Palazzo dell’Abbazia di san Martino al Cimino nel 1900 e Porta san Pietro (Archivio Mauro Galeotti)

Viterbo STORIA
Mauro Galeotti

Palazzo dell’Abbazia di San Martino al Cimino o dell'Abate quante volte vi passiamo accanto e non ci accorgiamo di quanto importante sia la sua storia.

Eccola!

Al n° 80 di Via san Pietro è il bel palazzo già sede dell’Ospizio degli Esposti, brefotrofio, divenuto poi Istituto di assistenza per l’infanzia della Provincia di Viterbo e attualmente sede di associazioni culturali e della Circoscrizione del Comune di Viterbo.

In questa area sorgeva un palazzo innalzato nel 1220 e fu chiamato col nome di Palazzo dell’Abbazia di san Martino al Cimino, poiché serviva da riparo a quei Monaci Cistercensi che si trovavano indifesi tra i Monti Cimini.

Questi monti erano detti dai Romani Silva Ciminia; furono descritti da Tito Livio (IX, 36 - 39) come impenetrabili, a tal punto, da non avere uguali nel Lazio. Nel 1436 vi trovò alloggio Baldassarre Gatti, abate di quel monastero, da ciò gli deriva l’altro nome Palazzo dell’abate.

Nel 1442 vi si stabilì il rettore del Patrimonio monsignor Giovanni da Rieti. Il palazzo fu dato in Commenda assieme all’Abbazia di san Martino al Cimino dal 1461 al 1564. Il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini (1440 - 1503), divenuto poi papa Pio III (1503), vi eseguì nel 1482 importanti restauri essendo stato nominato Abate Commendatario dell’Abbazia di san Martino al Cimino.

Infatti fece costruire, al di fuori delle mura urbiche, quel tratto di palazzo che va dalla torre merlata verso Porta san Leonardo. Il cardinale voleva raggiungere, in quella direzione, la torre sulle mura, ma la Comunità di Viterbo non glielo consentì.

Il Palazzo dell'Abbazia nel 1893 prima dell'abbattimento e rifacimento della facciata, a sinistra è Via del Colle, in seguito chiusa (Archivio Mauro Galeotti)

Nel 1525 vi trovo messer Giulio della Rovere e nel 1535 un Riario, entrambi abati del monastero. In seguito fu usato come quartiere generale dei mercenari assoldati dal Comune o dalla Chiesa.

Poi, dal 1564 al 1645, fu unito al Capitolo di san Pietro.  Il 7 Novembre 1634 fu data gran festa in onore del cardinale Giovan Battista Pamphili, fratello di Pamphilo e cognato di donna Olimpia, fu poi, il 15 Settembre 1644, eletto papa e scelse il nome di Innocenzo X. Dal 7 Ottobre 1645 la costruzione fece parte del Principato di donna Olimpia Maidalchini Pamphili, dal 1760, fu in possesso dei Doria Landi, famiglia ereditaria per successione.

Dopo una breve permanenza nel Palazzo degli Onesti, in Via san Pietro, acquistato nel 1864, l’Ospizio di santa Francesca Romana non rispondeva più alla funzionalità della sua opera nel ricoverare gli esposti illegittimi; in data 1° Novembre 1891 fu allora deciso di ampliare la sede acquistando il Palazzo Doria Landi diviso solo da Via del Colle. Con la chiusura della via si poterono unire i due palazzi. Il Nuovo Brefotrofio fu inaugurato il 5 Novembre 1899 alle ore 10,30 con un discorso di Cesare Pinzi.

Il Palazzo dell'Abbazia con la facciata rifatta nel 1899 (Archivio Mauro Galeotti)

La facciata fu interamente rifatta, distruggendo le finestre a bifora trilobate dell’ultimo piano, poi riprodotte sulla nuova facciata al secondo piano. Furono completamente inventate quelle del primo piano e del piano terra, le prime delle quali si ispirano a quelle del Palazzo papale.

I bambini venivano abbandonati per lo più al tramonto e venivano lasciati all’ospizio attraverso la ruota o da un latore o latrice, cioè da una persona incaricata del loro trasporto.

Già nel 1472, il 7 Novembre, si ha memoria di una assistenza pubblica ad un neonato che fu abbandonato davanti alla porta del Palazzo dei priori. Fu soccorso ed i magistrati battezzandolo gli dettero il nome di Giovanni Ercole Novello.

 Subito dopo fu consegnato ad una balia la quale, per i suoi servizi, avrebbe preso un baliatico di tredici ducati d’oro e una certa quantità di olio all’anno; la donna doveva provvedere anche all’acquisto dei vestitini. Oggi il palazzo è di proprietà comunale e necessita di urgenti restauri.

La facciata è stata rifatta completamente con bei conci in peperino ed eleganti finestre a bifora, opera eseguita nel 1899, sotto la direzione dell’ingegnere viterbese Enrico Calandrelli (1833 - 1902).

Al centro della stessa è un grande stemma con la croce a due braccia di Santo Spirito.

dal mio libro L'illustrissima Città di Viterbo, Viterbo, 2002

 

Il palazzo oggi