Il Galletto di Viterbo
 
 
Mauro Galeotti
 
Lo chiamano il Galletto di Viterbo perché è stato trovato anni fa qui vicino alla nostra città ed essendo un Galletto di razza etrusca, se ne è volato via nel pollaio, guarda un po', del Metropolitan Museum a New York.
In effetti il Galletto non è altro che un vasetto di bucchero sottile, appunto, scoperto vicino Viterbo.
 
Un altro pezzo eccezionale che Viterbo si è veduta scippare, a meno che il vasaio etrusco, della seconda metà del VII sec. a.C., appena realizzato il Galletto stesso, l'abbia venduto al Metropolitan Museum di News York.

Tu che leggi dirai che non è possibile sia avvenuta tale vendita... e lo sostengo anche io, fatto è che il Galletto sta insegnando alle gallinelle americane l'alfabeto etrusco.
 
Ora la parola a chi ci capisce più di me, tratto da Epigrafia etrusca su Facebook: "Quello che rende straordinaria l’importanza dell’oggetto è l’iscrizione sul corpo, graffita dopo la cottura, da sinistra a destra, iscrizione che rappresenta l’alfabeto etrusco nella sua forma più arcaica, con ventisei lettere: quelle dell’alfabeto fenicio, comprese quelle cadute praticamente in disuso quando l’alfabeto fu adottato dai Greci, e le lettere che i Greci aggiunsero in seguito.
Questo sul galletto, detto alfabeto di Viterbo, è uno dei più antichi alfabeti ritrovati in Etruria e si fa risalire alla fine del VII o all’inizio del VI sec. a.C.".
 
Anche il sito Canino.info tratta del Galletto di Viterbo, cosa dice?
 
"Non solo, la “distrazione” storica ha fatto si che i principali reperti provenienti da Viterbo abbiano subito una sorta di diaspora (destino comune ad altri centri etruschi) che ne rende problematica una precisa indagine e configurazione storica. Prendiamo ad es. il pezzo più famoso in assoluto, il “galletto” alfabetario in bucchero conservato al Metropolitan Museum di New York. Si tratta con tutta probabilità di un calamaio, come dimostra la cresta-tappo asportabile per consentire di riempire il piccolo vaso con inchiostro. Risale alla seconda metà del VII secolo a.C. ed è universalmente conosciuto da studiosi e appassionati, appunto, come il “Galletto di Viterbo”. Nulla tuttavia sappiamo sulle circostanze del suo ritrovamento: il luogo preciso, il tempo, il suo trasferimento oltreoceano.
L'interesse del reperto è notoriamente dato da una iscrizione destrorsa graffita sulla pancia del vasetto e riproducente l'alfabeto etrusco arcaico, di chiara derivazione greca, con le originarie 26 lettere in uso presso le colonie euboiche della Campania. E' assai ben conservato ma risulta mancante della coda, su cui probabilmente poggiava a mò di terzo piede. La presenza di un anello sul dorso del reperto e di fori sul collo e sulla cresta fa presumere l'uso di un cordoncino per il trasporto e per sorreggere il tappo.

Ma non è volato via solo il Galletto di Viterbo, cosa scrive Canino.info?

Restando negli States, nel Museum of Fine Arts di Boston troviamo un altro reperto viterbese  di elevatissimo pregio: si tratta di una grande kylix a figure rosse degli inizi del V sec. a.C. firmata da Eufronio, il più celebrato ceramista dell'antichità ed anche il più quotato sul florido mercato clandestino. Decorata da un allievo del maestro, il pittore ateniese Onesimos, ha un diametro di quasi 40 centimetri e nel suo interno sono raffigurati due danzatori nudi: uno suona il flauto doppio, l'altro accompagna le sue evoluzioni con un lungo bastone da passeggio. Sul margine del cerchio troviamo la firma dell'autore (EUPHRONIOS EPOIESEN) e la consueta dedica “Il bel fanciullo” (KALOS HO PAIS). La decorazione esterna riporta una processione (KOMOS) di undici uomini ebbri e l'iscrizione “Panaitios è bello” (PANAITIOS KALOS). Il reperto sarebbe stato rinvenuto in data imprecisata da tal Pietro Saveri in un suo fondo a circa tre miglia da Viterbo. Nello stesso museo troviamo un sarcofago di non eccezionale pregio artistico  proveniente da Musarna: è datato  al II secolo a.C. e sul coperchio è rappresentato un uomo recumbente con patera.  

A proposito di Musarna c'è da rilevare una vera e propria dispersione di sarcofagi avvenuta in questo sito già a fine ottocento: tutti i sedici sarcofagi scoperti nel 1898 in uno scavo occasionale finirono infatti  oltreoceano. Di questi una metà si trovano tutt'oggi nei depositi dell'università californiana di Berkeley; altri cinque nel campus universitario di Filadelfia ed uno nel museo della città; uno a Boston. L'ultimo sarcofago di questa serie merita una considerazione a parte per la sua insolita vicenda: già conservato presso l'Università di Harvard, è stato ricomprato nel 1997 dal Comune di Viterbo a beneficio delle dotazioni del Museo Civico. Reperti provenienti da Musarna sono segnalati anche nei musei di Toronto, San Pietroburgo e in Vaticano.

Sul vecchio continente facciamo scalo al British Museum di Londra: qui è conservato un bronzetto alto dieci centimetri raffigurante un guerriero con un grande elmo crestato acquisito nel 1824 alle collezioni museali e qualificato nei cataloghi come proveniente da “Viterbo città” (Viterbo town). Sempre al British recensiamo un disegno a matita lumeggiato a biacca firmato dal viaggiatore inglese Samuel James Ainsley e raffigurante la metà sinistra di un frontone rupestre con rilievi di guerrieri in tenuta da combattimento, alcuni dei quali soccorrono un compagno ferito. E' datato “Viterbo. Nov 1846” e riproduce, con ogni evidenza, la parte oggi mancante del frontone delle tombe doriche di Norchia, al presente esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, ma allora evidentemente ancora in situ, tanto che l'autore poté copiarla.

Proveniente da Castel d'Asso troviamo a Copenaghen un'anfora attica a figure nere di età arcaica del pittore di Antimenes, attivo ad Atene nell'ultimo quarto del VI secolo a.C.: ha il corpo in vernice nera e il collo decorato con tralci d'uva, satiri danzanti e motivi geometrici. Un gruppo di ceramiche sono infine pervenute, sempre da Castel d'Asso, nelle collezioni del Royal Ontario Museum di Toronto".