Villa san Giovanni in Tuscia STORIA
Micaela Merlino archeologa giornalista

Pochi giorni fa è stato ricordato il 75° anniversario dello sbarco degli Alleati in Normandia, simbolo storico dell’inizio della liberazione dell’Europa dal dominio nazista.

Ma ancora oggi ci sono dei “prigionieri di guerra” che attendono di tornare nei loro paesi. E vicino a Milano è stato creato anche un Museo per ricordarli.

Pochi giorni fa è stato ricordato il 75° anniversario dello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944, il D-Day messo in atto dalle forze alleate contro la Germania nazista, che è diventato il simbolo dell’inizio del declino di uno dei regimi totalitari più crudeli della storia, il Terzo Reich.

La guerra finì l’anno dopo, nel 1945, le nazioni invase erano state liberate, furono liberati anche i superstiti degli orrendi campi di concentramento. “Libertà” fu la parola urlata con gioia da milioni di persone, che festeggiavano la fine di un lungo incubo. Migliaia e migliaia di morti, tra soldati e civili, migliaia di feriti, città sventrate, famiglie devastate, questa fu l’eredità lasciata dal conflitto. Ma tra le vittime della guerra ci fu anche il patrimonio culturale dei popoli europei, distrutto dalle bombe, dai rastrellamenti, dalle sanguinose operazioni belliche.

Henry La Farge faceva parte dei “Monuments Man”, un’unità militare speciale formata da architetti, curatori di musei, esperti d’arte incaricati di ricercare, recuperare e salvaguardare i beni artistici. Nel 1946 pubblicò a New York il libro “Lost Treasures of Europe” (“Tesori perduti d’Europa”), una raccolta fotografica di 427 opere d’arte e monumenti, tra i più importanti, andati distrutti durante il conflitto.

Le bombe dei belligeranti avevano devastato edifici storici, chiese, musei, avevano polverizzato quadri, affreschi, sculture, mandato in frantumi vetrate artistiche, sconquassato ogni tipo di oggetto d’arte, distrutto archivi storici, incendiato biblioteche, incenerito antichi manoscritti. L’ecatombe della cultura e della storia. Pur nel mezzo di tanta desolazione il lavoro di La Farge fu di fondamentale importanza, perché le immagini fotografiche che riuscì a recuperare furono poi utilizzate come sicure guide per restaurare i monumenti deturpati, riportandoli al loro stato originario.

Tra i monumenti italiani restaurati sono da annoverare la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, dove nel vicino refettorio del convento è conservata la famosa opera “Il Cenacolo” di Leonardo da Vinci, e la Scala di Milano. In Italia durante la guerra si distinsero alcuni cittadini benemeriti, che rischiando la vita in prima persona riuscirono a mettere in salvo importanti opere d’arte, prima che fossero profanate dalle avide mani dei rapinatori. Tra questi ci fu Pasquale Rotondi (1909-1991), che con l’aiuto di altri collaboratori riuscì a nascondere quasi 8.000 opere d’arte, inviate da Musei e Gallerie su sua sollecitazione.

Se ancor oggi nella chiesa di Santa Maria del Popolo, a Roma, possiamo ammirare la “Crocifissione di San Pietro” opera di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, è grazie alla sua determinazione e al suo coraggio. Ma, ovviamente, non riuscì a nasconderle tutte. Così dal 1946 anche il Governo italiano si mobilitò per ricercare le opere d’arte rubate, e tornarne in possesso: quadri ed altre opere di artisti famosi (Michelangelo, Tiziano, Canaletto, il Perugino), sculture di varie epoche, mobili, arazzi, strumenti musicali, manoscritti, il tutto portato via a forza dall’Italia e letteralmente svanito nel nulla.

O, meglio, nascosto in Germania o in Austria soprattutto dal corpo militare tedesco Kunstschutz, e poi forse anche nell’ex Unione Sovietica dove parte delle opere furono portate dopo la caduta del Terzo Reich. Il difficile compito del recupero fu affidato al Ministro plenipotenziario Rodolfo Siviero (1911-1983), che coordinò una missione diplomatica la quale avrebbe dovuto accordarsi con il governo militare alleato, per la restituzione all’Italia del suo patrimonio usurpato. La delicata impresa andò a buon fine, il Siviero riuscì a far tornare in patria la maggior parte delle opere trafugate.

Tra il 1947 e il 1948 riuscì anche a riportare in patria importanti sculture di età classica, come l’ “Hermes” di Lisippo, prelevate dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e il “Discobolo Lancellotti”, altra scultura importante perché è una copia dell’opera dello scultore greco Mirone di Eleutere (V secolo a.C.). Ma sia in Italia che in molte altre nazioni europee, ci furono e ci sono ancora “prigionieri di guerra” che non furono mai liberati, né dopo la fine del conflitto, né nei decenni successivi. In Italia non sono mai tornate 1651 opere.

Tra queste la scultura in marmo “Testa di Fauno”, opera prima di Michelangelo trafugata dal castello di Poppi (Arezzo) nell’agosto del 1944; il quadro di Tiziano “Venere” prelevato nel 1943 a Trieste dalla villa di Gino Pincherle; il quadro di Guido Reni “Santa Cecilia” trafugato dalla chiesa di Santa Cecilia in Trastevere a Roma.

Per tenere viva la memoria di questi prigionieri che attendono di essere liberati e riportati in patria, dal maggio del 2016 a Cassina de’ Pecchi (Milano) è stato allestito il MAIO, il “Museo dell’Arte in Ostaggio”, nato da un’idea del giornalista Salvatore Giannella, che ha ricevuto il sostegno del Comune di Cassina de’ Pecchi.

All’interno della corte della Cascina Casale, in via Trieste, sono ospitate riproduzioni in scala 1:1 di opere d’arte salvate da Pasquale Rotondi, documenti, filmati e una postazione multimediale con video 3D che illustra ai visitatori alcune opere ancora prigioniere di guerra. Dal 2018 nel torrione adiacente alla Cascina è stata anche allestita “La Stazione delle Muse”, una mostra interattiva con installazioni di realtà virtuali e un videogioco, pensata per i giovanissimi. Davvero finché c’è memoria, c’è speranza.