Civitavecchia STORIA
Micaela Merlino

Alessandro Cialdi scrisse un’opera nella quale ricordò, tra le varie benemerenze di Pio IX, anche la costruzione del faro di Civitavecchia nel 1860.

Si era ormai ritirato a vita privata l’ingegnere e navigatore Alessandro Cialdi, quando nel 1877 all’età di settantanni, scrisse un’opera dal titolo “Cenni storici dei Fari antichi più famosi e di alcuni moderni compresi quelli d’Ancona, Civitavecchia, Ostia, Anzio e Circeo”.

Alessandro Cialdi

Nato a Civitavecchia nel 1807 da Luigi, un commerciante di origini toscane, e da Plautilla Gandini, nel 1828 s’era stabilito a Genova per frequentare la Scuola Nautica fondata dall’ammiraglio italiano Giorgio Andrea Agnès Des Geneys (1761-1839). Iniziarono così anche le sue prime esperienze di pilota nautico, mentre poco tempo dopo ottenne le patenti di Capitano di cabotaggio di medio e lungo corso.

Una svolta nella sua carriera avvenne nel 1835 quando fu assunto dal Governo Pontificio, che nel volgere di quell’anno gli affidò ben due incarichi. Divenne infatti pilota del Brick militare “San Pietro” (una piccola nave), con il compito di svolgere nel Mar Tirreno il servizio di sorveglianza contro l’ epidemia di colera, che allora imperversava nello Stato della Chiesa. Inoltre gli fu anche conferito l’incarico di sovrintendere al trasporto di alcuni detenuti politici, fino a Bahia in Brasile.

Divenuto poi Capitano ordinario della Marina Militare, nel Dicembre 1841 compì una memorabile spedizione in Egitto per conto di Papa Gregorio XVI, nel corso della quale tentò anche di risalire il Nilo con il Bastimento “La Fedeltà”, fino alla cataratta che divide l’Egitto dalla Nubia, navigando poco meno di quaranta giorni. Di ritorno da quella spedizione fu promosso al grado di Maggiore della Marina di Finanza, poi nel 1842 Ispettore e Comandante della medesima Marina con il grado di Tenente Colonnello. Nel 1848 si dedicò allo studio di progetti per il miglioramento dei porti dello Stato Pontificio, e della foce del Tevere presso Fiumicino.

Nell’opera pubblicata nel 1877 il Cialdi scrisse anche a proposito del porto di Civitavecchia, ricordando che era stato fondato dall’imperatore Traiano (98-117d.C.): “L’imperatore Trajano sul disegno del celebre architetto Apollodoro fabbricò il bellissimo porto di Civitavecchia e vi fondò l’isola o l’antemurale per difenderla dalle onde. E su quell’isola innalzò sull’estremità di ponente una torre ad uso di faro ai naviganti, mediante una face risplendente sulla cima; e perché non vi facesse difetto la simmetria, ne fece innalzare un’altra all’opposta parte a levante.”. Questi fari erano ancora esistenti nel V secolo d.C. al tempo del viaggio di ritorno da Roma verso la Gallia di Claudius Rutilius Namatianus, che scrisse un resoconto in forma di poema conosciuto con il titolo “De Reditu suo”. Ma “coll’andare del tempo, per la decadenza dell’impero Romano, il porto fu per la barbarie di quell’epoca interrito e distrutto, ed i ruderi per 800 e più anni rimasero abbandonati”.

La torre est, ormai diroccata, fu riedificata a fundamentis per ordine da Paolo V solo nel 1616, e il Papa stabilì pure alcuni restauri del porto. Però i primi imponenti lavori di ristrutturazione furono intrapresi alcuni anni dopo, tra il 1624 e il 1644, sotto il pontificato di Papa Urbano VIII. Invece a detta del Cialdi l’altra torre agli inizi del XIX secolo “non era che un rudere informe detto volgarmente il Marzocco, e Papa Gregorio XVI vi faceva in quella vece costruire un fortino militare”.

Al tempo di questo Papa sopra la torre di levante vi era soltanto “un piccolo fanale fisso sulla cima di un’asta che per mezzo di varie corone di lumi mandava a breve distanza il suo pallido raggio”, poi nel 1840 vi fu posto “altro fanale a macchina con eclisse, il quale discernevasi a sole cinque miglia in mare e non poteva per ciò rispondere agli importanti e crescenti bisogni della marina e del commercio”. Fu solo nel 1846, con l’avvento al soglio pontificio di Giovanni Maria Mastai Ferretti, che prese il nome di Pio IX, che il porto e il faro di Civitavecchia divennero oggetto di maggiori cure.

Infatti come scrisse con orgoglio il Cialdi, Pio IX nel 1860 “ordinò (…) che restaurata e innalzata la torre, vi fosse posto, come in Ancona, un apparecchio illuminato alla Fresnel di 2° ordine, che fu acceso la prima volta il 10 luglio dello stesso anno”. Si trattava della c.d. “Lente di Fresnel” ideata dal fisico e ingegnere francese Augustin-Jean Fresnel (1788-1827), che si era dedicato a studi concernenti la fisica e la polarizzazione della luce, basandosi sulla teoria ondulatoria della luce stessa. Nel 1827, poco prima della sua morte prematura, inventò la lente che inizialmente fu utilizzata nei fari per la navigazione.

Il suo ridotto spessore la rendeva molto meno ingombrante, e la lente sferica era frazionata in una serie di sezioni anulari concentriche. Alessandro Cialdi ha lasciato anche una interessante descrizione della torre con il faro, fatta restaurare da Pio IX. Essa era “di forma cilindrica a doppia rientrata, rivestita da pietra da taglio, alta metri 37 dal foco luminoso al livello del mare, con terrazzo alla prima rientrata fornito di parapetto merlato, ed altro terrazzo con ringhiera a livello della camera d’apparecchio”. L’accesso era assicurato da una scala esterna “a foggia di rombo con quattro branche”, mentre una scala interna che seguiva la curva delle pareti permetteva di raggiungere il quinto piano della torre, da cui si dipartiva una scaletta di ferro che raggiungeva il terrazzo e la “camera d’apparecchio”, cioè quella in cui era alloggiato il faro.

A eterna memoria del benemerito costruttore della torre e del faro, sulla porta di ingresso era stata apposta una lapide con iscrizione che menzionava Papa Pio IX. Già nelle prime pagine della sua opera il Cialdi volle lodare la premurosa sollecitudine, con la quale il Pontefice fece costruire o restaurare i fari dei porti esistenti lungo le coste dello Stato Pontificio: “Fra le belle opere di pubblica utilità dovute alla rara munificenza del Sommo Pontefice P. Pio IX, sono non ultime ad annoverarsi senza dubbio i Fari, che benefica guida ai naviganti nel bujo della notte, servono a mostrar loro i pericoli nell’approssimarsi alla terra, e nell’entrare nelle rade e ne’ porti dove, sia per rifugio, sia per traffico hanno a ricoverarsi.”.

Proprio a Pio IX il Cialdi dedicò l’opera pubblicata nel 1877, poiché in quell’anno ricorreva il giubileo della sua ordinazione episcopale avvenuta nel 1827 (fu nominato arcivescovo di Spoleto da Papa Leone XII). Per questo motivo nel sottotitolo dell’opera si legge “Triplice omaggio alla Santità di Papa Pio IX nel suo Giubileo Episcopale offerto dalle tre Accademie Pontificia di Archeologia, Insigne delle Belle Arti denominata di S. Luca, Pontificia de’ Nuovi Lincei”. Ma tutta l’opera del Cialdi era un rimembrare tempi che mai più sarebbero tornati.

Ormai l’Italia era fatta, il deluso e amareggiato Pio IX s’era ritirato in Vaticano senza più uscirne da ben sette anni, e stanco e provato s’approssimava a lasciare la scena terrena, dipartita che avvenne il 7 febbraio dell’anno dopo, nel 1878. Il brillare del faro di Civitavecchia dovette assumere, allora, anche un significato simbolico non solo agli occhi del Cialdi: passa la scena del mondo, mortali sono gli esseri umani, ma ciò che essi hanno costruito ha più speranza di sopravvivere. La luce che illuminava di notte il mare, faceva anche risplendere il ricordo del Pontefice nelle menti e nei cuori di coloro che, nonostante le difficoltà e i recenti travagli, a lui erano rimasti fedeli.