Villa San Giovanni in Tuscia STORIA
Micaela Merlino

 

                               San Giovanni in Bieda, Via XX Settembre, nel 1918. Questa foto è una poesia meravigliosa e tutto per la curiosità di vedere il fotografo col treppiede per il magnifico scatto (Archivio Mauro Galeotti)

Nel XVIII secolo le condizioni economiche di San Giovanni di Bieda erano tutt’altro che floride, la maggiore attività praticata era l’agricoltura affiancata dall’allevamento del bestiame, ma era una dura lotta giornaliera per la sopravvivenza.

Sui cittadini, infatti, gravava la pesante tassazione imposta dalla Camera Apostolica, alla quale apparteneva tutto il territorio del paese, e che pretendeva il pagamento del quarto (quarta parte dei raccolti).

Ad aggravare la situazione intervenivano, poi, le annate di cattivi raccolti, e le carestie che riducevano alla fame la popolazione. In condizioni simili il problema dell’istruzione dei bambini passava in secondo piano, anche perché in genere gli stessi genitori erano costretti ad avviare assai presto i loro figli ai lavori dei campi.

Nonostante la precarietà del vivere quotidiano, una scuola di istruzione elementare riservata ai soli maschi doveva già esistere agli inizi del XVIII secolo. Ma i Priori, le massime autorità cittadine, disperavano di poterla mantenere in funzione, perché nelle casse comunali non c’era quasi più denaro. Il 12 febbraio 1701 i Priori inviarono una lettera accorata alla “Sacra Congregazione del Buon Governo”, con la quale chiedevano la riduzione della pressione fiscale. Questo avrebbe permesso al Comune di avere qualche denaro in più da investire nella scuola, per esempio per pagare lo stipendio al maestro.

Nonostante le insormontabili difficoltà, gli amministratori comprendevano l’importanza sociale dell’istruzione, come forma di emancipazione da una vita assai misera. Purtroppo, però, questi appelli spesso cadevano nel vuoto. Trent’anni dopo, rimasti invariati i problemi economici del paese, il Comune si vide costretto a sopprimere la scuola maschile. Tuttavia i Priori non si diedero per vinti.

L’11 maggio 1773 il Comune rivolse una supplica a Papa Clemente XIV, nella quale si metteva bene in luce l’estrema indigenza della popolazione, e si chiedeva perciò una riduzione della somma arretrata dovuta alla Camera Apostolica. Ancora nel 1777 il debito ammontava a più di 5.000 scudi. Come al solito, le casse comunali erano quasi all’asciutto, da tempo non si poteva più pagare un maestro.

Stesse lamentele furono rivolte a Papa Pio VI dieci anni dopo, con l’invio di una lettera scritta dai Priori. Le maggiori autorità cittadine non si vergognarono di ammettere, che molte famiglie erano talmente povere da non avere neppure i soldi per comprare una veste ai loro bambini, costretti ad andare in giro nudi.

Nel corso del XIX secolo le condizioni dell’istruzione migliorarono un po’: fu riaperta la scuola maschile, e se ne istituì anche una femminile. Tuttavia alcuni comportamenti scorretti degli insegnanti, mettevano a rischio l’istruzione dei bambini. Nel 1831 il Comune si lamentò apertamente con il maestro della scuola maschile, perché era indolente e svolgeva con negligenza il suo compito di educatore. Minacciò di non pagargli lo stipendio, che ammontava a 12 scudi annui.

Un decennio dopo l’istruzione era affidata ad un prete, Don Angelo Palozzi, cappellano della chiesa di Sancta Maria ad Nives, che percepiva uno stipendio di 12 scudi. Costui, però, si fece una cattiva fama, così tra i genitori crebbe lo scontento per il fatto che l’istruzione dei loro figli fosse affidata ad un prete traviato. Non migliore fortuna ebbe don Gervasio Ferri, originario di Canepina, contro il quale fu scritta una lettera anonima, indirizzata al Vicario Foraneo di Viterbo.

Lo si accusava di essere uno scroccone, perché non restituiva mai i generi alimentari avuti in prestito, e di essere pure un donnaiolo. Si rincarò la dose affermando che approfittava della sua autorità di insegnante, perché obbligava i suoi alunni a procurargli altri generi alimentari, e pure la legna per scaldarsi d’inverno. La Curia viterbese gli ordinò di lasciare il paese, cosa che fece in gran segreto la sera del 3 luglio 1846.

Per volontà del Vescovo di Viterbo Antonio Gabriele Severoli, il 2 ottobre 1822 a San Giovanni di Bieda fu aperta la scuola femminile delle “Maestre Pie”, la Congregazione fondata a Viterbo nel 1630 da Rosa Venerini con l’appoggio del vescovo di Montefiascone Marcantonio Barbarigo. La scuola fu affidata alle cure di una suora della Congregazione, che per volontà del Vescovo Severoli era stipendiata dal Comune, percependo un salario annuo di 40 scudi. Nel locale preso in affitto nella zona nord del paese, in contrada Praticello, la suora insegnava alle bambine a leggere, a scrivere, a far di conto, le erudiva nei lavori donneschi e sopratutto insegnava loro la dottrina cristiana.

Molto soddisfatto dell’operato della maestra si mostrò il Vescovo di Viterbo Gaspare Bernardo Pianetti, che visitò la scuola il 12 maggio 1830. Tuttavia un decennio dopo, le condizioni del locale dove si svolgevano le lezioni erano pessime, pioveva dal tetto e c’era scarsa illuminazione.

Nel 1860, poco prima dell’avvento dello Stato Italiano, la scuola fu spostata in un locale più idoneo, una casa in contrada Poggetto, messa a disposizione dalla “Confraternita del SS. Sacramento”. L’anno dopo fu trasferita nella casa del cappellano, perché le stanze erano più grandi.

A quel tempo svolgeva il ruolo di maestra suor Maria Giliotti, che mostrò una pazienza esemplare. Infatti durante il giorno le donne andavano a lavorare nei campi, ma non potendo portare con se i figli più piccoli li affidavano alle figlie più grandicelle. Queste dovendo frequentare le lezioni, erano costrette a condurli a scuola con sé.

I bimbi, però, facevano continuamente chiasso, e piangevano senza sosta. La maestra Giliotti era esasperata da quella situazione, che ormai si protraeva da tempo, così un giorno vietò alle ragazzine di portare in aula i loro fratellini e le loro sorelline.

Il giorno dopo, però, fu costretta a revocare il divieto. Infatti si spaventò molto quando improvvisamente un gruppo di mamme esagitate, entrò nell’aula urlando e imprecando, chiedendo che i loro figli fossero ammessi in aula.