Villa san Giovanni in Tuscia STORIA
Micaela Merlino

Nella prima metà del III secolo a.C. nel Lazio iniziò la produzione di vasi a vernice nera, detti “pocola”. Uno rinvenuto a Capena raffigura elefanti da guerra, animali giunti per la prima volta in Italia al seguito dell’esercito di Pirro re dell’Epiro.

Nella Tomba a camera 233 (IV) della necropoli delle Macchie a Capena, nell’antico territorio falisco, fu rinvenuto un piatto in argilla e in vernice nera con decorazione sovradipinta in vernice bianca, rossa e gialla applicata a macchia, datato al secondo quarto del III secolo a.C., ed ora conservato nella Sala 31 del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

La particolarità di questo vaso è nella iconografia ospitata nel tondo interno: è raffigurato un elefante in groppa al quale è issata una torre merlata in legno, entro la quale sono un conducente e due soldati, mentre dietro il pachiderma c’è un elefantino. Forse è una delle più antiche raffigurazioni dell’elefante presente in Occidente, un animale tipico dell’habitat naturale africano e orientale, dunque estraneo alla fauna europea.

Il piatto appartiene al gruppo dei c.d. “pocola”, formato da circa una ventina di vasi di varie tipologie (oinochoai, coppe, e il piatto in questione) a vernice nera con decorazione policroma sovradipinta prodotti nel Lazio nella prima metà del III secolo a.C. In genere le coppe nel tondo interno presentano una figura di Erote, più raramente quella del dio Hermes, oppure una testa femminile, mentre solo sul piatto è raffigurata questa singolare scena con animali esotici. Tali vasi sono denominati “pocola”, che in latino significa “tazze per bere”, poiché la maggior parte di essi reca dipinta una iscrizione in latino arcaico con un nome di divinità al genitivo seguito dal vocabolo “pocolom”, per indicare il proprietario del vaso.

Tra le divinità maschili figurano Asclepios (Esculapio), Vulcano, Saturno, mentre più numerose sono le divinità femminili, Giunone, Minerva, Venere, Vesta, Fortuna, Bellona, ma anche le personificazioni di aspetti del reale e di concetti, come Salus, Aequitas e Cura. Secondo l’archeologo britannico John Beazley (1885-1970) il piatto ed altre dieci coppe apparterrebbero al “Gruppo di Volcanus”, avendovi riconosciuto la mano del medesimo ceramografo (decoratore). L’artigiano lavorò in una officina da localizzare nel Lazio, forse più precisamente nell’Etruria meridionale, poiché vasi di tale tipologia sono stati rinvenuti, oltre che a Capena, anche a Orte, Tarquinia e Vulci, e qualche esemplare anche a Roma.

L’originale scena sul piatto, i due elefanti da guerra insieme ad alcuni soldati, potrebbe riferirsi a fatti storici coevi. In particolare si è pensato a due eventi ben documentati nelle fonti storiche: la campagna militare di Pirro re dell’Epiro in Italia (270-275 a.C.), e la Seconda Guerra Punica (218-202 a.C.). Proprio grazie all’uso di elefanti da guerra, Pirro riuscì a sconfiggere i Romani nella battaglia di Heraclea (280 a.C.). Infatti per la prima volta l’esercito romano dovette fronteggiare questi animali dall’aspetto inconsueto, e dalla straordinaria stazza. Tanto essi erano estranei alle categorie concettuali dei Romani, che nella lingua latina non esisteva neppure un vocabolo per denominarli.

Lo storico Tito Livio nel narrare le imprese di Pirro in Italia chiamò l’elefante “bos lucanum” (bove lucano), un neologismo usato come espediente per denominare quegli strani ed estranei animali. Successivamente i Romani trovarono il modo per non farsi più impressionare dai pachidermi, cosicchè nella successiva battaglia di Ascoli d’Apulia (279 a.C.) ebbero la meglio sui nemici. Sembrerebbe, invece, meno probabile l’identificazione della scena con la traversata delle Alpi compiuta dal generale cartaginese Annibale e dal suo esercito nel 218 a.C.

Al suo seguito c’erano anche 37 elefanti africani, ma essendo animali abituati al clima caldo furono presto fiaccati dalla neve, dal freddo e dalla fatica. Ne morirono 36, sopravvisse solo Saurus l’elefante personale di Annibale, che lo accompagnò in molte imprese belliche, riuscendo sempre a scampare i pericoli mortali. I particolari anatomici dei due animali raffigurati sul piatto, rimanderebbero piuttosto a elefanti asiatici che non a quelli africani. Elefanti africani, che hanno la particolarità di avere orecchie più grandi rispetto a quelli asiatici, erano invece raffigurati su monete puniche, a testimonianza di quanta importanza godeva tale animale nel contesto della civiltà punica.

Altri studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la scena del piatto non avrebbe nulla a che fare con gli eventi storici sopra ricordati, dunque non deriverebbe dalla memoria della visione diretta di tali animali da parte degli eserciti romani. Si tratterebbe, invece, di un modello iconografico di matrice orientale, che circolava nel Mediterraneo, e che fu introdotto anche in Italia. L’uso bellico degli elefanti prevedeva la selezione dei soli esemplari maschi, perché più aggressivi delle femmine, i quali venivano utilizzati soprattutto nelle cariche, data la loro mole massiccia molto adatta allo sfondamento delle file nemiche.

Elefanti da guerra furono utilizzati dai Persiani, mentre il primo condottiero occidentale che dovette affrontarli fu Alessandro Magno nella battaglia di Gaugamela (331 a.C.) contro il re persiano Dario III. Anche nelle Guerre Macedoniche i Romani dovettero affrontare gli agguerriti bestioni, mentre ancora nel 46 a.C. nella battaglia di Tapso l’esercito del re Giuba I di Numidia era composto anche da elefanti, in groppa ai quali svettavano torrette con all’interno i soldati.

Giulio Cesare diede ordine ai trombettieri di suonare grandi trombe da guerra, così sentendo quel fracasso gli elefanti si imbizzarrirono e nella fuga calpestarono la cavalleria del re numidico, alleato di Metello Scipione. Ma già parecchio tempo prima i Romani avevano trovato una naturale e potente arma anti-elefante, il maiale, come ricordò anche Plinio il Vecchio nella sua opera “Naturalis Historia” (VIII, 1, 27).

I maiali venivano portati sul campo di battaglia, quindi incitati contro gli elefanti, ma essi impauriti cominciavano subito a stridere facendo un chiasso infernale, cosicchè anche i pachidermi ne restavano terrorizzati. L’immagine sul piatto da Capena non è una simpatica vignetta che veicolava, e veicola, sentimenti positivi, bensì molto probabilmente comunicava una precisa memoria bellica, un evento nel quale furono coinvolti, loro malgrado, anche gli elefanti, costretti a condividere le sporche faccende di guerre di generali ed eserciti inquieti.