
San Massimiliano Maria Kolbe ad Auschwitz
Villa San Giovanni in Tuscia STORIA
Micaela Merlino
Nel “Giorno della Memoria” San Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941) continua ad insegnare, con il suo esempio di sacrificio, che l’ “Amore nel tempo dell’odio” non solo è possibile ma è necessario.
Polonia, 1904: un ragazzino troppo vivace ed impulsivo, viene sgridato da sua madre che, persa la pazienza, gli dice: “Raimondo, che ne sarà di te?!”.
Quella domanda che sembra racchiudere un po’ di sfiducia in lui, lo colpisce come una sferzata. La mamma ha ragione, pensa in cuor suo, lui deve imparare ad essere più bravo ed ubbidiente. Comincia allora ad andare spesso a pregare presso l’altarino casalingo dedicato a Nostra Signora di Czestochowa, finché un giorno, avendo chiesto alla Madonna cosa davvero ne sarebbe stato di lui, la Vergine Maria gli si presentò in una visione. “La Santa Vergine mi è apparsa tenendo due corone, una bianca e l’altra rossa.” raccontò alla mamma, “Mi ha guardato con amore e mi ha chiesto quale scegliessi. Quella bianca significa che sarò sempre puro, quella rossa che morirò martire. Ho risposto: - Le scelgo tutte e due!-”
Polonia, 1° settembre 1939: l’armata tedesca di Hitler invade il paese, la seconda Guerra Mondiale ha drammaticamente inizio. Frate Massimiliano Maria, animato dal coraggio della fede, trasgredendo l’ordine dei Superiori resta con una cinquantina di confratelli a Niepokalanòw.
Nel 1912 dalla nativa Polonia era andato a studiare Filosofia e Teologia a Roma, al Collegio Serafico Internazionale e alla Pontificia Università Gregoriana. Nel novembre del 1914 aveva fatto la professione solenne entrando nell’ordine dei Frati Minori Conventuali, e aveva assunto il nome religioso di Massimiliano Maria, rinunciando a quello di Raimondo Kolbe. Nel 1917 insieme ad altri sei confratelli del Collegio Serafico Internazionale aveva costituito il movimento mariano di preghiera e di azione evangelizzatrice “Milizia dell’Immacolata”, e nell’aprile del 1918 era stato ordinato sacerdote. Nel luglio del 1919 era rientrato in Polonia.
Niepokalanòw, la “Città dell’Immacolata”, quel convento adibito anche a casa editrice della rivista “Rycerz Niepokalanej” l’ha fondata lui nel 1927, come potrebbe abbandonarla? E come potrebbe infrangere il quarto voto pronunciato nel 1932 insieme agli altri fondatori della “Milizia dell’Immacolata”, cioè essere “disposti a tutto” per rimanere fedeli all’Immacolata, affrontando il compito dell’evangelizzazione anche nelle missioni più difficili e tra le prove più dure?
La terribile prova alla quale p. Massimiliano e i suoi confratelli si sentono ora chiamati, è quella di resistere con le armi dell’amore e del sacrificio alla dominazione hitleriana. Già l’anno prima, nel marzo 1938, a Berlino il suo fervente spirito missionario s’era conservato saldo pur in mezzo alle bandiere a svastiche, che sventolano tra venti di odio.
Ma ormai in quel tragico settembre del 1939 il suo martirio è veramente iniziato. A metà del mese, dopo fitti bombardamenti, le truppe tedesche occupano e saccheggiano Niepokalanòw, e il 19 settembre p. Massimiliano e altri 35 frati vengono arrestati e portati come prigionieri in vari campi di concentramento, Lamsdorf, Amitz e Ostreszow.
Vengono rilasciati dopo circa due mesi e mezzo, l’8 dicembre, proprio il giorno dell’Immacolata. I frati tornano a Niepokalanòw per dare ancora testimonianza di amore cristiano e nel 1940, nonostante la distruzione subita dal convento, alla meglio organizzano quel che resta in ambienti per dare ricovero e rifugio agli espulsi dalla Polonia occidentale, tra i quali c’erano anche molti ebrei.
Ma il 17 febbraio 1941 p. Massimiliano viene di nuovo arrestato dalla Gestapo, insieme ai confratelli p. Pius Batosik, p. Antonin Bajewski, p. Giustino Nazim e p. Urbano Cieolak, e tutti tradotti nella prigione di Pawiak di Varsavia, dove subiscono violente percosse. Nonostante il dramma della situazione nella quale si trova insieme ai suoi confratelli, p. Massimiliano ha la forza di scrivere ai frati rimasti a Niepokalanòw di non disperare e mantenersi fedeli a Dio e all’Immacolata perché “compiendo fino in fondo il nostro dovere possiamo, per amore, salvare tutte le anime”.
Il 28 maggio seguente fu trasferito nel campo di concentramento di Auschwitz, dove fu contrassegnato con il numero 16670. Ricoverato nell’infermeria a causa dei violenti maltrattamenti subìti, continua a pregare, a rincuorare i tanti prigionieri stremati e a confessare nonostante gli sia stato proibito.
Fine luglio 1941: un prigioniero del Blocco 14, quello dove si trova anche p. Massimiliano, è riuscito ad evadere. Le guardie, stando agli ordini ricevuti dal capo del campo di concentramento, eseguono subito la rappresaglia punitiva: scelgono dieci prigionieri e li condannano a morire di fame e di sete, un supplizio orribile che non lasciava scampo. Uno dei condannati viene colto dalla disperazione, comincia a urlare che non vuole morire, perché spera di poter un giorno riabbracciare la moglie e il figlio.
P. Massimiliano prende finalmente in mano la “corona rossa” mostratagli dalla Vergine Maria in quella visione della sua lontana infanzia: “Voglio morire al posto di questo condannato”, dice facendosi avanti. Il carceriere è perplesso, ma dopo qualche istante di riflessione accetta la proposta, anche perché c’è doppia vendetta nel far morire un frate-sacerdote. P. Massimiliano viene internato insieme agli altri nove infelici nella cella della morte, ed è proprio lui che continua a consolarli nelle lunghe ore dell’agonia.
Muoiono tutti meno che lui, nonostante fosse ormai ridotto come uno scheletro. Il 14 agosto i carcerieri decidono di eliminarlo definitivamente con una iniezione mortale: vistili entrare con una siringa p. Massimiliano capisce, allora allunga il braccio da sè verso i suoi uccisori senza un gesto di opposizione né una parola di rabbia, ma continuando a pregare. E’ singolare che una delle frasi spesso ripetute da p. Massimiliano prima di quel terribile giorno era: “Su questa terra, non possiamo lavorare che con una sola mano, perché con l’altra dobbiamo aggrapparci, per non cadere. Ma in Cielo, sarà diverso! Nessun pericolo di scivolare, di cadere! Allora, lavoreremo ancora di più, con tutte e due le mani!”.
La sua fede in Dio e nell’amore per il prossimo non s’era scalfita, neppure nel mezzo delle tante sofferenze patite nel lager. Pochi giorni prima di morire disse ad uno dei prigionieri: “L’odio non è una forza creatrice. Solo l’amore è creatore. Questi dolori non ci faranno cedere, ma devono aiutarci, sempre di più, ad esser forti. Sono necessari, con altri sacrifici, perché coloro che rimarranno dopo di noi siano felici”. P. Massimiliano Kolbe è stato canonizzato da Papa Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1982 come martire della carità, la sua testimonianza è un fulgido esempio di amore cristiano incondizionato e totale, che continua a dare speranza e fiducia nei tanti momenti bui della storia umana.
