Salvatore Moschella
Reggio Calabria

Aver visto il Presepe Barbaro ed aver letto il libro che in esso viene descritto è stata una grande emozione che mai avevo provato prima, pur essendo stata, tale rappresentazione, un’immagine che mi riporto in memoria fin da bambino.

Ricordo, aspettavamo le festività natalizie, non tanto perché con esse arrivavano le vacanze scolastiche, ma in quanto in tale periodo di duemila anni fa si sarebbe verificato un evento straordinario: la nascita del Bambino Gesù, figlio di Dio.

Dio stesso, fattosi uomo per starci accanto, nato, così ci aveva insegnato il catechismo, per affrancare l’uomo dal peccato originale della disubbidienza.

Per quali motivi Adamo ed Eva, pur vivendo nel Paradiso Terrestre ed avendo a loro disposizione quanto desiderassero, avrebbero commesso tale trasgressione. È stato tale pensiero, nella mia mente di fanciullo, cagione per tanto tempo di una grande sofferenza spirituale. A causa di quel peccato tutti gli uomini avrebbero sofferto e penato tanto. Non mi davo pace, per cui quando mi spiegarono che con la nascita di Gesù Bambino le cose sarebbero migliorate, il mio cuore abbandonò la tristezza per riacquistare la pace e la serenità. Non fu però per molto tempo, in quanto, a mano a mano che crescevo acquisivo attraverso l’insegnamento religioso altre informazioni che continuavano a turbare la mia innocenza di ragazzo. Gli uomini, nonostante quell’ Avvento straordinario occorso per affrancarli, continuarono nel loro peccato di disubbidienza e di inosservanza di quei pochi comandamenti che nostro Dio aveva già dettato a Mosè sul monte Sinai, speranzoso che li avrebbero rispettati.

Non soltanto gli uomini di quel tempo, forse anche quelli di oggi, non compresero il grande accadimento, addirittura non gli credettero, considerando quel figlio di Dio, mandato per predicare la pace e la giustizia per la salvezza degli uomini, un grande affabulatore, chissà per quali recondite mire. Per tale cagione lo sottoposero alla crocifissione.

Ancora una volta Il Dio misericordioso diede agli uomini segno della sua potenza e bontà perdonando loro quel grande sacrilego misfatto. Così, come avevano previsto le antiche scritture, fece resuscitare Gesù Cristo dopo tre giorni dalla morte, facendolo salire in Cielo, con la promessa che sarebbe ritornato sulla terra per riportare nel Regno Celeste per l’eternità tutti i vivi e i morti. Ma ancora molti non gli credettero.

È una bella storia quella testé presentata, che ha bisogno di essere continuamente raccontata e tutto ciò per non dimenticare, considerato che gli uomini hanno dimostrato di avere la memoria corta e, soprattutto, dimenticano facilmente quanto di bello hanno ricevuto e continuano a ricevere dal loro Creatore- Redentore.

Ce n’è voluto di tempo affinché comprendessi pienamente la grandezza di quegli avvenimenti religiosi, nella considerazione che un grande accadimento sconvolse la mia serenità di bambino. Stormi di rumorosi aerei sorvolavano le nostre teste e qua e là e poco dopo le campagne e le case bruciavano. Nessuno si interessava a me, nessuno mi dava spiegazioni di quanto stava accadendo. Tutti fuggivano, cercavano riparo, trascinando con loro i figli nei pochi e precari rifugi che gli anziani mariti o fratelli erano riusciti a realizzare. Non ricordo ci fossero giovani in giro. Solo donne e uomini anziani, mamme con i loro bambini preoccupati a proteggerli. La mia giovane età non mi permetteva di comprendere cosa stesse effettivamente succedendo e perché di tanto tanto trambusto. Provavo soltanto sofferenza e non solo fisica.

Una cosa, più di ogni altra, attirava la mia attenzione, le donne raccolte in quei precari rifuggi al rumore degli aeroplani che si avvicinavano, intonavano all’unisono canti di preghiera e di invocazione affinché il Signore li salvasse dal pericolo di un eventuale bombardamento dalle tragiche conseguenze. Capii subito che stava succedendo qualcosa di non comune e di pericoloso e che soltanto la preghiera poteva salvarci e considerai tale compimento una cosa buona. Se e solo ci fossimo messi sotto la protezione del nostro Signore nulla ci sarebbe accaduto.

Tali tragici avvenimenti, a cui mio malgrado ho dovuto assistere, lasciano nella memoria di quel fanciullo di tanti anni fa pochi ricordi circa la preparazione del Presepe e tutto ciò che esso rappresentava.

Così come ben descrive l’autore del libro” Il Presepe Barbaro “, la passione per la preparazione del presepe nasce da bambini. Di solito sono i genitori, nonni compresi, a coinvolgere tutta la famiglia alla costruzione del presepe. I figli e nipoti sono i veri protagonisti, ad ognuno dei quali è affidato un compito ben preciso. Delimitato lo spazio, di solito, una parte di parete del salone o un angolo della cucina, si realizza su un tavolo, riservato alla bisogna, ovvero costruito per l’occasione, una struttura in carta pesta rappresentante un paese in miniatura al centro del quale si posizionerà la capanna dentro la quale nascerà la sera di vigilia di Natale Gesù Bambino.

Si tracceranno le strade, i profili delle montagne, l’immancabile torrente con annesso ponte, ed i vari luoghi su cui si posizioneranno le case del villaggio e le casette sparse. Formata così la struttura entrano in giuoco i bambini che sono chiamati a partecipare attivamente alla realizzazione del presepe. Un ruolo avuto che non dimenticheranno mai. Prima fra tutto, sotto la guida dei genitori, inizieranno la costruzione in cartone od in sughero, opportunamente colorato, delle casette del villaggio. Raccoglieranno sotto gli alberi della campagna l’immancabile muschio o la sabbia a seconda dell’habitat che vogliono creare, qua un’oasi di verde, là una zona desertica, ed ogni altra cosa adeguata per offrire alla struttura una immagine complessiva e apparentemente reale. In ultimo i bambini posizioneranno nei vari luoghi i pastori, realizzati personalmente in carta pesta o in creta che si godranno ed ammireranno fino al giorno dell’Epifania (Sei gennaio) che, come è noto, tutte le feste porta via.

 Tale preparazione è accompagnata dall’acquisizione degli insegnamenti precedentemente impartiti dai catechisti ovvero nell’ambito della famiglia in ordine al prodigioso Avvento.

Il bambino che partecipa alla costruzione del Presepe vive quel momento con interesse e passione consapevole dell’importanza di tale rappresentazione che, se da una parte appare come un gioco, dall’altra appare come ricostruzione di una storia che fa parte dell’umanità di cui egli stesso è un attore principale.

Mi sono più volte soffermato con commozione, nel leggere il libro, su quella foto in bianco e nero in cui un bimbo con gli occhi pieni di gioia è intento ad ammirare il presepe che la mamma aveva come ogni anno costruito per i figli. Non mi era mai capitato a quell’età ad assistere a tale spettacolo. A ben altri spettacoli avevo assistito durante la mia fanciullezza. Quella incantevole visione non faceva parte del repertorio dei miei ricordi.

Ecco spiegato il motivo della commozione che mi ha stretto nel leggere il libro del professore Giuseppe Barbaro dal titolo “Il presepe Barbaro”, che si mostra un’opera fondamentale, per me lo è stata, per comprendere il vero significato e l’essenza stessa di tale rappresentazione che si ripete da oltre duemila anni, continuando ad essere una grande gioia per grandi e bambini.

 Passati gli anni, diventato genitore, compresa l’importanza di tale rappresentazione, grazie alla fattiva collaborazione di mia moglie, ho voluto far vivere ai miei figli tale esperienza e fin dai primi anni abbiamo costruito tutti assieme ad ogni Santo Natale il presepe con gli stessi mezzi, lo stesso spirito e la stessa passione con cui Maria Stella, mamma del nostro autore, l’ha fatto per i suoi figli.

Oggi noi continuiamo in tono minore questa bellissima tradizione, mentre il professore Barbaro, incoraggiato dalle sue tante esperienze di vita, soprattutto i suoi studi universitari a Napoli, patria dei presepi, ha voluto dedicarsi con professionalità e per tanti anni alla realizzazione di un importante presepe che riproduce in ogni particolarità quello che è stato il presepe Napoletano del Settecento con tutta la simbologia che gli artisti napoletani hanno voluto ricreare con i loro pastori in quel rione famoso in tutto il mondo che è San Gregorio Armeno.

Non so se elogiare più il presepe che il libro che lo stesso autore ha voluto scrivere per descrivere con minuzia di particolari, la sua rara, se non unica, opera artistica. Credo non ce ne siano altre in tutta Italia di tale fattura. Un’opera, sebbene di proprietà privata, che dovrebbe entrare nel circuito dei musei pubblici esistenti sul territorio della provincia di Reggio e nella stessa città.

In merito al valore del libro possiamo affermare, senza ombra di smentita, che trattasi di un’opera letteraria di non comune stesura, un libro appartenente alla letteratura specialistica della storia dell’arte, in quanto l’opera in esso descritta “il presepe Barbaro del Settecento napoletano” è una vera opera d’arte. L’una è complementare all’altra.

Cominciamo col dire che il libro ha meritato la prefazione di sua eccellenza Giuseppe Fiorini Morosini, Arcivescovo Metropolita di Reggio Calabria e Bova e tutto ciò immagino sia un grande onore per il riconoscimento letterario e storico che il grande prefatore ha concesso al libro ed al suo autore, il prof. Giuseppe Barbaro.

Sua eccellenza Morosini, un’autorità in questo campo, nella sua dotta prefazione ha richiamato l’origine della nascita del presepe, così come oggi viene rappresentato nelle famiglie cristiane degli italiani e del mondo, grazie a San Francesco di Assisi che ne è stato l’ispiratore. Si legge nella prefazione una frase molto condivisa: “Attorno al presepe si sono sviluppati i sentimenti più belli che hanno costituito l’ossatura dell’unità delle nostre famiglie” che in qualche maniera ha coinvolto, scrive Monsignore Morosini, anche le famiglie laiche che a questa grande suggestione non hanno saputo resistere. La religione e non solo quella cristiana esercita sull’uomo dotato di un minimo di spiritualità un certo fascino a cui non si può resistere.

La religione, particolarmente quella Cattolica, con la simbologia del presepe, ci insegna il valore della semplicità, dell’umiltà, della bontà, dell’amicizia, della fraternità. Raccoglienti quei valori universali che, alla fine, se fossero pienamente rispettati contribuirebbero alla felicità del singolo essere e dell’umanità intera, costituendo tutto ciò, come scrive Morosini, l’ossatura della fede cristiana, secondo la spiritualità ignaziana.

La raffigurazione del presepe rappresenta nei suoi giochi di luci e di colori la natura stessa. La contemplazione del Creato e delle sue creature che non implorano altro che vivere in pace ed in armonia e soprattutto in libertà. Gesù non ci impone con la forza a seguirlo, ma si propone come modello di comportamento per raggiungere la felicità a cui tutti auspichiamo.

 La tradizione del presepe è un’esigenza popolare che, più di ogni altra raffigurazione religiosa, viene rispettata e tramandata, esprimendo, come sostiene sua eccellenza Morosini a chiusura della prefazione, i sentimenti dell’animo umano.

Certamente sarà stato con questo spirito che il prof. Barbaro ha preparato e curato per oltre dieci anni la realizzazione di questa grande opera che, a ben titolo, entra nella storia dell’arte presepista.

Adesso vogliamo, con grande umiltà, non essendo esperti di presepi, tanto meno grandi letterati, entrare nel vivo dei vari capitoli, che sono tanti, per cercare di capire il valore religioso che l’opera “Presepe” rappresenta nel suo insieme per il suo autore, perché nasce la sua costruzione e quanto è stato il tempo impiegato per la realizzazione. Il tutto viene descritto nei vari capitoli con dovizia di particolari in quanto l’autore ci conduce, quali visitatori speciali, passo per passo, in ogni spazio del suo presepe soffermandosi, ora qua ora là, ad illustrarci ogni scena, ogni rappresentazione di vita di quella miriadi di pastori che in quel grande scenario sono i veri protagonisti. Una visione tanto suggestiva, quanto reale nell’immaginario in quanto nulla manca di vita quotidiana in quel villaggio in miniatura.

Si dice solitamente che quando si scrive e si pubblica un libro, ciò che è stato scritto non appartiene più al suo autore, bensì al lettore, nella misura in cui quest’ultimo ha recepito l’insegnamento e condiviso il pensiero. Credo che l’autore non debba essere geloso di tale traslazione di pensiero o di insegnamento. Anzi rappresenta un atto d’amore verso lo scrittore da parte del lettore che ha letto il suo scritto, quanto un grande compiacimento per lo scrittore, sapere che il lettore ha condiviso le sue idee e soprattutto ha saputo trarre da tale lettura degli insegnamenti. (una comunanza di sentimenti, di passioni, di affetti). (C’è il maestro senza il quale non ci sarebbero discepoli)

Sotto questo aspetto considero l’autore, il prof Barbaro, il mio maestro, in quanto, leggendo con interesse il libro, ho appreso una vastità di notizie che mi hanno permesso di ampliare la mia conoscenza in ordine alla storia del presepe, particolarmente quello napoletano del Settecento, e tutta la simbologia che i pastori, i luoghi e le scene di vita quotidiana ivi rappresentano. Non manca l’autore di raccontarci l’evoluzione che il presepe ha avuto nel tempo a partire dalla grotta di Greccio, per l’Italia e in tutto il mondo, non tralasciando di indicarci i maggiori collezionisti che man mano si dedicarono, sempre più, spinti da un fervore religioso alla costruzione del presepe prima in forma semplice, dove la scena più importante era rappresentata da una misera capanna o da una grotta dove nacque il Bambino Gesù, ai lati Maria e Giuseppe ed accanto il bue e l’asinello.

Più tardi, la costruzione del presepe, divenne sempre più complessa arricchendosi di nuovi personaggi con costumi più o meno sfarzosi a seconda del ceto di appartenenza che ogni operatore si sforzava di mettere in evidenza oltre che a migliorare la tecnica di costruzione dei vari pastori, passando dalla carta pesta, alla creta, fissi o movibili, utilizzando fili di ferro ed aggeggi complicati per dare il senso del movimento e dell’azione. Altro materiale usato abbondantemente per costruire gli altri pezzi ed oggetti del presepe è il sughero che ben si adatta ad ogni forma di lavorazione.

Ci sono in ogni presepe alcune strutture ed in quello di Barbaro certamente non mancano: il pozzo, la fontana, il ponte, il fiume, la locanda e il mercato. che rappresentano una precisa simbologia, che pochi conoscevano, compreso il sottoscritto, che l’autore descrive nel suo libro con tanta comprensibilità.

 Il pozzo, “rappresenta il collegamento tra la superficie e le acque sotterranee, la cui storia è ricca di aneddoti e superstizioni, che ne fanno un luogo di paura, quale quello che non si poteva di attingere l’acqua la notte di Natale in quanto conteneva spiriti diabolici capace di possedere le persone che l’avessero bevuta”; La fontana con la donna, “ rappresenta l’Arcangelo Gabriele che avrebbe annunciato la nascita di Cristo vicino ad una fontana” ; Il ponte, “ Il ponte chiaro simbolo di passaggio , è collegato alla magia. Rappresenta il passaggio tra il mondo dei vivi a quello dei morti. Un passaggio nell’aldilà, verso l’ignoto.” Il fiume, “rappresenta il tempo (passato, presente, futuro). L’acqua che scorre è un simbolo legato alla mitologia della morte e della nascita divina.” La locanda, il luogo che abbonda di vivande da consumare in allegria a pranzo il giorno di Natale, nel contempo anch’essa ha un significato allegorico rappresentate le colpe degli uomini dove si seppellisce il tempo. 

Secondo i vangeli, ci ricorda Barbaro, le tante locande e taverne di Betlemme che si rifiutarono di dare ospitalità a Maria e Giuseppe per poter dare alla luce il loro bambino i quali sono stati costretti, continuando la malvagità degli uomini, a farlo nascere in una misera capanna. Infine il Mercato, dove si svolgevano le varie attività lavorative e dove abbondava ogni genere di mercanzie che contrastava con la povertà del luogo in cui era nato il Bambinello Gesù”.

L’opera letteraria del Barbaro è un crogiolo di descrizioni e di immagini che si vorrebbe mai terminassero, tanti sono le informazioni che se ne raccolgono da inondare il cuore e la mente.

Ed ecco il capitolo dedicato ai pastori la cui qualità e quantità presente nel presepe è innumerevole che per poterli descrivere uno per uno dovrei andare molto oltre a quello che dovrebbe essere invece lo spazio che si richiede ad una recensione, pur doverosamente ritenendo di dover chiarire che questo scritto ha il solo scopo di esprimere il mio modesto pensiero sull’opera e quanto questa sia stata di grande giovamento alla mia formazione culturale sull’arte presepista.

I re Magi, Condotti a Bethleem dalla cometa, tra i pastori, sono i protagonisti del presepe e, a ragione, l’autore si sofferma più di ogni altro nella loro descrizione: Melchiorre, il più vecchio, di razza bianca, rappresentante l’Europa porta in dono l’oro, riconoscimento della regalità di Cristo; Gaspare, re dei persiani, rappresenta l’età matura e porta in dono la mirra. La sua offerta rappresenta il valore salvifico del figlio di Dio; Baldassarre, di colore, rappresenta l’Africa è il più giovane e porta in dono l’incenso, omaggio alla sua natura divina. Tutti arrivano sui propri cavalli dall’oriente dove sorge il sole per fermarsi al cospetto del Bambinello offrendo i doni che avevano portato con loro.

La Giorgiana, detta “Re Magia” è stata per me una scoperta, trattasi di Diana, personificazione della luna e del principio universale femminile che segue i re Magi nel loro viaggio.

Altri pastori: Il Monaco, la zingara, il cacciatore, il pescatore, il macellaio, i vari venditori di cibo di cui l’autore ne elenca dodici, rappresentanti l’allegoria dei dodici mesi dell’anno. Poi ancora i pastori e le pecore che rappresentano il “gregge” dei fedeli che incontra Dio grazie alla guida dei pastori e dei sacerdoti; I tanti artigiani che con il loro lavoro manuale provvedono alla conservazione ed alla manutenzione di ogni cosa.

Ma, più di ogni altra, quello che mi ha colpito maggiormente delle tante scene rappresentate e descritte nel libro è stata quella della Natività. Non tanto per quello che la natività rappresenta in sé stessa nel presepe, quanto le varie figure che in prossimità della capanna si incrociano e si accomunano, segno che l’avvenimento è stato di tale rarità e sacralità che nessuno ha voluto mancare. Tutto attorno un gruppo di Angeli, Cherubini, puttini insieme ad intonare l’inno di gloria e di benvenuto, lasciando sospesi in una sorta di vortice celeste quanti avevano assistito al grande evento.

 Una sorpresa è stata quella della quantità degli angeli presenti nella scena, addirittura dieci, ognuno diverso dell’altro sia nel modo di vestire, dagli smaglianti colori, quanto nella simbologia che ognuno di loro rappresenta.

In alto al centro della capanna si trova l’angelo detto “Gloria del Figlio” con in braccio un puttino ed in mano l’incensiere, che esalta la magnificenza e l’umiltà del Signore; Un altro ha in mano la navicella con l’incenso per il turibolo;  un terzo, sempre dai vestiti smaglianti, si cimenta con i piatti in mano dei musicisti nell’intento di osannare il re ed il papa, ovvero il potere politico e religioso; un quarto trasporta la campana che suona a festa per risvegliare l’umanità dal torpore e dal sonno in cui ha vissuto prima della nascita di Gesù; un altro, detto “ La gloria dello Spirito Santo” che suona la tromba e rappresenta il soffio divino; Un altro angelo porta in mano la corona per incoronare il bambinello e tanti altri ancora che tengono in braccio un puttino.

La presente scena, quanto le successive che vengono descritte nel libro, con tanta minuzia di particolari, sono di una tale suggestione da restare senza parole, che diventa commozione nel momento in cui hai avuto la fortuna di poter ammirare personalmente il presepe, ospite del nostro scrittore.

Il libro di Giuseppe Barbaro “Il Presepe Barbaro” edito da Città del Sole Edizioni s.a.s. di Antonella Cuzzocrea & C.” Reggio Calabria - curato in ogni suo particolare, attira l’attenzione del lettore per la sua bella veste tipografica e per la stampa al suo interno di una miriade di foto riguardanti i singoli pastori unitamente alle varie scene rappresentate nel presepe,  scattate con abile maestria da Antonia Orlando, moglie del nostro autore, che ha saputo cogliere con la sua fotografia la particolarità di ciascuno pastore esaltandone le caratteristiche dei loro visi e la bellezza dei loro abiti.