Francesco Mattioli, sociologo
Nell’agorà di Atene i cittadini liberi si riunivano a praticare la democrazia, secondo i principi e i valori espressi da Pericle.
Era una democrazia diretta, nel senso che tutti i cittadini partecipavano direttamente alle decisioni dello stato ateniese. Non era un gran che, in verità, perché riguardava meno del 10% della popolazione, visto che non vi partecipavano le donne e tutti coloro che, a vario titolo, non erano considerati liberi. Non durò. E per un motivo semplice: che in una massa, anzi soprattutto in una massa assembleare, finiscono per emergere comunque i personaggi più estroversi, assertivi, i manipolatori, i carismatici, e tutto finisce, come aveva temuto Platone, nella tirannide. Platone, per evitare il confuso populismo della democrazia diretta, preferiva l’oligarchia dei “filosofi”, dei tecnocrati, semmai dei politici “illuminati”. Che poi, finiva ugualmente per svuotare di significato il concetto di democrazia.
Di democrazia diretta hanno parlato altri, fino ai nostri giorni. Durante la Rivoluzione Francese, ma anche nel corso di certi sommovimenti popolari di più limitate dimensioni, la democrazia diretta portava ad una giustizia sommaria, a decisioni ondivaghe, all’emergere del potere personale di taluni sugli altri. L’esempio più banale si ritrova nell’assemblearismo sessantottino, dove in realtà si imponevano le volontà soggettive di un ristretto numero di capipopolo. Nella democrazia diretta il difetto sta nel fatto che si manifesta in piena evidenza la demagogia, e la Storia ha dimostrato che gran parte delle dittature e dei regimi totalitari emerge da uno scomposto concetto del governo del popolo.
Una democrazia diretta potrebbe funzionare solo se fosse assoggettata ad un corposo sistema di regole, anche di natura organizzativa e procedurale, in grado di evitare il rischio della sua implosione. Ma poi, in ogni caso, non appena il numero dei membri della società aumenta e aumenta la complessità dei problemi collettivi da affrontare, si sente la necessità di affidarsi a strutture decisionali più ristrette, basate su rappresentatività e competenza. La leadership, a meno di non parlare di piccoli gruppi ristretti, è sempre stratificata
Una precisazione necessaria: queste valutazioni non sono il giudizio soggettivo di una filosofia, ma i riscontri delle scienze sociali, dalla sociologia all’ antropologia culturale alla psicologia sociale. Riscontri fondati sulla ricerca sul campo, cioè sulla osservazione e la sperimentazione. Quindi, su nozioni scientifiche che non si prestano a discussioni, né politiche, né ideologiche, né salottiere. La democrazia diretta è impossibile e degrada in forti manifestazioni di discrimine sociale. Punto.
La democrazia rappresentativa garantisce la partecipazione sociale attraverso il voto, ma non solo; il parlamentarismo, la libertà di associazione, il pluralismo dell’informazione, il garantismo delle rappresentanze sindacali, scolastiche, istituzionali, i gruppi di pressione, le pratiche del messaggio pubblicitario, il riconoscimento delle specificità delle comunità territoriali sono tutte modalità attraverso le quali possiamo distinguere una democrazia indiretta da una oligarchia o da una tirannide. Anche oggi. Basta guardare agli stati islamici, alla Corea del Nord, alla Cina, ma anche a certi governi sudamericani o dell’Europa orientale per accorgersi dell’enorme differenza che corre con gli stati democratici dell’occidente liberale che praticano la democrazia, seppur indiretta.
Recentemente, di fronte all’esplosione dei media e della globalizzazione, si è temuto che le capacità manipolatrici della comunicazione di massa, in concerto con i cosiddetti “poteri forti” della finanza, potessero non solo svuotare, ma di fatto mettere a repentaglio la democrazia. E’ nato da qui il movimentismo dei Cinquestelle, tutto giocato sulla contemporaneità della partecipazione attraverso i social e il web; una opportunità tecnologicamente avanzata di restaurare una “democrazia diretta” mediante il criterio dell’“uno vale uno”.
Balle.
Intanto, se la democrazia diretta si esprime per lo più pigiando un tasto per un like o meno, non si vede la differenza “politica” con il voto ai seggi elettorali, magari in forme tecnologicamente avanzate.
Inoltre, il concetto di “uno vale uno” mette sullo stesso piano l’esperto e il velleitario, con il rischio che se la vince quest’ultimo perché è magari più performante sul piano estetico o emotivo, si commettano errori grossolani. Non a caso, oggi c’è gente che sul web preferisce seguire le idee di un imbonitore belloccio e carismatico, di un cosiddetto “influencer”, piuttosto che le indicazioni di un medico competente… Ecco perché poi leggiamo le assurdità dei complottisti da strapazzo.
Terzo punto: non è vero che la democrazia diretta è così diretta, perché anche nel movimentismo popolare finiscono per emergere dei capi, cioè una oligarchia decisionale che détta l’ortodossia.
Quarto punto. Semplicemente, nel mondo complesso e globalizzato, anzi glocalizzato, una democrazia diretta, nonostante l’invasività del digitale, non si può fare. Troppe le variabili in gioco: il numero stesso dei partecipanti, la loro eterogeneità sociale e culturale, le interdipendenze, la pluralità e la differenziazione dei bisogni e degli interessi non lo consentono. Non viviamo in piccole monadi sociali, come diecimila anni fa, dove forse era possibile radunare i saggi della tribù nello spiazzo dei totem per decidere assieme (ma tra il capo e lo stregone, anche lì c’era il rischio di decisioni verticistiche…).
Così, quando D’Arpini parla di bioregionalismo nei termini di recuperare la specificità biologico-ambientale di un territorio, lo capisco. Ma quando lega il bioregionalismo alla pratica della democrazia diretta, se mi consente, mostra qualche drammatica lacuna nella conoscenza dei fenomeni sociali e segnatamente politici.
C’è un difetto di rappresentatività nelle tornate elettorali attuali?
Vero, ma è una responsabilità dei partiti, non un malfunzionamento della democrazia. Anzi, se ci fossero in giro meno istrioni mediatici, forse la democrazia funzionerebbe meglio. Ma come ho detto altrove, oggi vale più che mai il detto siciliano “le spade stanno appese e i foderi combattono”: i foderi sono belli a vedersi, luccicanti e colorati, piacciono di più rispetto alle spade, armi vere sì, ma poco interessanti…
Chi vuol capire, capisca.
