Viterbo Piazza delle Erbe con Via Roma e Via Saffi negli anni '20 del 1900 (Archivio Mauro Galeotti)

Curiosità: Lo Statuto di Viterbo del 1251 ordinava agli operai dei campi, disoccupati, che dovevano sostare in piedi sulla Piazza delle Erbe per essere più facilmente reclutati da chi ne avesse avuto bisogno.

Viterbo STORIA
Mauro Galeotti

Il Comune di Viterbo sta cercando di affittare un locale in Piazza delle Erbe, una delle piazze più belle di Viterbo, ma conosci la sua storia?Eccola qua! Per ora escludo la storia della fontana che tratterò in seguito. 

Piazza delle Erbe Piazza delle Erbe, si trova nel così detto Vico Prato Cavalluccalo, nominato sin dal 1055.

Nel 1160 è detta platea Flayana, nome che avrà fino al XIV secolo, anche nella versione Platea Flajanorum. Le deriva dalla famiglia Faiani, già incontrata nella descrizione della Chiesa di santo Stefano, che nei pressi aveva i suoi possedimenti. 

Nel XV secolo si chiamò di santo Stefano per la presenza della chiesa omonima. Pietro Savignoni riferisce di un documento, datato 27 Maggio 1464, col quale papa Pio II, su richiesta dei Viterbesi, donò loro circa cinquecentoquarantasei ducati d’oro «del sussidio ordinario e del salario», da utilizzare a scelta dei Viterbesi stessi o «per ampliare la piazza di Santo Stefano in Viterbo, o che una metà sia donata al Comune ed il rimanente esatto per la Camera apostolica».

Lo Statuto di Viterbo del 1251 ordinava agli operai dei campi, disoccupati, che dimoravano nei quartieri di san Matteo in Sonsa e di san Sisto, di sostare in piedi sulla piazza per essere più facilmente reclutati da chi ne aveva bisogno. Dovevano restare seduti coloro che già lavoravano.

E’ del 31 Marzo 1476, come riferiscono le Riforme, il bando col quale si stabilisce «che nessun forestiero, sia Ligure che d’altra parte, osi permanere in piazza S. Stefano, se non per acquistare alcunché di più che necessario, sotto pena di 6 bolognini».

Poi accadde un evento importante. Il 28 Ottobre del 1493, venne in città papa Alessandro VI, ed in suo onore fu detta Alessandrina, come risulta da un documento datato 18 Dicembre di quell’anno. 

A spese della Camera papale, il papa volle dare nuovo lustro alla piazza, facendo abbattere le numerose botteghe costruite all’intorno le quale ne avevano deturpato l’estetica e la funzionalità.

Il provvedimento fu preso dai priori in data 6 Novembre 1493, allorquando nominarono una commissione di otto cittadini.

Morto il papa nel 1503, la piazza ritornò ad essere chiamata, come era desiderio della popolazione: Piazza santo Stefano. Così fu almeno fino al 1655, quando la Chiesa di santo Stefano fu distrutta. Ma in realtà tale nome lo tenne ancora per alcuni anni, infatti, con Bando generale sopra le Strade dentro, e fuori della Città di Viterbo, datato 28 Aprile 1689, si intima:

«che nella piazza di S. Stefano, non possino fermarsi à vender legna, pertiche, forcine, tavole, et altre cose simili tanto di Viterbesi, quanto de Forastieri, sotto pena della perdita delle legna, et altro come di sopra, ma solo potranno fermarsi nella piazza della fonte grande, et S. Croce, et il giorno del mercato in strada nova [oggi Via Cavour]. 

Item, che in detta piazza di S. Stefano, avanti alli banchi dove si vende il pane non si possa vendere cosa alcuna, eccetto i meloni à suo tempo, sotto pena di uno scudo, per ciasche persona, e volta».

Prese, poi, il nome delle Erbe per il mercato giornaliero di erbaggi che vi si teneva da lungo tempo. Nel 1798, sotto i Francesi, assunse il nome di Piazza dell’Uguaglianza, in quell’anno veniva proibito, a mezzo affissione di un manifesto, fare incetta di alimenti che si vendevano «a Some, a Ceste, a Canestre […] per rivenderli, ed anche comprarli per se, a detta misura prima di un’ora avanti mezzo giorno di ogni mattina, e precisamente prima che non sarà levata la Bandiera che si terrà nel Cantone di detta Piazza, e vi si metterà ogni mattina, dal Custode di essa.

Questi oggetti di sussistenza devono stare a beneficio della Massa degli Abitanti, e nessuno per empire la propria casa può spogliare la Piazza, finchè questa non sia stata fornita dei generi suddetti al meno sino all’ora indicata, ed a questo proposito nessuno potrà infastidire i Venditori come si è sino ad ora veduto pratticare».

In un altro manifesto del 29 Luglio 1850 leggo: «E’ proibito ai Venditori di erbaggi d’ingombrare le strade con banchi, ceste e canestre in che sogliono tenerli fuori de’ loro spacci; ed a quelli di Piazza d’Erbe è consentito di tenerli dentro il limite demarcato dalle colonnette che vi furono erette a questo fine».

Quelle colonnette erano già in uso nel 1843 infatti con notificazione del 21 Agosto 1843 il delegato apostolico Marcello Orlandini dispone: «Sulla Piazza dell’Erbe non potranno ritenersi i banchetti per vendere erbaggi, pane ed altri generi se non entro la linea delle colonne, e non sarà lecito agli Erbaroli di condurre, ed esporre sulla Piazza erbaggj che non siano già scelti, netti, e lavati o entro le rispettive chi ne avesse, o nel luogo della provenienza, o della abitazione de’ venditori, non volendosi a nessun patto soffrire la vista delle immondezze dei fracidumi che risultano dall’arbitrarsi di costoro a scegliere e lavare sulle Piazze e nelle fontane che vogliamo assolutamente nette e pulite sotto la stabilita penale di sc. 2 a carico di chiunque vi contravverrà».

Dal 13 Giugno 1874 il sindaco ordinò che il mercato degli erbaggi, frutta e altri commestibili fosse trasferito in Piazza Fontana Grande e in Piazza dell’Oca, oggi della Vittoria, ma il mercato non trovò molti consensi da parte degli ambulanti.

Cesare Pinzi, storico, ricorda che sulla Piazza delle Erbe si effettuava un mercato, forse d’erbaggi, sin dal 1476.

Nel 1872, la piazza è stata intitolata a Vittorio Emanuele, poi con la caduta dei Savoia, è tornato il nome popolare delle Erbe.

Nel ‘900 fino alla metà dello stesso secolo, vi si radunavano le carrozze tirate dai cavalli, per il servizio passeggeri da condurre agli alberghi o verso le stazioni. 

L’Estate, buona parte di essa, veniva ravvivata dai tavoli e dalle seggiole del Caffè Schenardi. 

Oggi tutto ciò è rimasto solo nelle cartoline, nelle foto, nella memoria.

Dal mio libro "L'illustrissima Città di Viterbo" Viterbo. 2002