Pelike da una tomba di Cerveteri con vendita di olive, VI a.C.- Musei Vaticani

Roma STORIA
Micaela Merlino archeologa-giornalista

Si avvicina la tradizionale raccolta delle olive in Tuscia, un lavoro agricolo diffuso anche tra gli Etruschi, che furono buoni produttori, costanti consumatori ed anche esportatori del loro “oro verde”.

Lungo tutto il suo sviluppo storico, la società etrusca ebbe un’economia in prevalenza agricola, potendo contare su un territorio molto fertile, come è anche ricordato da alcuni scrittori di età romana. In particolare nell’Etruria meridionale tale feracità derivava dalla composizione geologica dei terreni, nel settore sud suoli di origine vulcanica, il c.d. paesaggio del tufo, a ovest le colline calcaree delle zone di Tarquinia e dei Monti della Tolfa, e pianure lungo la costa drenate con efficienti opere idrauliche che ne scongiuravano l’impaludamento.

La coltivazione più largamente diffusa fu quella dei cereali, il grano soprattutto. Lo scrittore romano Marco Terenzio Varrone nel suo “De re rustica” scrisse che la produttività cerealicola dei terreni etruschi era eccezionale, potendo vantare un rapporto tra seminato e raccolto di 1:15. Seguivano poi, per diffusione, la coltivazione della vite e, al terzo posto, quella dell’olivo. La pratica agricola degli Etruschi è documentata anche da attrezzi di lavoro rinvenuti nei santuari dove furono offerti come doni votivi, modellini in bronzo di aratri, figurine di animali domestici come i buoi, contenitori per conservare le derrate alimentari.

Negli ultimi decenni allo studio di questi reperti archeologici si sono affiancate le analisi paleobotaniche, che hanno permesso di conoscere in modo più preciso ed approfondito piante, erbe, frutti presenti nel paesaggio e che gli Etruschi utilizzavano per usi alimentari, ma anche per altri scopi. Per quanto riguarda l’olivo conosciamo i vocaboli con cui gli Etruschi denominavano sia la pianta che il suo frutto: elaia (pianta di olivo) e eleiva (olio). Entrambe queste parole sono di derivazione greca, infatti forse nel dialetto dorico l’olio era chiamato elaiwa. Ciò ha indotto alcuni studiosi ad ipotizzare che l’introduzione della coltivazione dell’olivo in Etruria, avvenne dall’VIII o dal VII secolo a.C. per influsso culturale dei coloni greci dell’Italia meridionale e della Sicilia.

Tuttavia è certo che l’olivo selvatico (oleastro), che cresce isolato o in forma boschiva, fosse già presente da molti secoli nel territorio poi abitato dagli Etruschi.

In Etruria la coltivazione dell’olivo si diffuse soprattutto nel VII e VI secolo a.C., non solo nell’attuale Toscana, in particolare in Val di Chiana e nei dintorni di Chiusi, ma anche nell’Alto Lazio, sia nelle pianure costiere che nell’area collinare interna. L’olivo era usato a scopo alimentare, dai frutti si ricavava l’olio con il quale si condivano gli alimenti, ma era impiegato anche per preparare le salse. Pure le olive ebbero un posto di rilievo come cibo che garantiva un buon apporto proteico, in genere erano consumate in salamoia. La raccolta delle olive era un lavoro piuttosto impegnativo, veniva fatta a mano salendo sulle piante, ma i rami più alti venivano battuti con un lungo bastone di legno, per far cadere le olive a terra. Altre persone, poi, radunavano i frutti, li raccoglievano e si occupavano della loro spremitura. In genere la raccolta avveniva verso la metà del periodo autunnale, ma potevano essere raccolte in tempi diversi, a seconda se si volevano olive più o meno mature.

Secondo Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) “Quanto più l’oliva è matura, tanto più denso è il succo e meno piacevole al gusto. Ma il periodo migliore per la raccolta, al fine di conciliare qualità e quantità, è quando l’oliva comincia a scurire”. La testimonianza di Plinio è interessante, anche perché attesta un antico modo di raccolta delle olive: non bisognava aspettare che i frutti cadessero spontaneamente a terra (per evitare la fatica di coglierli dagli alberi), né si doveva scuoterli con lunghi bastoni, bensì bisognava seguire una “regola antichissima (…) non strappare l’olivo e non percuoterlo”, cioè cogliere i frutti con accortezza e pazienza, uno ad uno, senza apportare alcun danno alle piante. Ovviamente queste sono considerazioni riportate da un autore romano, che però nella compilazione della sua vasta opera, la “Naturalis Historia”, desumeva le notizie da libri e trattati precedenti, molti ormai perduti.

Chissà se questa “regola antichissima” non fosse usata proprio dagli Etruschi, e magari consigliata in qualche manuale di agronomia non giunto fino a noi. Dopo la spremitura l’olio veniva venduto al minuto (ma anche esportato fuori d’Etruria), come sembra mostrare la scena dipinta su una pelike a figure nere del VI secolo a.C. attribuita al Pittore di Plousios, e rinvenuta in una tomba di Caere (Cerveteri). Mostra due personaggi, un uomo e una donna, davanti ad un grande vaso che forse contiene olio. L’iscrizione che accompagna la scena è beneaugurante: “Oh padre Zeus, possa diventare ricco!”. Molto interessanti sono state le analisi paleobotaniche condotte sul contenuto di alcuni vasi, rinvenuti nel relitto dell’isola del Giglio. Si tratta di una nave etrusca (secondo altri greca) datata al 600 a.C., scoperta casualmente negli anni ‘60 del XX secolo a circa 50 m. di profondità, poi dimenticata e “riscoperta” negli anni ‘80. Le indagini hanno rivelato che all’interno di alcune anfore erano contenute delle olive.

Questi frutti sono stati trovati anche in un contesto funerario, all’interno della “Tomba delle Olive” di Cerveteri (575-550 a.C.). Erano contenute in una pisside di bronzo che faceva parte del corredo del defunto, insieme ad altri vasi da banchetto. Noccioli d’oliva sono stati rinvenuti anche a Vicarello presso il lago di Bracciano, addirittura in un contesto archeologico dell’Età del Bronzo Medio o Recente, a Tarquinia (VIII secolo a.C.), a Blera in località “Le Pozze” (metà IV-inizi I secolo a.C.). Analisi di residui organici ritrovati entro anfore, dolia e olle rinvenute nella “Casa delle Anfore” a Marsiliana d’Albegna (Grosseto) in località Poggio Alto (fine del VI-inizi V secolo a.C.), hanno restituito tracce di olio forse attribuibili a resti di conserve a base di pesce. L’olio non era utilizzato solo a scopo alimentare, ma anche per altri usi, in particolare per la preparazione di unguenti, per creme di bellezza e balsami, conservati in tipici vasetti (aryballoi) in bucchero o in argilla figulina.

L’olio era usato anche come unguento per detergere la pelle da parte di atleti etruschi, così come facevano i Greci. E’ da credere che l’olio fosse impiegato pure per l’illuminazione, ne fa fede il lampadario etrusco in bronzo di Cortona del IV secolo a.C., rinvenuto fortuitamente nel 1840 in località “Fratta” e conservato nel Museo dell’Accademia Etrusca. E’ splendidamente ornato di figure simboliche, e lungo la sua circonferenza presenta sedici beccucci, all’interno dei quali era collocato l’olio che permetteva alle fiammelle di ardere.

 Lampadario etrusco in bronzo di Cortona del IV secolo a.C.

Un accenno di paesaggio ameno con piante di olivo si trova nella famosa “Tomba dei Leopardi” di Tarquinia (prima metà del V secolo a.C.). Sulla parete di fondo è dipinta una scena di banchetto, sovrastata da due leopardi in posa araldica davanti ad un virgulto; sulle pareti laterali sono raffigurati danzatori e musici in mezzo ad alberelli di olivo carichi di frutti. Immagine di una dimensione ultraterrena serena e gioiosa, nella quale l’anima dei trapassati si immerge, o allusione ai riti che realmente si svolsero all’aperto, presso la tomba in occasione dei funerali?

Tomba dei Leopardi

Comunque sia pare verosimile ritenere che anche gli Etruschi, come altri popoli mediterranei, attribuirono all’olivo e ai suoi frutti forti valori simbolici. Basti ricordare, per un confronto, il mito di fondazione della città di Atene, che faceva dell’olivo una pianta sacra alla dea Atena. In gara con il dio Poseidone per aggiudicarsi il possesso dell’Attica, la dea infisse nel terreno la sua asta facendo così nascere la pianta di olivo. Purtroppo poco si conosce della mitologia etrusca, ma è probabile che anche gli Etruschi abbiano elaborato qualche affascinante storia legata a quell’“oro verde”, che facilmente per la sua importanza poteva essere considerato un gradito dono degli dei.