
Personale del Gran Caffè Schenardi nel 1957 circa

Viterbo STORIA
Mauro Galeotti
La foto qui sopra ritrae il personale del Gran Caffè Schenardi nella metà degli anni '50 del secolo scorso.
Tra loro è Matteo, il terzo da sinistra, che ricordo con grande affetto perché abitava in Via san Bonaventura, nel portone accanto alla bottega di frutta di mia nonna Maria Ceccarelli in Matteacci.
Io, bambino di 6, 7 anni, essendo nato nel 1951, facevo la posta a Matteo quando rientrava in casa, perché mi regalava sempre una, due caramelle accompagnate da un sorriso e una carezza. Bastava, allora, un'attenzione così semplice per creare in me un sentimento speciale verso quell'uomo, affettuoso e molto modesto.
Ho avuto la fortuna di contattare Giovanni Pinducciu, che ringrazio. Nella foto è il primo da sinistra, contattato proprio a seguito della ritrovata preziosa foto e lui gentilmente mi ha risposto e raccontato un po' di storia del più antico Caffè di Viterbo, Schenardi.
Egr. Sig. Galeotti,
quell’uomo che lei ricorda era Matteo, napoletano di nascita, persona gentilissima, era uno dei quattro camerieri di sala.
Inizio a descrivere le persone nella foto scattata verso il 1957, da sinistra, io, Giovanni Pinducciu, Tullio Cifola che poi si arruolò nella Polizia stradale, Matteo il napoletano che lei ricorda, Romoletto il più anziano dei Barman, il giovane dietro, credo ”Candela” il siciliano che emigrò in Germania dove ebbe fortuna, apri una gelateria, l’ultimo in piedi con i baffi tutto azzimato “Monofo” siciliano di nome e di fatto, e l’ultimo il capo di tutti, Arduino Cianchella, colui che inventò il “103” bianco dolce, bianco secco, rosso dolce, rosso secco.
Mancano dalla foto, tutti i cinque o sei pasticceri, l’addetto alla sala giochi, il capo cameriere Sorrentino che gestiva anche la trattoria 4 Stagioni, morto di cancro allo stomaco, era l’unico che parlava inglese, non voglio dimenticare la mia collega al bancone delle paste e dolci. Ricordo infine i tre fratelli Javarone Renzo, Celeste e Carlo e la sorella (la signorina).
Non voglio dimenticare il sor Pietro, il padre, uomo burbero e duro come non mai, che però rimase con noi non ben poco e se ne andò a miglior vita.

Il barman Celestino Cima e Pietro Javarone,
uno dei proprietari storici del Gran Caffè Schenardi,
primi anni '50 (Archivio Mauro Galeotti)
Cosa mi porto dietro dei ricordi di quei quattro anni dal 1956 al 1959 trascorsi al Caffè Schenardi? Tante cose, vivere in un ambiente ricco di cultura, di arte, di politica.
Rammento Orio Vergani, i suoi tè e i suoi pasticcini seduto là, in fondo alla sala, a scrivere, e ricordo i pittori come Giuseppe Cesetti, Fortunato Del Tavano, e attori, attrici come Anna Moffo, Gina Lollobrigida, Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Pietro Germi e il Re di Svezia che parlava degli Etruschi con Renzo Javarone, e il poeta Alfonso Gatto, proprio quello che scrisse la poesia dedicata a “Piazza della Morte” di Viterbo.

Il Gran Caffè Schenardi negli anni '60-'70, il banco (Archivio Mauro Galeotti)

Il Gran Caffè Schenardi negli anni '60-'70, la sala (Archivio Mauro Galeotti)
E mi ricordo anche quel giornalista de “Il Bullicame” che ogni mattina ordinava un caffè:
- Arduino un caffè.
- Pronto il caffè sor Giovanni [Lucchesi].
Chiamava Arduino a voce alta in modo che tutti potessero sentire e 'l sor Giovanni rispondeva a voce alta e stentorea:
- Arduino… me l’hai maneggiato?
- No! Rispondeva Arduino…
- Bene adesso maneggiamelo...
Grande scandalo tra le signore presenti…
E questa scenetta si ripeteva tutti i giorni, per molto tempo ancora.
Questo giornalista era piccolo di statura, un po' cicciottello, sempre con passo rapido, un viso simpatico con un pizzetto rado sul volto rotondo.
Ecco un episodio che non sono mai riuscito a dimenticare tra i tanti a volte belli a volte tristi.
I ricordi si accavallano, come i personaggi da me visti, visti con gli occhi di un ragazzo che a quel tempo portava a casa tutta la sua paghetta alla mamma per poter pagare almeno l’affitto di casa.
Mia madre, sepolta a Viterbo accanto a mio padre, lontano dalla sua terra di origine, la Gallura, e che nel corso della mia esistenza quei quattro anni non li rimpiango, perché mi hanno lasciato qualche cosa di importante dentro, quel periodo è stato la mia “Università”.
Grazie ancora e se capito a Viterbo mi dia la possibilità di incontrarla.
Cordiali saluti
Giovanni Pinducciu
Caro Giovanni grazie di cuore, un altro popolare pezzo di storia di Viterbo. Mauro Galeotti
