
Francesco Mattioli, sociologo
Ringrazio Pietro Tamburini per la citazione. Approfitto del suo stimolante e puntuale intervento per alcune brevissime considerazioni:
a) purtroppo nelle scienze umane (dalla sociologia all’archeologia) le differenze fra scienza e opinione è minore che in quelle fisico-naturali, perché l’oggetto di ricerca siano noi, non qualcosa di poco noto come è l'“altro da noi” come in fisica o in geologia;
b) la divulgazione scientifica dovrebbe essere fatta con maggiore charme, pur restando rigorosa; ho smesso di leggere la rivista Acheo, dopo trent’anni, perché gli articoli erano diventati noiosi reports di ricerca ad uso della carriera dei loro redattori.
Sull’etruscologia pesa una consolidata tradizione di mistero (lingua, origini, costumi), alimentata persino da qualche vecchio archeologo, che stenta ad essere ridimensionata; questo “mistero etrusco” ha grande appeal sul pubblico, tant’è che i territori ci giocano su per farne un attrattore turistico.
La Toscana ad esempio ci si è costruita una identità, che le appartiene solo in parte, se è vero – come Tamburini sa molto meglio di me - che le città etrusche più antiche e più ricche – Tarquinia, Cere, Veio, Vulci, Orvieto – non sono in Toscana e la stessa Chiusi ci rientra per pochi chilometri, mentre tutto il resto - da Roselle ad Arezzo, da Volterra a Pisa a Marzabotto - è terra d’espansione etrusca successiva.
Noi scienziati dobbiamo mantenere una identità che, mediante la scienza, faccia cultura. Vera. Ma proprio per questo non dobbiamo mai arroccarci nella scienza in modo autoreferenziale, dobbiamo essere NOI a fare la giusta divulgazione, che ovviamente deve essere anche letterariamente stimolante; perché altrimenti è così che si lascia spazio ai ciarlatani e agli imbonitori da tastiera.
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L'articolo di Pietro Tamburini
