Francesco Mattioli

Dove va questa civiltà postindustriale, postmoderna e consumistica?

L’interrogativo se lo pone in modo critico Paolo D’Arpini, proponendo uno stile di vita alternativo, fondato su un rapporto uomo-natura che riecheggia le condizioni preindustriali e la società contadino-artigianale.

Concordo con D’Arpini quando si preoccupa della condizione degli “anziani”, marginalizzati da una società che presenta ritmi quasi affannosi e una selezione produttiva spietata. Ricordo un vecchio film italiano del 1979, diretto  e interpretato da Ugo Tognazzi, I viaggiatori della sera, in cui si prefigurava una società futura che eliminava i vecchi a cinquant’anni.  E concordo sul problema dell’educazione dei giovani, raggiunti già  a tre o quattro anni da una bomba trasversale di informazioni mediatiche che i loro educatori – essi stessi coinvolti nel mainstream comunicativo – faticano a controllare.

Ma do a tutto questo significati diversi. D’Arpini fa risalire tutto alla crisi del ’29 in America e al secondo dopoguerra in Europa, quindi ad una evoluzione bastarda dell’industrialesimo occidentale moderno.

Intanto non è proprio così; il boom dell’industrializzazione  e quindi dell’urbanizzazione, con le sue conseguenze politiche, economiche e sociali,  ha origine nell’ottocento ed è allora che parte quella cosiddetta “accelerazione della storia” che stravolge progressivamente le abitudini e i valori prima dell’occidente e poi di gran parte della società umana.

Inoltre, se non si vuol cadere in un nostalgico luddismo, che oggi per sopravvivere anche solo intellettualmente avrebbe bisogno proprio di quell’industrializzazione che va a denegare, è necessario guardare alle realtà attuale e futura con una sensibilità diversa.

Ogni azione umana ha un costo; anche quelle più generose e  costruttive.  Il progresso, al netto delle sue inevitabili contraddizioni in un  mondo di sette miliardi di persone e di aree che camminano a ritmi differenti, qualcuna persino a ritroso – vedi il mondo islamico – presenta problemi, non solo opportunità.

Le opportunità sono sotto gli occhi di tutti: nella tutela della salute, nella difesa dei diritti civili e della diversità, nella diffusione dell’informazione e della cultura, nei consumi di beni, nello sviluppo della tecnologia, nella discussione critica di valori e, tutto sommato, nella pratica della democrazia e nella difesa delle libertà fondamentali. Tutti aspetti che la società contadino-artigianale non garantiva. Come scrisse Lewis Mumford, fu la città a creare i presupposti della democrazia e della libertà. Come fu l'industrializzazione a distruggere l’oligarchia feudale.

Tuttavia i problemi di maggiori dimensioni del progresso umano oggi sono due. Quello ambientale  e quello della comunicazione.  Quello ambientale non potrà essere risolto tornando  a vivere in campagna; non lo consente la vita quotidiana di oggi, non si possono sparpagliare 60 milioni di italiani tra le ridenti contrade del Paese a cibarsi di asparagi e uova di gallina, collegandosi tra loro con i piccioni viaggiatori. Se ne sono accorti già tremila anni fa, e allora gli italiani erano molti, ma molti di meno.

Figurarsi se si potesse fare oggi  in aree ad alta densità demografica come l’Olanda  o il Giappone…  Il problema ambientale lo risolverà la tecnologia, migliorando le fonti energetiche rinnovabili, innovando nelle procedure produttive e nella gestione dei rifiuti riciclabili. Voglio solo ricordare che in Italia all’epoca dell’economia preindustriale, tra il VII secolo avanti Cristo e il XVIII secolo della nostra era vi fu una deforestazione gigantesca, che non fu innescata tanto dall’urbanizzazione, quanto da una economia arretrata fondata essenzialmente sul legno (sia come fonte energetica che come materiale da costruzione) e sule colture estensive.

Quanto alla comunicazione, se non vogliamo ancorarci alle giaculatorie dei vecchi critici della società di massa – da Adorno a Marcuse - obnubilati dal timore che si trattasse di un massiccio strumento di indottrinamento delle classi borghesi nei confronti del proletariato, dobbiamo riconoscere che la diffusione dei media ha arricchito l’informazione, il pensiero critico e divergente tanto quanto ha creato forme di  conformismo cognitivo e sociale. Un coltello può affettare prosciutto e sbudellare gente; non è lo strumento che decide, ma chi lo impugna.   Sui media e sui social  non si impara solo a buttarsi sotto un treno o a maledire la gente; si impara anche a salvare una vita, a riconoscere un bieco imbonitore, ad apprendere che esistono altre “persone”, altri bisogni, altre opportunità.  E ci si scambia opinioni, come stiamo facendo io e D’Arpini ora.

Dove stiamo andando? Nessuno lo sa, neppure i futurologi che adottano gli algoritmi più sofisticati. C’è una marea di anziani inutili? Forse non è vero, perché se è vero che l’età media cresce (Covid e no vax permettendo) probabilmente il settantenne di oggi è il cinquantenne di ieri e quindi si potrebbe aumentare il limite dell’età pensionabile.  L’automazione è job killer e i giovani restano a spasso e senza futuro? Ma forse stanno crescendo nuove attività lavorative, del terziario avanzato,  intorno ai consumi, alla convivenza, alla fruizione estetica e culturale  e al tempo libero e occorre solo modificare le gerarchie dell’appeal di tali attività lavorative.  

Guardarsi indietro non serve. L’indietro è solo storia, magistra vitae certo, ma non è più praticabile, non è vita reale. “C’è un tempo per ogni cosa” si legge nel Qoelet. Ma mi piace citare una frase che viene pronunciata dalla trasognata protagonista Miranda nel mirabile film “Picnic ad Hanging Rock” di Peter Weir: “C'è un tempo e un luogo giusto perché qualsiasi cosa abbia principio e fine”.