Vernaccia, un vino tipico della zona. Anzi sembra che il papa, quando mangiava questo prelibato piatto, esclamasse, «Oh! Santo Dio, quanto male patiamo per la Chiesa di Dio!».