dott. Giuseppe Di Prima

CLIMA

Nell’ultimo anno la minaccia del cambiamento climatico è riuscita a smuovere la coscienza di milioni di persone, indipendentemente da ceto sociale, genere, età, regione di appartenenza.

L’indignazione mondiale di fronte all’inazione di governi e industrie ha costretto a muovere i primi e veloci passi verso un futuro più pulito. Misure e politiche, però, possono contribuire solo in parte al successo della risposta globale al cambiamento climatico.

L’ultimo rapporto dell’IPCC (organismo scientifico che passa in rassegna e valuta le più recenti informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche prodotte a livello mondiale per la comprensione dei cambiamenti climatici), dedicato alle connessioni esistenti tra cambiamento climatico, uso del suolo e sistema alimentare, identifica i cambiamenti nella dieta come uno dei principali strumenti per diminuire le quantità di gas serra emessi nell’atmosfera.

Le piccole scelte quotidiane – come decidere cosa mangiare per cena o anche solo la provenienza del cibo che acquistiamo – a livello aggregato possono avere un grande impatto. Dimezzare il consumo di carne sarebbe quindi un grande apporto individuale al problema del clima.

Un ottimo spunto per chi stesse cercando di contribuire in modo pratico al problema del cambiamento climatico è uno studio dell’Università di Oxford il quale mostra che, in media, i mangiatori di carne sono responsabili di quasi il doppio delle emissioni di gas serra al giorno rispetto ai vegetariani e circa due volte e mezzo rispetto ai vegani. Ad esempio, se un amante della carne è responsabile, ogni anno, di circa 3,3 tonnellate di CO2, un vegetariano è responsabile solo di 1,7 tonnellate, ed un vegano di 1,5. Rinunciare alla carne rossa farebbe, da sola, una grande differenza, riducendo la propria impronta di carbonio a 1,9 tonnellate di CO2. 

Quando confrontiamo le impronte ecologiche di carne e verdure, invece, il confronto è sconcertante. Ad esempio, per singola proteina la produzione di manzo emette oltre venti volte di più rispetto alla produzione di fagioli. O ancora, il manzo produce fino a 105 kg di gas serra per 100 g di carne, mentre il tofu produce meno di 3,5 kg. Diete a base di verdure e legumi hanno dunque un’impronta sul clima decisamente più bassa.

 Secondo l’IPCC, entro il 2050 i cambiamenti dietetici ed una maggiore propensione alle diete a base di vegetali e legumi potrebbero liberare diversi milioni di chilometri quadrati di terra e ridurre le emissioni globali di CO2 fino a 8 miliardi di tonnellate all’anno – circa il 21% delle emissioni odierne. Il nesso tra produzione della carne e cambiamento climatico, però, è da ritrovarsi in particolar modo nelle enormi quantità di gas serra che questa rilascia nell’atmosfera.

Innanzitutto, l’allevamento di animali comporta l’emissione diretta di un importante gas serra: il metano. Tramite la fermentazione enterica (una parte naturale del processo digestivo degli animali ruminanti), i microbi nel tratto digestivo decompongono e fermentano il cibo ingerito, producendo metano. Il metano è particolarmente dannoso per il clima, essendo capace di intrappolare 84 volte più calore della CO2 nei primi due decenni dopo che è stato rilasciato nell’atmosfera. 

A livello aggregato, le flatulenze di centinaia di migliaia di mucche hanno un impatto non indifferente, e sono responsabili di circa il 30% delle emissioni globali di metano. L’allevamento di bestiame è anche indirettamente responsabile dell’emissione di CO2 nell’aria. Per sostenere i 70 miliardi di animali da allevamento che oggi popolano il pianeta, negli ultimi decenni centinaia di migliaia di ettari di foreste e boschi sono stati distrutti ad ogni latitudine. 

Secondo il WWF circa l’80% del disboscamento della foresta amazzonica è dovuto alla necessità di fare spazio agli allevamenti di bovini; i recenti fuochi dell’Amazzonia sono in gran parte stati appiccati per questo motivo. Un utilizzo non regolamentato del suolo e, soprattutto, la perdita di foreste – importanti serbatoi di carbonio – libera nell’aria migliaia di tonnellate di CO2, e ci priva della possibilità di ri-assorbire l’anidride carbonica presente nell’atmosfera. L’utilizzo del suolo legato all’allevamento ha due finalità: da un lato, quello di creare zone pianeggianti adibite a pascolo; dall’altro, quello di dare spazio a centinaia di ettari di monocolture di soia ed altri vegetali destinate a sfamare gli animali. 

Diversi dati dimostrerebbero che, se il raccolto agricolo oggi destinato agli allevamenti fosse distribuito equamente tra la popolazione mondiale, la fame nel mondo verrebbe debellata.