Villa san Giovanni in Tuscia STORIA
Micaela Merlino

 

                             Gabriele d'Annunzio

Tra le passioni di Gabriele d’Annunzio ci fu anche quella per il volo, conobbe importanti inventori e piloti, e proprio cent’anni fa compì una delle sue imprese aviatorie più famose.

Tre furono le passioni che segnarono la vita di Gabriele d’Annunzio: la scrittura, le donne e il volo. Le sue prime esperienze aviatorie si collocano tra il 1909 e il 1914, anni nei quali importanti ingegneri e inventori, italiani e stranieri, stavano progettando e realizzando le “macchine volanti” più pesanti dell’aria, perché in realtà i dirigibili più leggeri dell’aria, si erano già alzati in volo parecchio tempo prima.

Gabriele d'Annunzio al comando di un velivolo 9 Agosto 1918

In quel periodo il Progresso era osannato come una nuova divinità dalle forme variegate, ed era considerato quasi come il liberatore dell’umanità, o almeno di un parte dell’umanità, da ogni forma di limite e di schiavitù. Nelle vignette dei giornali satirici dell’epoca lo si immaginava come un enorme robot ante litteram, che camminava velocemente, sostenuto da due gambe possenti, la Scienza e la Tecnica, spazzando via il mondo vecchio per far posto al nuovo.

Nella realtà del volo, l’immaginario del tempo trasfondeva virtù quali il coraggio, il senso di sfida, il disprezzo per il pericolo, l’eccezionale abilità e il desiderio di gloria, che spingevano ad osare sempre di più. Da parte sua il d’Annunzio era alla perenne ricerca di novità, di frutti succosi che la vita poteva elargirgli, conditi di inedite emozioni e di brividi forti. Una ricerca estetica raffinata, la sua, che aveva come oggetto non solo gli “amorosi furori” con amanti sempre nuove, ma anche la Scienza e tutte le sue meravigliose promesse. Nel 1884 il Ministero Italiano della Guerra istituì il Servizio Aeronautico Militare nei “Pratoni di Centocelle”, nella periferia sud-orientale di Roma, una zona già appartenente ai nobili Macchi di Cellere, e proprio lì in quello stesso anno il Tenente Alessandro Pecori Giraldi compì ascensioni con i palloni aerostatici, ideati dal francese Eugene Godard.

Ma fu nel 1909 che il Campo acquisì una risonanza internazionale, grazie ai voli dimostrativi dell’americano Wilbur Wright. Wilbur e il fratello Orville avevano progettato e realizzato l’aereo Flyer 3, un biplano spinto da un motore di appena 16 CV, eseguendo il primo volo il 17 Dicembre 1903 dalla collina Devil Hill, nello stato del North Carolina. Poco tempo dopo, perfezionando il primo aereo, ne costruirono un altro più potente, il Flyer 4, un biplano lungo dieci metri, con apertura alare di circa 12 metri e un motore a quattro cilindri di 25/30 CV. Wilbur Wright fu invitato in Francia per una serie di voli dimostrativi, e per prendere accordi con la Società francese che aveva acquistato il brevetto del Flyer 4.

Il Maggiore italiano Maurizio Mario Moris, Capo della Sezione Aeronautica della Brigata Specialisti del Genio e Presidente del “Club degli Aviatori”, invitò Wilbur a Roma per una serie di voli dimostrativi. L’inventore statunitense arrivò nella capitale il 1° Aprile 1909, e dal 15 al 26 del mese compì una serie di voli con il Flyer 4. Nel pomeriggio del 15 Aprile al Campo di Centocelle accorse anche il d’Annunzio, che insieme ad una folla entusiasta assistette al primo volo di Wilbur Wright. Il Flyer 4 si alzò a circa trenta metri di altezza da terra, per una decina di minuti, tra gli applausi scroscianti dei presenti.

Una replica del Flyer 4 è conservata nel Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, presso il Lago di Bracciano, ma alcune parti e cioè il serbatoio, le due eliche e il motore sono quelli originali. Wilbur fu anche istruttore di Mario Calderara, che si esercitò al Campo di Centocelle, e che conseguì l’agognato brevetto di volo nel maggio 1910, primo pilota italiano. Il Campo di Centocelle è ricordato in uno dei romanzi più famosi del d’Annunzio, “Il Piacere”, ambientato a Roma negli anni 1885-1887, ma pubblicato nel 1909 lo stesso anno dell’arrivo nella capitale di Wilbur Wright. La febbre del volo tornò puntuale agli inizi di Settembre del 1909, trascinando il poeta fino a Montichiari (Brescia) per assistere al “Primo Circuito Internazionale Aereo”, alla presenza di altri personaggi d’eccezione, Gugliemo Marconi, Giacomo Puccini e persino lo scrittore Franz Kafka.

Erano anche gli anni di originali sperimentazioni linguistiche, e fu proprio il d’Annunzio ad inventare il neologismo “velivolo” per indicare l’aereo, parola che comparve per la prima volta nel suo romanzo del 1910 “Forse che si, forse che no”, nella cui trama le vicende amorose dei protagonisti si intrecciano con due gare aeree. Una parola nuova “che va e par volare con le vele”, spiegò il poeta, “leggera, fluida, rapida” e che pur derivando dal vocabolo latino velivolus, esprimeva “con mirabile proprietà l’essenza e il movimento del congegno novissimo”.

Negli anni seguenti, da convinto interventista il poeta caldeggiò con altisonanti discorsi l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, a fianco delle potenze della Triplice Intesa. Non più giovane, ma con lo spirito sempre indomito, nell’Aviazione ricoprì il ruolo di Ufficiale Osservatore, divenendo al contempo ideatore e promotore di spericolate azioni aeree. Nell’Agosto e nel Settembre del 1915 compì voli con lancio di volantini sulle città “irredente” di Trento e di Trieste. Nonostante il suo ardimento, nel 1916 al termine di un volo di guerra battè violentemente la testa, riportando una grave ferita ad un occhio. Seguì una temporanea cecità e una lunga convalescenza, però alla fine dell’anno era già tornato a combattere.

In questo anno 2018 il d’Annunzio va ricordato soprattutto per il Centenario del suo famoso “Volo su Vienna”, compiuto insieme al giovane pilota Natale Palli. La mattina del 9 Agosto 1918 sette aeroplani S.V.A. monoposti della 87° Squadriglia “La Serenissima”, si alzarono in volo dall’aeroscalo di San Pelagio vicino Padova. In testa, come comandanti dell’impresa, c’erano il d’Annunzio e il Palli sopra un aereo S.V.A. biposto. Il Vate volle farsi immortalare, in alcune foto, al comando dell’aereo ma in realtà questo fu pilotato dal Nalli, perché il poeta-soldato non conseguì mai il brevetto di volo. Il raid dimostrativo nel cuore dell’Impero Austro-Ungarico riuscì brillantemente: quattro aerei, gli unici che arrivarono alla meta, scaricarono per venti minuti 20 kg. di volantini insieme ad alcuni manifesti, sopra le teste degli increduli viennesi. I volantini avevano impressa una piccola bandiera tricolore e contenevano due messaggi, scritti ciascuno sia in italiano che in tedesco.

Soprattutto il secondo messaggio, a firma del d’Annunzio, era intriso di iperbolica retorica con la quale esaltava le gesta degli eroi italiani che, sprezzanti del pericolo, volevano dare ai nemici una lezione dimostrativa in grande stile. Parole scritte che a chi le lesse dovettero, in realtà, sembrare urlate da quegli stessi roboanti congegni metallici che solcavano il cielo: “Non siamo venuti che per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremo osare e fare quando vorremo.”. Il giorno dopo commentando l’accaduto, il giornale austriaco “Arbeiter Zeitung” scrisse: “E i nostri d’Annunzio, dove sono?”. No, non ce n’erano, infatti nessun austriaco emulò l’impresa, per rivalsa.

Dagli anni ‘20 ritiratosi nella splendida villa del Vittoriale, lo scrittore amò circondarsi anche di molti cimeli legati al mondo dell’aviazione, tra i quali l’aereo S.V.A. utilizzato per il volo su Vienna. Nel suo “Discorso” del 19 luglio 1919 agli aviatori del Campo di Centocelle, d’Annunzio aveva proclamato che l’uomo è “emulo dell’uccello”, ma ancora più libero di questo animale, perché “non ama il nido e non ama la meta”, ma vuole “andare di nido in nido e di meta in meta”. Eppure infiacchito ormai dagli anni che passavano, l’irrequieto solcatore del cielo ad un certo punto dovette fermarsi. Ma restavano pur sempre i ricordi, e la dimora del Vittoriale con quella sua atmosfera decadente e lo stile un po’ retrò, fu sicuramente il luogo adatto per rammentare e rimpiangere i “bei vecchi tempi”.