Frate Annio da Viterbo

Vincenzo Ceniti Console Touring

La Sala Regia del palazzo dei Priori di Viterbo, alla fine del Quattrocento, in seguito ai lavori di ristrutturazione e ampliamento dell’edificio, non aveva alle pareti il ciclo di affreschi che oggi ammiriamo - realizzato nel 1599 da un gruppo di artisti (tra cui Tarquinio Ligustri) guidati dal pittore bolognese Baldassarre Croce con episodi e personaggi riferiti alla storia e alle origini della città - ma un altro palinsesto pittorico eseguito da tale Lorenzo Piavre Romano nel 1486 con tutt’altre immagini da quelle attuali, fra cui le mitiche fatiche di Ercole, la leggenda della Bella Galiana, la storia del primo conclave nel palazzo dei Papi e il dono del Gonfalone fatto alla città da un Rettore del Patrimonio.

Lo leggo nel numero unico del 29 aprile 1894 distribuito in occasione della inaugurazione della linea ferroviaria Roma- Viterbo. Un’altra fonte segnala che quelle pitture portavano invece la firma di un artista attivo in quegli anni tra Roma e Viterbo, un certo Giovanni Piacere, autore tra l’altro di alcune opere nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma.

In ogni caso qui dipinti, peraltro di scarso valore e forse incompiuti, non riscossero consensi da parte dei maggiorenti della Viterbo di allora, tanto che vennero rimossi e sostituiti da quelle del Croce, artista ben più quotato del primo, non solo perché allievo del Carracci.

Al di là del loro scarso valore artistico, le ragioni del rifacimento delle figure affrescate dal Piavre potrebbero però riferirsi al desiderio dei viterbesi di allora di trovare - inseguendo le suggestioni di frate Annio da Viterbo (1437-1502) - più nobili ascendenze che avrebbero dovuto assicurare una scossa al lassismo e alla scalogna di quegli anni caratterizzati da disordini sociali e stallo economico che avevano collocato la nostra città in posizioni di retrovia nel ranking con altri paesi: insopportabili litigiosità tra famiglie e fazioni, pestilenze, carestia, inondazioni, condotta sfrenata del clero, baruffe ed altro. Ricordiamoci che intorno alla metà del Quattrocento Viterbo fu falcidiata dalla peste e se non fosse stato per la Madonna della Quercia sarebbero stati guai seri per tutti.

C’era voglia di una salutare restaurazione e di nuovi valori prontamente recepiti da Annio che – da buon falsario di vicende italiche - ricorse a Noè per riscrivere la storia e restituire orgoglio ai viterbesi. Il patriarca biblico, scampato al diluvio universale, sarebbe dunque giunto dall’Armenia sulle rive dell’Urcionio per rifondare Viterbo con rinnovato vigore, insegnando ai progenitori etruschi il rispetto per un Dio supremo, l’amore per l’arte e la scienza ed anche i segreti della vinificazione che troveranno consensi tra le folte schiere di Santi Bevitori degli anni seguenti. Tutti argomenti che dettero nuovi impulsi al campanilismo di quei tempi.

Il mito di Noè fece subito proseliti oscurando le altre leggende sulle origini di Viterbo, compresa quella di Ercole. Ecco forse giustificati quei “ripensamenti” sugli affreschi della Sala Regia da parte dei Priori che Baldassarre Croce seppe recepèire ed interpretare con intelligenza ed effetto.