
Mario Olimpieri
Mauro, ho avuto un incontro di fantasia con il conte Oreste Macchi di Cellere e vengo a proportelo. Buona giornata a te e ai lettori. Mario
Eccomi finalmente giunto alla Rocca Farnese di Cellere.
- È permesso?
- Avanti! Chi è lei?
- Sono qui di Cellere e vorrei un incontro con il conte Macchi, è possibile?
- Sì, ma chi devo annunciare?
- Dica che sono Mario Olimpieri e che avrei la necessità di scambiare quattro parole con il signor Conte.
- Lo faccia entrare – mi giunge, con voce energica, da una vicina stanza.
- Buongiorno signor Conte, volevo…
- Buongiorno, dica pure, l’ascolto con piacere.
- Senta, conte Oreste, la sua nobile famiglia come e quando ha potuto avere dei collegamenti con Cellere?
- Veda, signor Mario, la mia famiglia, originaria di Cremona, si è poi trasferita a Capodimonte, dove io sono nato il 7 settembre 1797 in un sontuoso palazzo e dove mio padre nel 1824 ha ricevuto da papa Leone XII il titolo di Conte Palatino.
- Congratulazioni! È un titolo veramente prestigioso.
- Sì, ma mio padre se lo è proprio meritato. E non finisce qui, perché nel 1858 è stato nominato Conte di Cellere da papa Pio IX, ed è stato il primo a ricevere questo titolo.
- Ah, ecco come si spiega il tutto e che fa tanto onore a Cellere!
- Anche noi siamo onorati di avere tale titolo in questo bel paesino dove respiriamo aria pulita e siamo in felice contatto con la natura. Lei è contento di abitare in questo luogo?
- Sì, ne sono più che contento, e devo dirLe che sono nato proprio qui a pochi metri dalla Rocca farnesiana.
- E dove precisamente?
- Qui in via Mazzini, al numero 48, che una volta si chiamava via della Cojaja.
- Mi tolga una curiosità, ma come mai a questa via avevano dato un nome così strano?
- Non è che io voglia proprio azzardare, ma il motivo più semplice lo trovo nel fatto che qui ci doveva essere qualche laboratorio artigianale dove si lavorava il cuoio.
- Anche a me sembra che questa sia una logica spiegazione, poi, a causa del tipico linguaggio di Cellere, cuoio si è trasformato in cojo, da cui Cojaja.
Ma lo sa che nei primi tempi stentavo a comprendere il dialetto di Cellere, così caratteristico, per cui i sassi sono sasse, i fagioli sono faciole e i carabinieri sono carabbignere co’ le baffe?
- La comprendo, signor Conte, ma questo linguaggio a me piace molto e spero che non tramonti mai.
- Mi fa piacere sentirla così entusiasta del linguaggio del suo paese.
- Non vuole aggiungere altri particolari sulla sua vita, signor Conte?
- Ecco, allora posso riferirle che il 3 settembre 1857 Pio IX si recò a Viterbo e fu accolto solennemente a Porta Fiorentina e fui io stesso a consegnargli le chiavi della città, una dorata e una argentata, legate da fili dei medesimi colori. (tratto da uno scritto di Mauro Galeotti).
Devi sapere che anche a Viterbo avevo un bel palazzo ed ero proprietario di un teatro privato dove fu tenuta con successo e applausi la rappresentazione della tragedia lirica EMMA E RUGGERO.
Ma adesso basta con i commenti, altrimenti potrei risultare vanitoso e troppo elogiante nei miei confronti. Ritengo che ti abbia abbondantemente informato sulla mia vita e poi, eventualmente potresti ancor venire a farmi visita e sarai accolto con vero piacere.
- La ringrazio, signor conte Oreste e sono contento di poter essere nuovamente accolto in un’altra occasione; devo chiederLe ancora molte informazioni, soprattutto sui suoi figli.
ArrivederLa, signor conte Oreste.
- Arrivederci, signor Mario.
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Ci sarà un’altra mia visita? Si vedrà, ma penso di sì.
