Viterbo STORIA
Alfio Cortonesi 

                       Il lino e lo strumento per la battitura

Il ruolo delle colture tessili nell’ordinamento agricolo, manifatturiero e commerciale dell’Italia medievale risulta, nel complesso, ancor oggi poco conosciuto.

Se studi recenti hanno contribuito a chiarire la vicenda della manifattura cotoniera, in merito alla produzione del lino e della canapa e al loro impiego si deve tuttora constatare l’insufficienza delle indagini di specifico riferimento. La mancanza di dati precisi ha fatto sì che l’importanza delle coltivazioni in argomento sia stata oggetto in passato di valutazioni sommarie e incerte anche da parte di storici fra i più avvertiti nel cogliere l’articolata configurazione dell’economia medievale e il peso, in essa, delle diverse componenti. 

Rilevando con buona ragione, alcuni decenni or sono, la ricorrente sottovalutazione del ruolo del lino nel quadro della produzione agricola e industriale dell’Italia dei secoli XII-XVI, Maureen Fennel Mazzaoui faceva osservare come la crescente richiesta di filati da parte della manifattura cotoniera per la fabbricazione di tessuti misti di vario tipo avesse posto, in realtà, le premesse per una “notevole espansione” della linicoltura, ulteriormente incentivata, peraltro, dal sempre maggior ricorso alla fibra pura per la biancheria e il vestiario.

Non sembra dubbio, in effetti, che l’artigianato del lino conoscesse nel basso medioevo una diffusione assai vasta, della quale resta da chiarire, tanto nel complesso che in riferimento a tempi e luoghi diversi, l’incidenza sul piano economico.

Quanto alla coltivazione della pianta, l’agronomo bolognese Piero de’ Crescenzi ne consiglia, agli inizi del XIV secolo, la semina in “terra soluta, cioè asciutta e grassa”, insistendo sulla necessità di un’accurata preparazione del terreno, da sottoporre a numerose arature.

Se per il perugino Corniolo della Cornia, circa un secolo più tardi, il lino è da seminarsi in febbraio, il de’ Crescenzi sostiene che “al mezzo d’aprile insino alla fine d’aprile è ottimo il seminare”, aggiungendo che “puossi anche seminare innanzi al verno ne’ luoghi caldi”. Gettato il seme, si avrà cura di erpicare il campo e, “se tempo sarà di molta secchezza”, di innaffiare. 

Per due volte si procederà alla sarchiatura, che dovrà essere manuale e richiederà, quando il lino sia cresciuto, una speciale attenzione. Quanto all’inserimento della pianta nei cicli colturali, nulla di preciso è detto; si rileva, comunque, che, in seguito alla sua semina, “la terra assai dimagrarsi e offendersi si crede”, talché sarà bene recarle “ajuto di letame”. 

Sulla base dei documenti laziali esaminati, non è dato, purtroppo, che constatare la semina primaverile della pianta e la pratica - non sappiamo quanto diffusa - dell’alternanza con il frumento. Le due piante si avvicendano, ad esempio, entro i vasti appezzamenti ortivi del Viterbese, dove - a sostegno di cicli colturali molto pesanti - non si fa mancare loro né acqua né concime (stabium).

Proprio nell’alto Lazio la coltivazione del lino trova, del resto, l’area di più ampia diffusione in ambito regionale; in particolare, a Viterbo e nella Val di Lago essa assume un ruolo di indubbio rilievo nel quadro dell’economia locale. Seminato tanto in campo aperto che al riparo delle clausurae ortive, il lino sembra costituire nelle campagne di Bolsena una presenza familiare; quanto al territorio viterbese, una documentazione articolata e di entità non trascurabile apre qualche spiraglio sullo sviluppo della linicoltura fra XIII e XV secolo.

Significative attestazioni di una produzione già rilevante offrono le redazioni duecentesche degli statuti cittadini (aa. 1237-1238, 1251-1252), generose di riferimenti alle operazioni che consentono l’estrazione delle fibre tessili e al loro commercio.

Una volta pronto per la macerazione, il prodotto viene recato dal proprietario alle piscinae situate in Plano Balnei, dove è immerso nelle acque e “sub lapidibus conculcatum” per evitare che affiori in superficie. Del trattamento di macerazione è responsabile il piscinarius cui lino o canapa siano stati affidati; ai proprietari è, tuttavia, concesso di avere alle loro dipendenze uno o più uomini che mettano o estraggano il lino (o la canapa) nelle ‘piscine’.

Nella medesima località del suburbio viterbese sembrano pure svolgersi le successive operazioni intese all’estrazione delle fibre dal fusto: nella battitura sono impegnati incilgiatrices et incilgiatores, ai quali è fatto obbligo di lavorare gli steli ad manciatas equales; saranno gli operai a ripartire il prodotto in manciatae, con facoltà per il padrone di rifiutare la divisione da essi effettuata quando ritengano le ‘manciate’ di troppo esigua consistenza. Il rispetto degli accordi (conventio) intercorsi fra proprietari e incilgiatores è, comunque, garantito da due rappresentanti del Comune tenuti a rimanere stabilmente nel Piano dei Bagni.

Anche il commercio delle fibre è oggetto di disposizioni non prive d’interesse. Fino a metà agosto non è consentito ad alcuno vendere lino o canapa a forestieri, ciò per favorire una più agevole fornitura del mercato cittadino, nonché, come sembra, per garantire a tutti - indipendentemente dal periodo di svolgimento della macerazione - identiche possibilità di trattativa con gli acquirenti non viterbesi.

Ogni tentativo di accaparramento delle materie prime viene, altresì, prevenuto vietando la compera di lino o canapa in quantità superiori a quelle richieste dal consumo familiare: provvedimento che induce a pensare a uno sviluppo commerciale ancora molto modesto. E’ nella seconda metà del XIII secolo, comunque, che, in ragione del sempre maggiore rilievo fatto registrare dalla produzione delle fibre tessili, il Comune viene assumendo responsabilità più estese e dirette nel processo di lavorazione. 

Se è significativo che nel 1278 esso si impegni, in vista del soggiorno in Viterbo della curia pontificia, al concentramento delle ‘piscine’ per la macerazione del lino “in Ionketo” - località del Piano dei Bagni -, interessa ancor più constatare come, sullo scorcio del secolo, provveda all’acquisto di balnea, edifici, terreni e canalizzazioni circostanti il Bullicame, nonché delle ‘piscine’ ivi esistenti con relativi stenditoi (tennitoria) per l’asciugamento degli steli.

A testimoniare la crescente importanza della produzione linicola, possono, del resto, richiamarsi, per la seconda metà del Trecento (aa. 1379, 1391), le tariffe del ‘pedaggio maggiore’ di Perugia, nelle quali, seguito da quello alessandrino, napoletano e padovano, trova menzione il lino viterbese; contratti stipulati nel corso del XIV secolo attestano, dal canto loro, il fiorire di un’attività commerciale riconducibile secondo ogni apparenza a un non disprezzabile movimento d’esportazione, avente per oggetto materia prima e panni.

Attraverso i primi protocolli notarili pervenuti per Viterbo è dato, inoltre, prendere contatto con le fasi di trattamento che precedono immediatamente la filatura. Ne sono protagonisti operai qualificati come scotolatori (scotulatores), il cui lavoro consiste nel condurre a termine la separazione delle fibre dai frammenti legnosi, nonché nella pettinatura delle fibre stesse.

Nel maggio 1336, due di essi compaiono dinanzi al notaio Pietro Amidei impegnandosi, con contratti distinti, a “scotulare, conciare et bene aptare” determinati quantitativi di lino; la lavorazione avverrà nella bottega del committente, dedito verosimilmente al commercio dei panni.

Solo con il Quattrocento si viene, comunque, a disporre di testimonianze numerose ed esplicite sullo sviluppo di una coltura, quella del lino, che, relegata la canapa in secondo piano, ha assunto ormai un rilievo primario nell’economia viterbese. E’ ben noto come - scrivendo del suo soggiorno in città - Pio II rammenti i florentia lina contemplati nelle passeggiate mattutine e rilevi - attestazione per noi di particolare interesse - che in nessun luogo si coltivano a lino campi più numerosi ed estesi che a Viterbo. Incerto se attribuirla alla natura del suolo o a quella delle acque usate per la macerazione, il Piccolomini sottolinea, in aggiunta, l’ottima qualità delle fibre prodotte.

Non è necessario, peraltro, spingersi alla metà del secolo per raccogliere indicazioni sicure sull’importante contributo recato dalla linicoltura alla sussistenza cittadina: moltissimi fra gli abitanti si sostentano con le loro famiglie grazie alla produzione del lino, si legge in una delibera consiliare del 1431, e la notazione – incidentale - risulta motivata da un contesto per più versi interessante. 

Trattandosi di concedere agli scotolatori che ne facciano richiesta licenza di lavorare anche di notte, contrariamente alle disposizioni vigenti per le attività artigiane, si ritiene di fornire un’argomentata giustificazione del provvedimento: il lino raccolto nelle campagne viterbesi – si osserva - non sarebbe “validum nec perfectum” se non venisse scotolato dai viterbesi, ed anzi quasi non si richiede dagli acquirenti - soprattutto forestieri - se non lino “scotulato et concio” localmente; ciò comporta di procedere alla scotolatura di giorno e di notte “cum lumine”, giacché non può bastare il lavoro diurno.

Ripetutamente si richiama, altresì, il beneficio che alla popolazione e alle finanze pontificie - in ragione delle gabelle pagate sull’esportazione del lino - deriva dalla produzione e dal commercio delle fibre.

Può sottolinearsi, a questo punto, come la delibera sopra citata susciti speciale interesse, oltre che per la testimonianza di un ormai consolidato movimento commerciale in uscita, in quanto rivelatrice del contributo essenziale che l’esperienza e l’abilità dei lavoratori viterbesi reca al buon compimento del processo di produzione delle fibre.

Non sorprende, peraltro, che tale perizia si illustri in operazioni quali la scotolatura e la pettinatura, fra le più delicate del ciclo lavorativo. A proposito della prima, potrà ricordarsi ancora come già in precedenza fosse stata oggetto del dibattito consiliare: nel 1403 si era, infatti, proposto di concentrarne l’esecuzione in luoghi determinati, soprattutto - può credersi - a tutela dell’igiene pubblica e per evitare intralci alla viabilità.

Con la redazione statutaria del 1469, edita a cura di Corrado Buzzi, la normativa sul trattamento degli steli conosce una sistemazione organica, la quale riprende, nondimeno, negli aspetti essenziali, quanto già in precedenza definito. Si dovrà, comunque, segnalare che viene fissata alla metà di giugno la data di avvio delle operazioni nel Piano dei Bagni e che a ciascuno è data licenza di riattarvi o realizzarvi ex novo una ‘piscina’.

La località, peraltro, non risulta ancora acquisita per intero al Comune: entro tre mesi - si dispone, infatti - podestà e priori del popolo dovranno concludere l’acquisto di quanto ancora ad esso non appartenga; ci si preoccupa, inoltre, poiché il Comune viene sempre ingannato come un bambino (“quoniam comune semper decipitur ut pupillus”), di recuperare quelle parti del territorio del Piano dei Bagni di cui si siano appropriati indebitamente privati cittadini, segnando, altresì, con chiarezza i confini del Piano. 

Come già accennato, la coltivazione del lino, che sembra trovare nelle campagne viterbesi la zona di più ampia diffusione, costituisce nel Patrimonio di S. Pietro in Tuscia una pratica di generale riscontro. Se per Campagnano, Castel Fiorentino (fra Montefiascone e Orvieto), Toscanella (Tuscania), Bagnoregio, non mancano attestazioni due-trecentesche, significative testimonianze si hanno per il Quattrocento in riferimento a numerosi altri centri. Dalle comunità del lago di Bracciano - Anguillara in primo luogo, ma anche Trevignano e Bracciano - giungono a Roma, alla metà del secolo, quantitativi non trascurabili di lino, recati da numerosi produttori che prendono, talora in gruppo, la via della città.

I registri della dogana romana di Sant’Eustachio ne forniscono regolare segnalazione, informando, altresì, di analoghi trasporti (conducte) da Castelnuovo (Castelnuovo di Porto), Campagnano, Mazzano, Nepi, Sutri, Viterbo e da varî altri centri della Val Tiberina, quali Nazzano, Ponzano, Magliano e Orte.

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Per saperne di più:

A. Cortonesi, Il lavoro del contadino. Uomini, tecniche, colture nella Tuscia tardomedioevale, Bologna 1988;

A. Lanconelli, La terra buona. Produzione, tecniche e rapporti di lavoro nell’agro viterbese fra Due e Trecento, Bologna 1995;

P. Scheuermeier, Il lavoro dei contadini. Cultura materiale e artigianato rurale in Italia e nella Svizzera italiana e retoromanza, trad. it. di M. Dean, 2 voll., Milano 1980

Tratto dalla rivista La Loggetta 117