Viterbo SPORT Argentina ed Olanda ci riportano con la mente a quel 25 giungo 1978
Il Mondiale brasiliano sta giungendo al suo epilogo, regalandoci due semifinali al fulmicotone: Brasile versus Germania e Argentina versus Olanda. Un finale (o semi se più vi piace) davvero coi fiocchi, che sta rispecchiando sia i pronostici che i valori visti in campo.
Corsi e ricorsi storici: si ripetono le sfide, anche se cambiano tempi ed uomini, ma non certo l’intensità e l’attesa.
Argentina ed Olanda ci riportano con la mente a quel 25 giungo 1978, quando allo stadio Nacional di Buenos Aires, gli undici allenati da Luis Cesar Menotti conquistarono l’alloro mondiale fra le mura amiche davanti ad ottantamila spettatori, battendo per 3-1 un’indomita Olanda (arbitro l’italiano Gonella).
All’indomani, Italo Cucci, direttore del Guerin Sportivo, sottolineò il “… grande storico successo dell’Argentina e la prova maiuscola, davvero Mondiale, di Mario Kempes. (…) l’hanno giocato e l’hanno vinto. Contro i nemici interni (pochi) e contro quelli esterni, tanti; (…) solo chi è uscito da una grande tragedia, e ancora ne sente il peso, come il popolo argentino, può capire quanto valgano la pace, la pace, la fraternità e la libertà”.
Per la cronaca, gli azzurri allenati dal quella vecchia volpe di Enzo Bearzot, per un soffio non disputarono la finale. Furono proprio gli olandesi, anche senza Cuijiff, a negargli la gioia. Se la videro col Brasile di Dirceu per la finale di consolazione, 3-4 posto, che si aggiudicarono i verdeoro, anche in questo caso non senza una buona dose di sfortuna per gli italiani.
Per gli olandesi si trattò, invece, per la seconda volta consecutiva, a distanza di quattro anni, di una finale da giocarsi contro i padroni di casa, dopo quella disputata e persa in terra di Germani (Ovest), nel 1974, ancora divisa dal Muro di Berlino e da rivalità ideologiche e politiche. Ad allenare i tulipani in sud America, era l’austriaco Ernst Happel, personaggio antipatico anziché no, vecchia conoscenza del calcio italiano (sarà lui a battere la Juventus di Rossi Platini e Boniek, sulla panchina dell’Amburgo nella storica finale di Atene di Coppa Campioni).
L’Argentina era invece allenata da un signore quarantenne, elegante e con la perenne sigaretta accesa tra le labbra, come ebbe a descriverlo per gli sportivi, Franco Ferrara del Corriere dello Sport – Stadio. Si trattava di Luis Cesar Menotti, l’uomo che dalla AGFA, la Federazione calcio argentina, ma più di ogni altro dalla Giunta militare al potere guidata da Rafael Videla, ebbe carta bianca e l’obbligo di vincere il titolo mondiale. Ottenne entrambe le cose e con tal piglio e sicumera da lasciare a casa un diciottenne emergente, ma ritenuto da Menotti ancora troppo giovane per essere gettato nella mischia, nientepopodimenoché Diego Armando Maradona.
Chi la spunterà, oggi, a distanza di ben otto edizioni fra Argentina ed Olanda, fra Messi e Robben?
Brasile versus Germania. Anche questa sfida tra giganti, ci riporta con la mente a quel 30 giugno 2002., stadio di Yokohama, terra del Sol Levante, ovvero quel Giappone che insieme alla Corea del Sud si erano divise l’onore e l’onere di ospitare l’edizione più discussa e più mediocre dei Campionati del mondo fino ad allora disputati, o forse in piacevole compagnia con l’edizione 1994 disputata negli Stati Uniti, quella che vide trionfare, fra gli altri, il bus de cul, dell’allora Commissario tecnico azzurro Arrigo Sacchi.
Brasile e Germania si contesero in quella finale il tiolo mondiale, lasciando il terzo e quarto posto – pensate un po’!! – ad appannaggio della Turchia e della Corea del Sud, una Corea del Sud sfacciatamente favorita dagli arbitraggi dell’ecquadoregno Moreno contro l’Italia e dell’egiziano Ghandour contro la Spagna, nei quarti di finale, roba da far impallidire perfino il marchese De Couberten. “Fifa ladra ed arbitri venduti: il calcio è morto in oriente”. Così titolava il Guerin Sportivo, all’indomani dell’amara eliminazione degli azzurri.
Sulla panchina del Brasile sedeva allora come oggi Felipe Scolari, cuore brasiliano ma sangue italiano, vantando tra i suoi antenati un bisnonno siciliano, emigrato sulle spiagge di Rio con tanto di coppola e di sigaro sul finire dell’ottocento in cerca di fortuna.
Il loro discendente Felipe sicuramente c’è riuscito. Ma torniamo alla finale del 2002. Fu il quinto titolo mondiale vinto dal Brasile di Ronaldo (sua la doppietta che mise kappaò i teutonici), di Ronaldinho, Roberto Carlos, Gilberto Silva e Cafù.
Fu un monologo verdeoro a dispetto della fama tedesca. Non ci furono speranze per l’allora commissario tecnico tedesco Eric Voeller, anche lui vecchia conoscenza del calcio italiano. Come consolazione per la discutibile, quanto ingiusta eliminazione subita dall’Italia, l’ambiguo quanto intramontabile ed inossidabile Blatter, allora come oggi Presidente della Fifa, designò per la finale di Yokohama, l’arbitro italiano Pierluigi Collina.
Chi la spunterà oggi, dopo 3 edizioni, tra il redivivo Scolari e il giovane Lowe, tra una Germania quasi multietnica ed un Brasile in versione europea?
Giuseppe Bracchi
