Puccini a Tuscania davanti alla chiesa di San Pietro con la moglie del latifondista Mauro Collacchioni

Vincenzo Ceniti, Console Touring

Assolata, amara, greve, maledetta. E’ la Maremma come l’hanno descritta e dipinta, per secoli, scrittori, poeti e pittori, quando le acque putride delle paludi ristagnavano tra canneti e boscaglie malariche e nell’aria si levava il fumo acre delle carbonaie e il vapore dolciastro delle mandrie di buoi e cavalli, governati a vista da uomini rudi e analfabeti.

Li chiamavano i butteri, una sorta di cow boys all’italiana alle prese con ogni sorta di pericoli, compresi i leggendari briganti che in quelle lande deserte trovavano scampo dalle retate dei gendarmi. E’ ancora viva, nei dipinti dei “macchiaioli” e nei racconti tramandati da padre in figlio, l’immagine di questa povertà cui facevano eco l’angoscia e la trepidazione delle donne, in perenne attesa dei loro uomini che potevano imbattersi in qualche scoppiettata. L’unico ristoro era riposto nella speranza e nel rosario. Oggi quel ricordo di desolazione, di terre spopolate e incolte, lascia il posto a visioni di rara bellezza campestre e la Maremma s’è fatta “dolce”, invitante e bella, prodiga di frutti, pur conservando un  look di rusticità gentile. 

Butteri

I butteri erano addetti alle mandrie – tenute a bada con la “mazzarella” un’asta lunga di corniolo acuminata sempre a portata di mano - che radunavano e governavano in sella al cavallo maremmano. Organizzavano la transumanza da un madrione all’altro, rifornivano le stalle di fieno, controllavano la nascita dei vitelli e la loro merca a fuoco. Calzavano scarponi e gambali i cuoio; i calzoni erano protetti da rudimentali cosciali. In testa avevano un cappello di feltro nero a larghe tese e d’inverno si proteggevano dal vento e dalla pioggia con un grosso mantello (il pastrano) spesso cerato. Sveglia all’alba, col caldo o col freddo, e subito nei campi dietro le bestie. Pasto unico, prima di mezzogiorno: pagnotta di pane  con un trancio di ventresca o di budellone. Raccoglievano pomodori, cicoria, patate, cipolle e funghi “ferlenghi” per l’”acquacotta”. All’imbrunire, dopo il ritorno alla stalla, l’unico conforto era la “rapazzola” un rudimentale paltriccio imbottito di fieno. Qualche volta raggiungevano il paese più vicino per una sosta all’osteria a riscaldarsi col vino di cantina, tra una gara e l’altra di briscola o di poesia a braccio.

Consigli in trattoria: acquacotta,  zuppa a base di cicoria di campo, patate, pomodori cipolla, mentuccia, peperoncino, baccalà (o uovo) su un letto di pane raffermo ed olio extravergine di oliva a crudo. E poi, pappardelle al cinghiale, “lombrichelli” in salsa piccante, gnocchi di patate al sugo di carne, grigliate alla brace (di vitella o maiale). Gustosa le “bruschette” condite con crema di olive, pomodori, melanzane, fagioli, salse di finocchio e di peperoni. Ottimi la “pezzata”, il cinghiale a bujone”, l’agnello a scottadito e alla cacciatora, i funghi “ferlenghi”, la porchetta, i carciofi, gli asparagi, i formaggi e i salumi. Nelle trattorie del litorale si aggiunge  il pesce di mare (molluschi, zuppe, fritture, grigliate). Olio extravergine di oliva, vini “Cerveteri” e “Tarquinia”. 

Occhio ai progenitori etruschi, di cui restano, soprattutto a Tarquinia, testimonianze uniche al mondo.  Inizialmente (VIII-VII sec. a.C.) vivevano in villaggi con una economia controllata dall’aristocrazia agraria e gestita dal Lucumone, una sorta di sovrano dotato di poteri assoluti. A partire dal VI sec. a.C., con lo sviluppo dell’artigianato, gli etruschi abbandonarono i villaggi per riunirsi in città, posizionate quasi sempre su speroni rocciosi protetti da vallate. Sorsero, quindi, le città-stato sul modello delle polis greche, sede delle autorità civili e dei culti religiosi. Queste, a gruppi di dodici, si univano in confederazioni con scopi prevalentemente religiosi. Nel Lazio le città-stato più importanti erano Tarquinia, Cerveteri, Vejo, e Vulci.. Dopo il V sec. a.C. seguì  un lento declino legato all’egemonia di Roma. La conquista dell’Etruria da parte dei  romani si completò tra il 356 a.C. e la prima metà del secolo successivo. Al popolo sottomesso fu riconosciuto in molti casi il diritto di cittadinanza romana. 

Tra i  Vip che hanno visitato la Maremma, ricordiamo Giacomo Puccini  che ci arrivò la prima volta nel dicembre 1896, a ridosso delle feste natalizie, ospite di don Mauro Collacchioni (un latifondista di  Capalbio) e della moglie donna Maria de Piccolellis per partecipare ad alcune battute di caccia. In quell’occasione visitò anche Tuscania e le sue chiese romaniche. Dopo il successo di Bohéme al Regio di Torino (1° Febbraio 1896) diretta da un giovane Arturo Toscanini,  Puccini era diventato un uomo noto e importante e per questo meritevole di far parte di vari “salotti bene”. E quello del Signore di Capalbio, peraltro deputato nel collegio di Bibbiena, era piuttosto accogliente anche per l’avvenenza della nobile e bella padrona di casa. Va ricordato che Puccini era un agguerrito  “tombeur de femmes”. 

La  Maremma è oggi una delle “pillole” più esclusive della Tuscia Viterbese che fa la differenza nell’affollato scenario di un’Italia dai mille volti di cui dobbiamo prenderci cura, come ci ricorda il Touring Club.