
Copertina del Taccuino Storico di Villa S. Giovanni in Tuscia di Mauro Cignini, Agnesotti, 1983, 2ª ed.

La Chiesa di S.Giovanni Battista in Villa S. Giovanni in Tuscia
Mauro Cignini (1940-1989), da Villa San Giovanni in Tuscia TACCUINO STORICO, 1983
La Chiesa nuova
Sull’argomento si potrebbe scrivere un libro, perché la costruzione di questa Chiesa, nei primi anni del Settecento, fu decisa dai membri di una Comunità stremata da un susseguirsi di carestie, e in lotta quotidiana contro il potere di un secolo dei più corrotti.
Esiste un grosso mazzo di cartacce del tempo. Ma sono cartacce che, in definitiva, rendono omaggio ad un popolo incapace di organizzarsi, senza più fiducia nella giustizia umana, e invece solidarissimo nell’esprimere a Dio un « atto di fede» con mattoni, tufo e calce.
Attingo da fonti diverse per ricostruire la storia della Chiesa, cosiddetta « nuova » anche nei documenti ufficiali. Però, in questi ultimi, noto lievi discordanze cronologiche, dovute a scarsa informazione o ad errori di copia. Mi dispenso da ogni intervento, e al lettore porgerò il materiale come è negli archivi.
La versione con più credito ci spiega che la « Fabbrica » venne ideata dal parroco don Camillo Fabbri, il quale, nel 1717, posò il primo tufo sugli avanzi di una cappella diroccata (?),che risaliva al tempo del cardinale Gambara. Ma nel verbale (1785) della visita del card. Gallo trovo scritto: «La Chiesa fu incominciata a fabbricarsi nell’anno 1714 e la prima lapide fu posta da Mons. Baccari, Vicario Generale dell’Ecc.mo Cardinale Conti, Vescovo di Viterbo e Toscanella; e questa Chiesa fu edificata colle fatiche e contribuzioni del popolo ».
Il tufo si prelevò dalla cava di Marconi. I capimastri muravano e dalla cava stessa le donne portavano, sopra il cércine, i blocchi da squadrare. La Comunità, nelle ore libere, era in faccende sulle impalcature di ben otto piani (per formare l’ossatura e il ponte della volta), prestate a don Camillo Fabbri dai Vetrallesi, come si può leggere in una carta del 1720, conservata a Roma nell’Archivio di Stato.
La consacrazione della « Fabbrica » avvenne il 19 marzo 1726. Ma nel documento già citato del card. Gallo si dice che « tale Chiesa fu consegnata (o consacrata?) nell’anno 1720, il giorno dell’ultima domenica di maggio dall’Ecc.mo Adriano Sermattei, Vescovo di Viterbo e Toscanella, come costa per gli atti del canonico Ciaci».
Fu dedicata a San Giovanni Battista.
Al termine dei lavori il tempio risultò spoglio e vuoto, con appena l’essenziale per il culto. Fu svuotata la antica Chiesa-cimitero, che restò cimitero soltanto e fino al 1873; ma le suppellettili prelevate dalla vecchia non riempirono la nuova. Quarant’anni dopo, nel 1766, rilevò la necessità di una « rifinitura » il cardinale Marcello Lante, il quale, essendo Prefetto della Congregazione del Buon Governo, impose alla Comunità di San Giovanni un versamento, in arcipretura, di 114 scudi « una tantum », destinati al compenso di stuccatori, pittori e marmorai.
Ecco, ora, un mazzetto di curiosità.
Nel 1785 il campanile aveva due sole campane, mentre il presbiterio veniva chiuso da una balaustra in legno. L’altare del Battista, nel 1759, era stato concesso in privilegio dal Pontefice Clemente XIII al cardinale Oddi. Poi ne fu titolare il card. Serafini. Gli altari minori, nel 1785, risultavano amministrati da questa gente del popolo: Lorenza Liberati (S. Antonio), Maria del fu Giuliano Ferri (S. Giuseppe), Geltruda Paris (Santi Albano e Benedetta), Maria di Apollonio Ferri (Altare del Suffragio). Alla nuova Chiesa spettavano alcuni beni, per lo più lasciti, consistenti in prati, stalle, granai e cantine. I curiosi, sfogliando la scartoffia relativa, troveranno la loro ubicazione e i nominativi dei fittavoli. Il busto argentato del Santo Patrono fu un omaggio dei fedeli (1866) a don Aminto Todini, mentre il ciborio venne offerto nel 1915 dal Padre Mauro Liberati.
La Chiesa ha un’unica navata coperta da una volta a botte. Dal punto di vista architettonico, se si trascura qualche manipolazione successiva al diciottesimo secolo, è evidente un disegno che armonizza gli stili tardo barocco e neoclassico. I quattro altari minori, laterali, sono alloggiati sotto altrettante volte. Non si possono ritenere all’interno di vere e proprie cappelle. Una briciola di pregio hanno le « pale » che raffigurano, con vezzi manieristici, la nascita del Battista e i Santi comprotettori Albano e Benedetta. Firmò su entrambe Francesco Guerrini. Interessante è l’acquasantiera in peperino, che nel bordo reca uno stemma in cui il popolo vuol distinguere due anguille. E’ un pezzo già in uso nella Chiesa vecchia, perché vi è incisa la data 1562. Prezioso è l’organo, costruito nel 1795 dai fratelli Calogero e Innocenzo La Monica, e restaurato nei 1980 dalla Ditta Piccinelli di Padova. C’è, infine, un semplice dipinto su parete secca, scorretto nell’impostazione e nelle figure di Gesù e del Precursore. E’ però un documento. La fantasia dell’ignoto artista ha trasferito il Giordano in un rigagnolo ai margini di San Giovanni, quale era nel 1865.
La Chiesa è stata oggetto di cure dei parroci Stefani, Gasbarri, Taruffi e Berni. Ma la facciata, rustica, è come fu concepita all’epoca di don Camillo Fabbri, e della poverissima gente che la edificò.

I santi Albano e Benedetta di Francesco Guerrini (foto di Barbara Gasbarri)

Altare del Suffragio (foto di Barbara Gasbarri)

La morte di san Giuseppe (foto di Barbara Gasbarri)
DIDASCALIA e “LETTURA” della NATIVITÀ di san GIOVANNI BATTISTA (di Antonio Cignini)
Pala dell'altare maggiore, la Natività di san Giovanni Battista (foto di Barbara Gasbarri). - Appare in buono stato di conservazione questa tela di Francesco Guerrini esente, a differenza di altre presenti nella chiesa, dal nerume diffuso, forse a causa di biacca ossidata. La scena si presenta gradevole anche grazie - parrebbe - a un studio preliminare attento e raffinato dell’artista, che ha voluto una ricca varietà cromatica nell’abbigliamento dei personaggi che ha collocato in primo piano nella metà inferiore della composizione.
Li ha disposti dentro uno schema approssimativamente a forma di X, una X rintracciabile sulle linee che uniscono idealmente le loro teste: 1) quella, sulla sinistra a metà del quadro, canuta e con barba bianca di Zaccaria, il padre, con la sua ampia tunica verdone e col manto bianco-rosaceo; 2) quella, centrale, coperta da un velo grigio chiaro sui capelli, di sua moglie Elisabetta, un grigio chiaro simile a quello della sua veste con cinta rosa alla vita, sulla quale è sovrapposto un manto giallo-nocciola, che dal suo grembo scende fino all’altezza del piede sinistro e che accoglie, afferrato delicatamente dalla sua mano destra, il piccolo, nudo, luminosamente aureolato Giovanni, il futuro Battista; 3) la terza testa - perfettamente allineata alle due precedenti per formare l’asse della X discendente verso il basso a destra - è quella, coi capelli bruno castani raccolti e annodati sulla nuca sopra il collo lungo e scoperto di una giovane ancella, inginocchiata, la quale offre panni a mamma Elisabetta su un ampio vassoio tenuto tra le mani nude fin oltre il gomito dove arriva l’ampia manica rimboccata di una sottoveste bianca, coperta da una tunica azzurro vivo, vivo quanto il rosso del manto annodato alla vita che le ricade all’indietro girando sulla destra.
L’altro asse della X è la linea simmetrica che scende verso l’angolo sinistro che unisce idealmente, ma un po’ imperfettamente altre tre teste: 1’) ancora quella di Elisabetta e 2’) quella, castano chiara, leggermente in alto alla sua destra, simmetrica a Zaccaria, di un’altra ancella anche questa col collo piuttosto allungato, con veste rosa, la quale porge un grande panno rettangolare bianco, tenuto delicatamente tra i due indici e i due pollici delle sue mani. 3’) Leggermente disallineata rispetto alla X è la testolina, più piccola di Giovanni Bambino. - Parrebbero collocati ordinatamente in spazi ben calcolati anche i piedi dei tre personaggi appena visti, disposti sulla porzione di pavimento visibile in basso in direzione dell’angolo basso destro.
Si direbbe che i piedi accennino a un impercettibile movimento ondulatorio in quattro fasi tra il destro di Zaccaria e il destro della serva inginocchiata: I) discesa, II) breve risalita, III) più lunga discesa, IV) breve risalita. I tre piedi centrali, allineati al disegno geometrico delle mattonelle di colore verde grigio alternate a quelle ocra chiaro, accentuano la profondità spaziale di questa zona bassa del quadro dov’è dipinto il pavimento: si impone all’occhio una breve fuga prospettica con punto focale verso sinistra, profondità ribadita anche dalla pedana di legno su cui poggia il piede destro di Elisabetta, una pedana “tridimensionale” anche per sapienti giochi di ombre e luci. - Il resto della pala, verso la sua metà, nell’area retrostante il primo piano descritto e da questo separato da una barra lignea, narra o rievoca eventi precedenti. Elisabetta, sotto un baldacchino di tendaggi verdognoli a copertura del letto con spalliera sul quale è adagiata coperta da un ampio tessuto dal vario e capriccioso panneggio barocco, rivela velatamente e pudicamente i momenti vicini all’evento della maternità. Accanto c’è una giovane dai capelli biondo castani con manto celeste e veste rosso roseo con l’addome leggermente prominente di giovanissima signora incinta. Ma non è la piccola parente Maria di Nazareth, venuta in tutta fretta e riferire dell’Annuncio dell’Angelo Gabriele e delle parole di questo:
”Rallegrati Maria, pienamente gradita a Dio, il Signore è con te… Concepirai e darai alla luce un Figlio, che sarà grande e sederà sul trono di David…”? Elisabetta l’aveva salutata all’arrivo con le parole “A che debbo che la madre del mio Signore venga da me?”. Il pittore Francesco Guerrini sa dai Vangeli e dal committente che L’Angelo annunziante aveva riferito che Elisabetta era al sesto mese e che Maria si fermò presso la sua parente per circa tre mesi, al servizio della gestante anziana e per fare anche lei un po’ di tirocinio di maternità. Che gli eventi siano più divini che umani è significato dallo scorcio di cielo e nuvole nel semicerchio della pala, dal quale si affacciano putti festanti con svolazzi di ali, e di panni al vento e con un cartiglio tenuto a due mani. (Antonio Cignini 15 luglio 2020)
DIDASCALIA e “LETTURA” del BATTESIMO DI GESÙ (di Antonio Cignini)
Chiesa nuova di Villa S. Giovann in Tuscia, il Battistero (foto di Barbara Gasbarri) - Dipinto del Battesimo di Gesù di autore anonimo su committenza dell’arcivescovo Aminto Todini, come attesta l’epigrafe scolpita a pennello, cioè dipinta su una lapide di pietra altrettanto dipinta, ma resa come tridimensionale, in rilievo immaginario, murata a pennello in basso a sinistra al termine di un muretto, ovviamente dipinto, fatto di rozze pietre irregolari, che parrebbero però sistemate non a secco, bensì con essenziale muratura, dipinta. L’epigrafe latina è questa:

AMYNTUS ARCHIP. TODINI
ÆRE PROPRIO FECIT
AN. D. MDCCCLXV
L’ARCIVESCOVO AMINTO TODINI
LO FECE ESEGUIRE A PROPRIE SPESE
NELL’ANNO DEL SIGNORE 1865.
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Con vistoso gusto coloristico, il pittore ha collocato al centro e in primo piano il due protagonisti: Gesù coi piedi immersi nel fluire di un piccolo, grigio, bianco-celeste ruscello. Questo scende da una altura tra due rive, ricche di vegetazione verdeggiante all’inizio, ma che si fanno più spoglie ed erose, con rari ciuffi di piante acquatiche, ma tutte confinanti con una amenissima vasta distesa di prato: un verde dominante e vario dal più chiaro al più scuro che arriva persino sul fusto dei due alberi collocati come estremi di cornice alla sinistra (più scuro e frondoso) e alla destra (più chiaro e con alcuni rami spogli) del Divino Battezzando e del santo Battezzatore.
Il Cristo è parzialmente nudo, ma coperto in gran parte da un lungo panno fluente davanti sorretto dalle sue mani e avambracci incrociati devotamente sul petto. Il Battista indossa un lungo manto rosso, annodato alla vita da cui pende una fiasca, manto che copre la rozza veste tessuta di peli di cammello; sorregge, con la non inquadrata mano sinistra, una lunga croce, che, all’incrocio dei due bracci, sostiene il classico filatterio con la scritta d’obbligo ECCE AGNUS DEI… La sua mano destra regge una grossa conchiglia da cui fa cadere l’acqua battesimale sul capo del Salvatore, un capo più biondo che castano, assai differente da quello, castano scuro come la barba, del Battezzatore mandato dal Cielo.
E il Cielo è presente lassù nel punto più alto del dipinto vicino alla semicircolare cornice superiore, in una diffusa luce giallo dorato che è messa più in risalto da una serie di nubi scure disposte a circolo emergenti da altra nuvolaglia retrostante. È la luce dell’Eterno Padre che si irradia e scende giù fino al Figlio, sul capo del quale come su quello del Battista arrivano anche due raggi emessi dalla Colomba simbolo dello Spirito Santo. La S.S. Trinità nei cui nomi si sono fatti e si fanno tutti i battesimi celebrati in questa chiesa di S. Giovanni. L’abitato del modesto borgo rurale - piccolo gioiello verde del viterbese - è dipinto, nel dovuto lieve avvallamento tra le alture o poggi circostanti, nello spazio pittorico centrale retrostante le due figure in primo piano.
È chiaramente riconoscibile dalla facciata della chiesa, di questa chiesa, dal torrione rotondo in parte pervenuto, dal color tufo delle case ancora non intonacate come oggi. Puramente immaginario, ma indispensabile elemento funzionale alla scena, è invece il fiume Giordano. Acque e ruscelli nelle vicinanze di Villa S. Giovanni in Tuscia ci sono (Vallozzano con l’Infernaccio, la fonte e i fontanili della Scuffiaccia questa col ruscello a seguire che arriva fino ai territori della vicina Blera) ma non in punti da cui si possa inquadrare la facciata della chiesa come in questo scorcio panoramico non si sa quanto approssimativo o quanto fedele a quello che era nel 1865 quando monsignor Aminto Todini volle questo dipinto e lo pagò “ære proprio”, cioè col proprio denaro, di tasca sua, all’anonimo pittore. (Antonio Cignini 15 luglio 2020).
