Viterbo
Enrico Clementi – Educatore, Formatore, Esperto in psicologia dello sport

 

Enrico Clementi

Con questo contributo si conclude la Rubrica estiva sul tema degli apprendimenti nello sport a cura di Enrico Clementi, Referente nazionale del Dipartimento “Pedagogia e didattiche delle attività motorie per l’infanzia e l’età adulta” – Settore ASI di Psicologia dello sport.

 APPRENDIMENTI E COMUNCIAZIONE: QUANDO IL “COME” È PIÙ IMPORTANTE DEL “COSA”

Se dovessi indicare la capacità educativa basilare, vale adire quella che permette di acquisire altre capacità o abilità nella vita, come nello sport, direi che questa è la capacità d’apprendere.

Sembra tautologico quello che dico, ma non è così – basta pensare ai casi nei quali un deficit di tipo cognitivo permette alla persona alcuni apprendimenti, ma ne rende difficoltosi altri.

La capacità d’apprendere è una capacità che può essere migliorata attraverso un lavoro articolato su più piani, da quello cognitivo, a quello emotivo e della motricità, a quello relazionale.

Dicendo che la capacità d’apprendere può essere migliorata attraverso un aumento della conoscenza, piuttosto che attraverso un programma di “alfabetizzazione emotiva”, la cosa – almeno intuitivamente - risulta abbastanza chiara. Meno evidente, forse, è dire che anche l’esercizio delle abilità relazionali migliora la capacità d’apprendere.

Questo non solo e non tanto perché la dimensione relazionale sociale è una delle dimensioni comunemente ritenute di maggior rilievo nella vita di noi tutti, ma perché essa ci impone, sul piano affettivo, dei passaggi personali senza i quali alcune acquisizioni sarebbero impossibili.

Torno al gioco del “se” e aggiungo: se dovessi indicare una componente che invece disturba l’apprendimento, non permettendo al singolo, adulto o bambino, di esprimere il suo potenziale, questa è la critica, auto o etero indotta.

Occupandomi di formazione, oltre che di educazione, ho spesso a che fare con persone adulte e il fenomeno dell’autovalutazione negativa su sé e sugli altri – che ha il suo apice nella svalutazione – è oltremodo evidente. Apprendimenti e critica non vanno assolutamente d’accordo e questo è un monito non solo per chi intende la vita come un percorso sostanzialmente fatto di apprendimenti (in senso lato), ma soprattutto a chi si occupa di educazione, o semplicemente intende trasferire delle conoscenze ad altri.

Ripeto che non solo la critica autoindotta è disfunzionale al processo d’apprendimento, perché lo rende tortuoso, faticoso, non permettendoci di dare il meglio di quello che possiamo, ma anche quella degli altri, soprattutto se non costruttiva ed espressa in modo inadeguato. Spesso non è il contenuto ad essere inadeguato, ma il modo in cui è veicolata l’informazione, tanto da poter dire che: non è importante il “cosa”, ma il “come”!

Per cui oltre a minare l’autostima, un dialogo non positivo con noi stessi, del tipo “non ci riesco”, “sono una frana”, “mi viene proprio male” e simili, rafforza alcuni convincimenti e distoglie l’attenzione dal compito, rendendo praticamente impossibile la realizzazione dello stesso.

Cosa analoga dicasi per un insegnante o un trainer che “ci parla addosso”, approvando o disapprovando quello che facciamo, o magari in tono rigido e giudice, fermo sulle proprie conoscenze e acquisizioni, per quanto valide siano: ad essere in discussione – come dicevamo – non è tanto il contenuto, ma i tempi e i modi della comunicazione, che va effettuata non nel mentre della prova e nei modi opportuni, cioè propri all’allievo, utilizzando i suoi canali, le sue “preferenze cognitive”.

Per alcuni di noi evitare la critica e favorire gli apprendimenti, creando un clima di serenità, fiducia, scambio, risulta relativamente facile, per altri più difficile; questo in rapporto alle caratteristiche di personalità dei singoli e al grado di consapevolezza maturato rispetto ad esse – sono in genere le persone dette “giudicanti” (o “giudici” vs. “ricettive”) a fare più fatica in questo senso.

È questa la ragione per la quale, qualsiasi training di apprendimento in ambito educativo dovrebbe prevedere delle attività attraverso le quali l’aspirante formatore (sia esso insegnante, istruttore sportivo o altro) impara a capire “dove sta” rispetto alle sue caratteristiche di personalità. Non solo, ma impara anche a reclutare risorse diverse e ad esplorare altri modi di essere, di funzionare, al fine di raggiungere, sul piano comunicativo, persone che si avvalgono di strategie cognitive e strumenti emotivi uguali o diversi, cioè a dire i futuri allievi.

Questo non significa “cambiare se stessi” - anche perché in situazione di stress (in genere) non possiamo che replicare quello che siamo! – ma quanto meno rendere più flessibili i nostri schemi adattivi e più efficace la comunicazione; raggiungendo sensibilità, intelligenze, che altrimenti, se fermi al nostro modo di essere, probabilmente liquideremmo come “poco dotate” o “incapaci”… ma saremmo noi, in qualità di educatori, gli incapaci!

Da qui l’assioma sopra menzionato, che ad una prima lettura potrebbe lasciare dubbiosi, ma che gradualmente si capisce meglio ed apprezza: “non è importante il cosa, ma il come”. Cioè a dire: se il modo in cui comunico qualche cosa a qualcuno (che ha caratteristiche proprie, propri modi e tempi di assimilazione, strategie d’apprendimento diverse, ecc.) non è efficace, il contenuto, per quanto valido possa essere, ha poca rilevanza, non arriva, non passa.

Un educatore che non smussa le proprie asperità, idiosincrasie e non diversifica il repertorio degli strumenti comunicativi e relazionali a sua disposizione, è come uno strumento musicale con una estensione limitata, che può eseguire alcuni brani, ma non altri: come un pianoforte con una o due ottave al centro e bassi e acuti non servibili, perché afoni. Ci si può adattare è vero ad eseguire un brano su due ottave, ma certamente la ricchezza esecutiva e la varietà di combinazioni timbriche dell’intera tastiera - che coincide per noi con la possibilità di comunicare efficacemente contenuti validi a discenti con caratteristiche simili, o diverse dalle nostre - resterà un limite e un miraggio.

Enrico Clementi – Educatore, Formatore, Esperto in psicologia dello sport

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.