a cura di Barbara Pasqualini


(foto di Enrico Pasqualini) 

Settembre 2021

Il mese di settembre incede rapidamente, portandoci al passaggio dall’estate all’autunno; io, al contrario, sono ancor meno veloce del solito…

Eh già, non sono propriamente “svelta” nel compiere le azioni quotidiane, preferisco andare piano (d’altronde… chi va piano, va sano e va lontano!): l’avvento di giornate più brevi e meno soleggiate, poi, sembra quasi “rallentarmi” ulteriormente! Corro il rischio di far venire il latte alle ginocchia a chi interagisce con me? Sperando di no, confidando nella pazienza di chi mi conosce, mi chiedo: perché ho usato questa espressione, che significa?

https://www.sapere.it/sapere/strumenti/domande-risposte...

Tutto quello che “fa venire il latte alle ginocchia” è noioso, stancante e spesso seccante, insomma difficile da sopportare. Questa affermazione si può riferire a cose o persone, ma il significato non cambia.

La sua origine pare correlata alla pratica antica della mungitura che, prima di tutte le innovazioni tecnologiche, veniva praticata manualmente e portava via parecchio tempo al mungitore.

Costui si sedeva su uno sgabello di fianco alla mucca, si metteva il secchio del latte in mezzo alle gambe e iniziava a mungere finché il livello del latte gli arrivava alle ginocchia. Senz’altro un lavoro che richiedeva molto tempo e molta calma, non bisognava dunque spazientirsi. Da questa usanza, che si protrasse per moltissimi anni, è nato il detto “far venire il latte alle ginocchia”, quindi fare un’azione ripetitiva per un tempo così lungo, da arrivare a perdere la pazienza.

Prendendo visione di altre fonti, ho ritrovato la medesima interpretazione.

Ne menziono giusto una, a titolo di esempio.

https://www.paginainizio.com/genio/perch%C3%A9-si-dice-far-venire-il-latte-alle-ginocchia.html

Quando si dice “Avere il latte alle ginocchia” oppure “Far venire il latte alle ginocchia” ci si riferisce a una condizione di noia, ad un atteggiamento svenevole, seccante e difficile da sopportare, oppure anche ad una persona che infastidisce a causa del suo comportamento fastidioso e sciocco.

Tale modo di dire ha origine dalla pratica della mungitura, che un tempo veniva effettuata senza l’ausilio delle innovazioni tecnologiche di oggi, risultando quindi un’operazione molto lenta e lunga, che richiedeva tempo e pazienza.

Il mungitore infatti doveva sedersi a fianco dell’animale e, tenendo un secchio tra le gambe, doveva mungere fino a riempirlo, raggiungendo appunto il livello delle ginocchia, da qui la nascita della nota espressione ad indicare il compiere un’azione in modo ripetitivo e allo stesso tempo faticoso e logorante.

 

Insomma…un atto che necessita della pazienza di Giobbe!

A tal proposito, non posso esimermi dal chiedermi il perché si usi questa espressione!

Pazienza di Giobbe

https://www.albanesi.it/frasi-celebri-modi-dire/avere-la-pazienza-di-giobbe.htm

Avere la pazienza di Giobbe significa “essere particolarmente pazienti”, “sopportare con paziente rassegnazione ingiustizie, tribolazioni e molestie”. Si tratta di un modo di dire che, nelle sue variazioni, è spesso usato con tono scherzoso (“Per finire questo lavoro mi ci vorrà la pazienza di Giobbe!”).

Vediamo insieme quale sia l’origine del detto.

L’espressione è di origine biblica; Giobbe è il principale personaggio dell’omonimo libro dell’Antico Testamento e rappresenta la personificazione del giusto che, inchinandosi al volere di Dio, sopporta molte sofferenze e ingiustizie mentre i malvagi prosperano.

Giobbe è un patriarca (si definisce patriarca un antichissimo capo religioso di Israele) idumeo e rappresenta l’immagine del giusto la cui fede è messa alla prova da parte di Dio: stato considerato per molti secoli il massimo modello di pazienza prima di Gesù.

I cattolici ne festeggiano la santità il 10 maggio.

Questo personaggio dell’Antico Testamento offre consolazione a chi attraversa delle tribolazioni.

https://www.lettera43.it/howto/perche-si-dice-pazienza-di-giobbe...

Avere la pazienza di Giobbe significa, quindi, essere in grado di sopportare grandi tribolazioni, ingiustizie e molestie. Per capire davvero come mai si usa quest’espressione è necessario innanzitutto approfondire la conoscenza del patriarca Giobbe. La parola significa “odiato, perseguitato”, e definiva il personaggio biblico che compare nell’Antico Testamento.

Ripercorriamo brevemente la sua storia, come narrata nella Bibbia.

Giobbe è descritto come colui che è giusto, corretto, onesto, ricco e molto devoto. Satana però lo mette alla prova, per convincere Dio che l’uomo lo onora solo per conservare i propri privilegi materiali. Il tema sollevato è quindi quello della giustizia e della volontà divina, spesso insondabili. Giobbe, il perseguitato, subisce la perdita di ogni bene, ma soprattutto la morte dei sette figli e delle tre figlie nel crollo della casa di uno di loro. È anche colpito da una malattia, la terribile lebbra, che gli causa dolori e sofferenze. Quando gli amici lo rimproverano sopporta silenziosamente senza bestemmiare il suo Dio. Malgrado tutte queste atroci disgrazie, Giobbe continua ad avere fiducia nella divinità. La fede non vacilla, e in ultimo viene ricompensato riottenendo tutto ciò di cui era stato privato.

Alla luce del racconto biblico, è chiaro il perché “avere la pazienza di Giobbe” significhi essere molto pazienti. Chi riesce a sopportare tutte le sciagure cui viene sottoposto Giobbe è sicuramente considerato un modello di pazienza massima, di stoicismo a livelli elevatissimi, di fede incrollabile. La storia di Giobbe è stata poi riprodotta e raccontata da molti artisti e poeti.

Per concludere, mi avvedo che la mia mania di pormi interrogativi ha scalzato il primo dubbio, facendolo passare in cavalleria, per lasciare il posto ad un altro. 

Ed anche ad un terzo, perché ora, mi chiedo, che significa “passare in cavalleria”?

https://dizionari.corriere.it/dizionario-modi-di-dire/C/cavalleria.shtml

passare in cavalleria (pop)

Fig.: sparire. Si dice di un bene o di un oggetto che non si trova più perché sottratto da qualcuno, di cose prestate e mai restituite, oppure promesse e mai ricevute.

Viene dal gergo militare. La cavalleria, in origine composta da rappresentanti dei ceti elevati della società, era un’Arma privilegiata rispetto alla fanteria, nei confronti della quale ostentava spesso un’arroganza che poteva arrivare al sopruso. Pur essendo molto meglio equipaggiati, non era raro che i militari a cavallo s’impadronissero d’autorità di beni in dotazione alla fanteria, che si definivano così “passati” alla cavalleria.

https://www.placidasignora.com/2010/04/16/perche-si-dice-passare-in-fanteria-e-finire-in-cavalleria-2/

Quindi passata in fanteria simboleggia una cosa da buttar via, che ha finito il suo corso, che non si usa più.

Un tempo la Fanteria era un’arma composta da leve tratte dai ceti inferiori, che non potevano permettersi armi ed equipaggiamenti di lusso: così, quando la più nobile e ricca Cavalleria cambiava le dotazioni scassate o logore, le passava alla Fanteria, come ad un parente povero.

In compenso se la Cavalleria aveva urgente bisogno di attrezzature, non esitava ad appropriarsi – senza nemmeno avvisare – di quelle in dotazione alla Fanteria.

Per questo il significato di una cosa Finita in cavalleria è quello di sparita, che non tornerà mai più, dimenticata per sempre.

Un’altra interpretazione, lievemente diversa, è riportata di seguito.

http://poesielocuzioniitaliane.blogspot.com/2016/11/andare-in-cavalleria.html

ANDARE (O PASSARE) IN CAVALLERIA  

Si dice di promesse fatte e non mantenute. Probabilmente deriva dal fatto che un tempo i fanti di un esercito, o perché stanchi di andare a piedi, o per avere maggiore prestigio, abbandonavano il reggimento e passavano in cavalleria.

Naturalmente ho citato solo alcune fonti delle numerose reperibili, a titolo di esempio…a vostra discrezione decidere se approfondire o meno!

Io vi saluto prima di intrappolarvi in qualche altro mio astruso interrogativo!

E…vi aspetto al prossimo, consueto, appuntamento per coinvolgervi nella ricerca dell’ennesimo “perché”!

Per farmi perdonare delle numerose peregrinazioni, vi propongo un arrivederci con l’ascolto di un rilassante brano musicale: un po’ di quiete dopo l’esercizio di pazienza cui vo ho sottoposto!

Vi propongo un pezzo “in tema” con il periodo, “Settembre” di Peppino Gagliardi, (Napoli, 25 maggio 1940), un cantante, autore e musicista italiano.

Il brano che ho scelto è del 1970 e si classificò secondo alla manifestazione “Un disco per l’estate”.

Buon ascolto!

Immagini & fonti:

Milk_glass

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/0e/Milk_glass.jpg

happy-cow-illustration-while-farmer-milking_9645-1436

https://it.freepik.com/vettori-premium/illustrazione-di-mucca-felice-mentre-il-contadino-munge_10422032.htm

Fra_bartolomeo,_giobbe

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/70/Fra_bartolomeo%2C_giobbe.jpg

fanteria1

https://www.placidasignora.com/2012/05/16/perche-si-dice-passare-in-fanteria-e-finire-in-cavalleria/

cavalleria

https://www.placidasignora.com/2012/05/16/perche-si-dice-passare-in-fanteria-e-finire-in-cavalleria/