Viterbo CRONACA Talotta realizzò una vera e propria operazione di poesia visiva, con forti significati di rottura, di natura semiologica
L'artista Alfonso Talotta
Nella rubrica d’arte di “Sette”, (inserto settimanale del Corriere della sera), il 15 agosto 2014 sono state brevemente citate le operazioni che l’artista svizzero John Armleder presenterà il prossimo novembre presso la galleria dell’amico pittore Wade Guyton a New York.
Tra le opere-azioni là presentate, figureranno anche tele che recano segni d’inchiostro lasciati dal passaggio dei pneumatici dell’auto di Armleder (una Porsche 914 del 1971).
L’operazione dell’artista svizzero può a prima vista sembrare ispirata a un intervento che trovò terreno fertile tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80, realizzato dal viterbese Alfonso Talotta. Quest’ultimo fu infatti il primo ad intuire che anche la traccia dell’automobile poteva mantenere delle qualità comunicative. Ideò perciò l’operazione oggi proposta da Armleder in modo apparentemente simile, cioè inchiostrando di acrilico i pneumatici e passando, con questi, su pagine di tela da pittore (figura 1 e 2).
Questi interventi di “scrittura” meccanica, che risalgono al ’79 e che vennero allora chiamati dallo stesso Talotta “tracciati urbani”, furono esposti per la prima volta nella sala Anselmi di Viterbo nel 1980, mostra di cui diede notizia “Il Messaggero” dell’11 ottobre di quell’anno. A parte questi episodi, per quasi tre decenni, gli interventi di scrittura meccanica del viterbese furono pressoché ignorati dalla critica.
La prima a riconoscere la forza creativa di queste operazioni segniche post-gutenberghiane, fu l’artista e critico d’arte Mirella Bentivoglio che, ritrovando per caso un antico catalogo, riconobbe al giovane Talotta, nel ’79 appena ventiduenne, un’originale intuizione creativa. Bentivoglio ne parlò nel 2013 nella rivista “Nuova Meta”, in cui i tracciati urbani vennero da lei letti come “l’occupazione esterna dello spazio dell’espressione”.
Fu sempre la Bentivoglio, per prima, ad assegnare alle immagini grafiche di questi incroci meccanici, un ruolo importante nell’ambito delle poetiche visuali di ambiente romano, in occasione del convegno “Parole e Immagini: la Poesia Visiva a Firenze e a Roma”, tenutosi l’11 dicembre 2013 presso la GNAM, la Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma.
In particolare fu su “Avanguardia”, nel numero 54 dello scorso anno, con la pubblicazione della relazione della Bentivoglio, che venne dato ampio spazio alle azioni para-scrittorie di Talotta; l’articolo venne inoltre corredato di significative immagini fotografiche dei “tracciati urbani” nella loro versione originaria degli anni ’79-‘80.
Bentivoglio, in questa recente occasione, parlò dell’ operazione del viterbese come di una “pseudo scrittura”, un incidente inteso nella doppia accezione di incidenza tra la macchina e il terreno, e tra l’ambito semiologico della traccia dell’auto e quella scrittoria, che in questo lavoro si identificano.
Da un punto di vista estetico, grazie alla sensibilità della gomma dei pneumatici, che riportano sulla pagina/tela i dislivelli e le asperità della superficie stradale, il tratto del segno assume infatti interessanti aspetti “tonali” (figura 3). Riconoscibilmente, sono i segni delle ruote inchiostrate a realizzare incroci o “righe” parallele, senza che sulla tela campeggino altre informazioni visive. La vettura viene qui considerata come quel mezzo-oggetto che, negli anni del boom economico, si impose invadendo prepotentemente le strade. L’automobile, nei “tracciati urbani”, finisce per diventare la Macchina per antonomasia che, per la prima volta, erompe nello spazio da sempre deputato all’espressione creativa. La tela, posta in questa operazione, da Talotta, sul pavimento stradale, assume essa stessa la connotazione di piano di strada (figura 4).
Apparentemente simile, l’intervento di John Armleder sembra risultare assai diverso. Contrariamente all’opera-azione di incroci meccanici di Talotta, realizzata nella strada (lo spazio di tutti), quella dell’artista svizzero appare quasi come l’illustrazione dell’invasione di uno spazio privato. Attraversando la tela con la propria Porsche nel suo studio, Armleder sottolinea l’offesa recata all’aura simbolica dell’artista, concetto totalmente estraneo alle intenzioni di Talotta. I segni delle ruote inchiostrate dallo svizzero, assumerebbero allora un significato in qualche modo parallelo a quello di una firma d’artista su tela.
L’interesse di Armleder, come si evince dall’articolo di “Sette”, è indirizzato ai colori stesi liberamente sulla tela, e al risultato generato dalla loro interazione “casuale”. La performance automobilistica del ginevrino, rivela dunque di essere molto lontana dall’ambito scrittorio dei “tracciati urbani”.
Talotta realizzò una vera e propria operazione di poesia visiva, con forti significati di rottura, di natura semiologica. La sua fu un’intuizione originalissima e in linea coi tempi in cui questa azione, nelle sue prime versioni, venne realizzata. Gli incroci di tracciati post-umani sono un’opera asciutta e asettica, da leggere neutralmente come esempio di scrittura visuale; una corrispondenza di segni che crea numerosi cortocircuiti di senso.
È la macchina che sostituisce imperiosamente il proprio segno a quello destinato allo spazio dell’espressione.
Per Talotta è l’artista che viene ammutolito, non l’Artista che viene aggredito.
Alfonso Talotta, “Tracciati Urbani” 1980, acrilico su tela, cm. 180x190
