Viterbo STORIA
Mauro Galeotti

Viterbo Via del Bordelletto negli anni '30, oggi è Via dei Magazzini in cui si accede da Via Roma
(Archivio Mauro Galeotti)
Nel 1935 furono effettuati restauri che sconvolsero Via della Pescheria.
Infatti, prima del 1935 si poteva accedere in Piazza del Plebiscito percorrendo Via della Pescheria stessa, che dalla Chiesa di santa Maria della Salute la raggiungeva direttamente.
Poi fu realizzato un più facile e agevole accesso per i pedoni e per la circolazione degli autoveicoli aprendo Via Filippo Ascenzi.
In quell’occasione fu chiuso in un lato il Vicolo dei Magazzini, infatti, questa via collegava Via dell’Indipendenza, oggi Via Roma, con Via Valle Piatta.
E’ detta dai primi dell’Ottocento dei Magazzini, per la presenza appunto dei magazzini comunali ove si conservava il sale.
Prima si chiamava Via del Bordelletto.
Nel 1451 durante i restauri del Palazzo del podestà, lungo il muro che fronteggia la via, fu trovata l’epigrafe del podestà Egidio Angelo de Arca da Narni:
D. Aegidii Angeli de Arca de Narnia ll. doct. per annum praetoris MCCCCLXXXVII.
Con i lavori della metà degli anni ‘30, in quel luogo fu distrutto il cosiddetto Bordelletto.
Questo nome deriva da bordello, difatti in questa zona erano le case delle prostitute.
Il più antico mestiere del mondo fu combattuto da mastro Fardo d’Ugolino tanto che costruì nelle vicinanze alcune abitazioni per ospitare le meretrici pentite.
Lupanari
Nella metà del secolo XIII il lupanare di Viterbo, nome che deriva da lupana, ossia prostituta, era posto sulla parte posteriore del Palazzo del podestà, verso la fine di Via dei Magazzini quando si immetteva in Via Valle Piatta.
Via dei Magazzini, così chiamata per la presenza di magazzini comunali, è detta nel 1831 Vicolo della Salara.
Lo Statuto di Viterbo del 1251 contemplava disposizioni circa l’espulsione o il confino delle meretrici.
Il 30 Aprile 1403, in Consiglio comunale, venivano discussi i posti destinati al meretricio, ossia quello già citato e un altro sul Piano dei Bagni, vicino al Bullicame.
Il 6 Luglio 1441 il lupanare al Bordelletto, caduto in rovina già nel 1437, fu trasferito in Via cardinal La Fontaine, in Contrada Macello maggiore, prossimo alla Chiesa di san Vito.
All’inizio e alla fine della via ove era il nuovo postribolo, scrive Cesare Pinzi, furono collocati due cancelli per impedire l’accesso di notte ed evitare gli schiamazzi che importunavano i residenti.
Nel 1449, restaurato il lupanare del Bordelletto, fu riportato nella vecchia sede, vicino alla caserma dei birri del Podestà e quindi meglio controllato.
Infatti, fu dato il cottimo al muratore Rempiccia, il 26 Marzo 1449, perché trasformasse a quell’uso una parte della stalla che era al piano terreno dalla parte posteriore del Palazzo del podestà.
Agli inizi del XV secolo i frequentatori del postribolo pagavano una tassa di accesso che andava da due a quattro bolognini.
Il pubblico meretricio a Viterbo, e non solo, era consentito, ma chi lo esercitava era considerata giuridicamente inferiore alle altre donne e pertanto non aveva gli stessi diritti.
Le meretrici erano infatti, soggette al pagamento di una tassa come se il loro lavoro fosse un appalto.
Non potevano uscire dal luogo dove praticavano il mestiere se non il sabato e non era loro permesso vestire con troppi ornamenti.
Era riservato loro uno specifico bagno al Bullicame.
Veniva punito chi le offendeva. Se l’insulto era stato loro rivolto alla presenza di cinque testimoni la pena da far scontare al reo era quella di un quarto della pena comminata se l’offesa fosse stata fatta a donne oneste.
Alle prostitute era proibito di svolgere la loro attività da sole, chi lo avesse fatto riceveva una multa di cinque ducati d’oro e veniva riportata alla dimora con le altre sue simili a suon di tromba, per svergognarla, ma se qualcuna desiderava ritornare alla retta via le veniva concesso ogni favore.
Lo Statuto di Viterbo del 1469, sotto la pena di venticinque libbre di denari paparini, proibiva alle prostitute di frequentare il Piano dei Bagni, lo stesso divieto è stabilito nello Statuto del 1649.
Chi avesse violentato una ragazza vergine maggiore di venti anni, veniva bruciato vivo; se la donna era sposata veniva condannato ad una pena di cinquecento libbre di denari paparini, ma se era inhonesta et male fame pagava cento soldi.
Ma non sempre chi intratteneva rapporti con una prostituta, anche se non consenziente, veniva punito.
Il governatore del Patrimonio, Ludovico degli Agnelli, con l’intento di riordinare le costumanze a Viterbo, il 14 Ottobre 1472, contro i lenoni ed i ruffiani, tra l’altro ordina a mezzo bando: «perchè tolta e remossa via la cascione del malfare, facilmente sèguita lu effectu del bene, et però essendo monda et necta questa città de li perversi et dishonesti homini, chi non sa che resterà aliena de ogni mal vivere, et anque serà piena de honesti et civili costumi et portamenti? Per tanto, se fa banno et commandamento a tucti et singuli pubblichi ruffiani et homini retinenti le pubblice meretrici, gente piena de sceleranza, che fra ‘l termino di tre dì proximi debino essersi assentati de questa città et tucte le terre de la provincia del Patrimonio, a la pena di dece ducati d’oro et dece tracti de corda per ciaschuno che dal termino in poi serà trovato».
Un bando del 30 Settembre 1485 obbligava gli sfruttatori delle donne di male affare di presentarsi ai cancellieri comunali e dare il proprio nome, cognome unitamente a quello della loro femina.
Chi trasgrediva veniva punito con la pena di cinque ducati e due frustate.
Nel 1887 un postribolo era in Via del Ceneraccio n° 8, lo ricorda il giornale La Difesa del 17 Febbraio di quell’anno, in merito a un individuo che dava moneta falsa.
In tempi vicini a noi le «case chiuse» o case di tolleranza, erano una in Via Cacciamele, l’ultima casa per chi sale a sinistra, e un’altra in Via Valle Piatta, a destra sulla curva, dinanzi alla salita di Via sant’Antonio.
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Vedi anche l'articolo di Vincenzo Ceniti Bordelli e bordelletti di Viterbo
O l'articolo di Micaela Merlino Latin writers: l’amore sui muri di Pompei
