Viterbo POLITICA Giorgia Meloni ha vinto, ma solo una battaglia, non certo la guerra

 

Giorgia Meloni

Una sinistra sempre più smarrita si appresta a superare il difficile esame delle elezioni di primavera per il rinnovo del Sindaco e della giunta capitolina dopo le ben accette dimissioni di Ignazio Marino.

Ma se la sinistra è in confusione, la destra non brilla certo per chiarezza di idee e di intenti. E' di poche settimane or sono l'ennesima lite per motivi patrimoniali tra gli ex colonnelli di An, con in prima linea il fantasma di Gianfranco Fini, e i nuovi adepti di Fratelli d'Italia, il neo movimento di Giorgia Meloni dal quale gli italiani, soprattutto quegli incerti, che sono lungi dall'affidarsi alle smanie bugiarde di Matteo Renzi ed alla sua truppa di incompetenti, attendono lumi e soprattutto concretezza progettuale.

 

Giorgia Meloni ha vinto, ma solo una battaglia, non certo la guerra. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando al Congresso di Fiuggi, Gianfranco Fini, dopo aver raccolto l'eredità che fu di Giorgio Almirante e del MSI, si preparava a sdoganare dall'isolamento la nuova Alleanza Nazionale, per prepararsi al difficile compito di governare una nazione uscita dal terremoto di tangentopoli.

Gli intenti iniziali erano buoni, ma poi strada facendo il giovane delfino di Almirante ha finito col gettar via insieme all'acqua sporca anche il bambino. Una destra moderna, europea, aveva certamente bisogno di superare, o quantomeno di affidare alla storia ed agli storici, tutto quanto era ancora in odore di nostalgiche marcette in orbace e stivali neri. Ma dal dopoguerra ad oggi era davvero tutto da gettare alle ortiche?

Poi ci fu l'ingresso in Forza Italia, una mossa assurda e mortale, della quale fui uno tra i pochi a deprecarne la scelta, vox clamantis in deserto.

Berlusconi fece presto a fagocitare le truppe e ad appiattire colonnelli, marescialli e sergenti vari sull'ideale verticistico del partito azienda, dove la competizione mercantilista finisce col dividere anziché unire (le lotte odierne all'interno di Forza Italia ne stanno dando ampia dimostrazione, se alla base non ci sono certezze solide e valori condivisi) e Gianfranco Fini, oltre alla memoria finì col perdere la stima della base, finendo i suoi giorni in completo isolamento politico. Cosa resta oggi dell'ex delfino di Almirante, oltre alla disistima dei suoi vecchi seguaci ed ammiratori, prima fra tutte Donna Assunta Almirante?

Solo il ricordo di una tale che finì col distruggere la destra, consegnandola spoglia e senza più ideali al berlusconiano partito d'azione. Il tutto con la benedizione di una sinistra che proprio dallo sfaldarsi della destra e delle sue più nobili tradizioni traeva vantaggio e sulle cui ceneri ancora oggi vive di rendita, nonostante i disastri del segretario fiorentino, alias Matteo Renzi.

Eppure, proprio la memoria storica ci aveva diffidato dall'intraprendere queste avventure, attraverso il lascito intellettuale di uomini e studiosi, come per esempio il Benedetto Croce dell'età più matura.

Fu lui ad accorgersi della crisi dell'amor di Patria come concetto morale, in uno scritto che porta la data dell'8 giugno 1943: “Una parola dissueta: l'amor di Patria”. Al riguardo, vale la pena di citare un brano della riflessione che il compianto filosofo Augusto Del Noce volle affidare alle pagine dell'Europa, del 30 maggio 1971 (pp. 9-22): “Nel segno della patria i nostri più nobili ideali ed i nostri più austeri doveri prendono una forma particolare e più a noi vicina.. perciò se i nazionalismi aprono le fauci a divorarsi l'un l'altro, le patrie collaborano tra loro...

Ma che cosa era il nazionalismo per Croce se non una forma di quell'irrazionalismo o attivismo … che in altro non consiste se non nella corruzione che l'idea di libertà subisce “se le si toglie la sua anima morale, se la si distacca dal passato e dalla sua veneranda tradizione, se alla continua creazione di nuove forme che essa richiede si toglie il valore oggettivo di tale creazione” cosicché non rimane “se non il fare per il fare, il distruggere per il distruggere, l'innovare per l'innovare” e al culto di Dio si sostituisce quello del diavolo, che attrae come la “malignitas” alla quale, secondo la sentenza di Tacito, “falsa species libertatis inest”.

Dio-patria-famiglia. Questa è l'eredità perduta che la destra deve recuperare senza esitazioni, complessi di inferiorità, né timori reverenziali nei confronti di chicchessia.

Deve battersi, affinché attraverso la difesa dell'identità cristiana, della libertà e della dignità di ciascun uomo, di ciascuna donna e della famiglia, il diritto naturale si faccia carne e sangue nella vita istituzionale del Paese, facendo del bene comune non una somma di interessi individuale o di classe, ma un patrimonio di valori condivisi e affinché il diritto sia espressione ed immagine della giustizia sulla base di quell'immutabile principio secondo il quale “veritas, non auctoritas facit legem”.

Il recupero culturale e politico di questa tradizione nella destra non è facoltativo. Costituisce un imperativo morale. Lo richiede il bene della Patria e soprattutto degli italiani.

Giuseppe Bracchi