
Il maestro Josè Carreras e Vincenzo Ceniti
Vincenzo Ceniti
La presenza in questi giorni a Viterbo di Josè Carreras, uno dei “Tre Tenori” insieme a Placido Domingo e Luciano Pavarotti, ci sollecita a rispolverare un vecchio articolo su alcune grandi “voci” ascoltate nella nostra città dai primi del Novecento ad oggi, incominciando proprio da Fausto Ricci cui è dedicato il concorso lirico internazionale in cui Carreras è presidente di Giuria.
Si sa poco del debutto del 1914 a Viterbo del giovane baritono che due anni dopo avrebbe però fatto centro al Nazionale di Roma con Ernani nella parte di Carlo V e poi al Costanzi interpretando Amonasro nell’Aida. La sua voce a detta di Toscanini era “grandiosa e di una bellezza incomparabile”. E’ passata alla storia la sua interpretazione all’Unione di Viterbo nella Forza del destino del 1939. Ormai Fausto Ricci aveva alle spalle diverse tournée anche all’estero, specialmente in America latina, ed era quindi avvolto da un alone internazionale.
Tanti gli aneddoti, alcuni per voce spontanea dei suoi concittadini come quello “Ammazzete che pornelle” regalatogli da un suo fan dal loggione per esaltare la potenza della voce. Un critico musicale argentino dopo una sua esibizione al Colon di Buenos Aires scriverà “Di fronte alla voce di Ricci quella degli altri cantanti non è adatta neppure a chiamare un taxi all’uscita dal teatro”. Oggi lo ricordiamo con più particolari ed affetto, grazie al revival nel 2012 voluto dal Touring Club e al premio annuale per cantanti lirici a lui intestato promosso nel 2013 dall’Associazione “XXI Secolo”.
Grande amore dunque per l’opera lirica, anche quando, in seguito ai bombardamenti del 1944 che danneggiarono gravemente l’Unione, i viterbesi dovettero ripiegare su un improvvisato e precario spazio all’aperto detto ”Arena Paradiso” (a metà salita in via della Caserma nel quartiere Paradiso) dove sorgono oggi alcuni mega condomini. Ricordo di aver assistito negli ultimi anni Quaranta a Boheme e Traviata e ho davanti agli occhi alcuni melomani del tempo che all’uscita commentavano soddisfatti interpretazione, regia e costumi.
Un altro baritono viterbese, Raffaele De Falchi (debuttò alla Scala a soli 23 anni nel 1933 nell’Orfeo di Monteverdi) molto amato dai suoi concittadini, concluse la sua carriera nel 1960 nell’anno delle Olimpiadi in una spettacolare Aida alle Terme di Caracalla di Roma. Per Mascagni era uno dei migliori “Alfio” della storia. I suoi compagni di palcoscenico sono stati, tra i tanti, Maria Callas, Maria Caniglia e Giacomo Lauri-Volpi.
A proposito di Giacomo Lauri-Volpi va ricordato che il teatro dell’Unione è stato la sua fonte battesimale il 2 settembre 1919 nelle vesti di Arturo nei Puritani di Bellini di cui erano previste quattro repliche. In una sua autobiografia si legge che il compenso fu di cento lire a recita. Soggiornò a Viterbo per preparare l’opera nella seconda quindicina di agosto di quell’anno.
Non si sa dove alloggiasse, ma di certo frequentò il ristorante della “Grande locanda dell’Angelo” in piazza delle Erbe. Era tanta la paura di un fiasco che si presentò sui manifesti e alla stampa con un altro nome, Giacomo Rubini, anche per non compromettere l’esito del programmato e successivo impegno al Costanzi di Roma in Manon di Massenet.
Nel cast viterbese c’erano accanto a lui il soprano Rosina Granchi, il baritono Mario Gubiani e il basso Paolo Argentini. Precauzione di cui Lauri-Volpi poteva anche fare a meno, tanto fu il successo che gli tributarono i viterbesi. Dopo quel trionfale debutto uscì subito allo scoperto e a testa alta, recuperando il suo vero nome nelle quattro serate del Rigoletto in cartellone dopo i Puritani.
Lauri-Volpi era originario di Lanuvio un paese dei Castelli Romani, ma Viterbo ha decretato il suo primo successo che lo porterà poi nei teatri di tutto il mondo. Concluderà la sua carriera al Costanzi di Roma con il Trovatore nel 1959. Morì in Spagna nel 1979. Va ricordato che Lauri-Volpi fece coppia con Raffaele De Falchi nel 1952 all’Opera di Roma nella Fanciulla del West di Puccini. Minni era Maria Caniglia.
Neanche Lina Cavalieri era di Viterbo, né tanto meno di Onano (piccolo borgo a nord della provincia ai confini con la Toscana) dove da giovane viveva con sua madre Teonilla Peconi, ma l’abbiamo sempre considerata viterbese d’adozione. Entrò nel mondo della lirica più per l’avvenenza che per la voce che le permise comunque di affrontare con successo alcuni ruoli, non solo in Italia. Dopo una rappresentazione di Tahis, Massenet (compositore dell’opera) le disse “Siete così affascinante che avete quasi il diritto di stonare”.
L’abito di scena di quella serata venne da lei stessa donato alla comunità di Onano nel 1912 ed oggi riveste il simulacro di cera di santa Colomba compatrona del paese nella chiesa di Santa Maria della Concezione. La Cavalieri sarà Mimì nella Boheme del 1900 al San Carlo di Napoli. Molto apprezzato dal pubblico il ritratto che ne fece Gina Lollobrigida nel film di Robert Z. Leonard “La donna più bella del mondo” (1955) insieme a Vittorio Gassman.
Nel 1949, il tenore Cesare Valletti (viterbese di adozione) si esibì in un concerto con Tito Gobbi e Maria Caniglia al Cinema Teatro Genio appena riaperto dopo i danni di guerra. In quell’anno l’Unione, in parte distrutto dai bombardamenti, era adibito a cinema.
Maremmano di razza, nativo di Tuscania (1939), Veriano Luchetti è stato un tenore di grandi capacità canore. Il suo acuto non era metallico ma caldo, proveniente direttamente dalle corde vocali. Dopo un’audizione, Mario Del Monaco disse “Finalmente ho ascoltato una voce di tenore”. Il primo esame lo passò nel 1963 partecipando al concorso “Voci nuove” di Spoleto nella parte del conte Floris nella Fedora.
Memorabile la sua interpretazione nella Petite Messe Solennelle del 1971 nella chiesa di San Francesco a Viterbo insieme a sua moglie, il soprano Mietta Sighele. Ha fondato nel 1994 il concorso lirico “Riccardo Zandonai” a Riva del Garda. “Come posso – mi disse in una intervista per la rivista Tuscia del 1980 – ritorno volentieri a Tuscania per ricordare coi vecchi amici i bei tempi andati”. Il comune di Tuscania gli ha intitolato il Teatro del Rivellino.
Anna Moffo e Rernato Cioni nel 1970 eseguirono a Viterbo una Traviata storica, così come di successo, sempre in quell’anno, fu l’interpretazione di Nicola Rossi Lemeni nel Barbiere di Siviglia e di Virginia Zeani nella Madama Butterfly.
Nel 1984 i viterbesi conobbero Raina Kabaivanska in un concerto all’Unione dell’allora Festival Barocco. L’anno dopo – sempre nell’ambito del Festival Barocco - una giovanissima Cecilia Gasdia si esibì in una rappresentazione del Messia di Haendel in forma ridotta per lo sciopero dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino.
Ed eccoci ai giorni d’oggi. Innanzitutto il baritono-regista Alfonso Antoniozzi, viterbese doc che si è formato alla scuola di Sesto Bruscantini e che dal 1984 si è esibito nei più celebri teatri del mondo specialmente nei personaggi del repertorio buffo, senza comunque trascurare incursioni in quello drammatico. Ho avuto il piacere di ascoltarlo nel 1991 nella parte di Ping in Turandot all’Arena di Verona. Dal 2009 si è dedicato anche alla regia lirica in alcuni teatri tra cui il famoso Colon di Buenos Aires. A Viterbo solo qualche sporadica apparizione, a conferma del detto “Nemo propheta in patria”.
Altra gloria viterbese, il tenore Antonio Poli (scuola Romualdo Savastano) che da giovanissimo ha interpretato, nell’ambito del “Progetto Giovani Cantanti” di Salisburgo, il ruolo del Conte di Almaviva nei Due figari di Mercadante diretto da Riccartdo Muti e, successivamente, al Costanzi di Roma quello di Ismaele nel Nabucco – diretto dallo stesso Muti - trasmesso peraltro in diretta televisiva. Notevole il suo Alfredo nella Traviata in stile hollywoodiano con gli abiti di Valentino al Costanzi di Roma di alcuni anni fa.
