
1930 c. Le Mille Miglia passaggio a Montefiascone in Via Alighieri (Archivio Mauro Galeotti)
Vincenzo Ceniti
Le auto d’epoca della Mille Miglia che la settimana scorsa hanno attraversato Viterbo mi riportano agli anni Cinquanta quando la città si trovava stabilmente sul percorso della gara di velocità più bella del mondo, legata ai nomi di grandi piloti come Ascari, Fangio, Taruffi, Moss, Villoresi, Farina.
Ho davanti agli occhi la piazza Crispi di allora, tribuna preferita di quelli come me che abitavano ai Cappuccini. Sulla piazza si affacciavano come in un palcoscenico la pasticceria di Antoniozzi, la macelleria di Cencino, Annetta la fruttarola, Riccardo il “calzolaro”, il Sale & Tabaccchi (con chinino) della sora Angelina, il bar Calisti del sor Umberto e la sora Flora, la pizzicheria del sor Antonio e, poco più in là all’incrocio con la Cassia, l’edicola della Raniera.
La chiesa della Verità era ancora chiusa per danni di guerra e al posto del sottopassaggio si trovavano due scalette coi gradini consunti che dalla Cassia scendevano al piano sottostante di porta della Verità. Erano presidiati tutti i giorni, dalla mattina alla sera, da un mendicante cieco con il figlio di una decina d’anni che chiedeva l’elemosina. Sembrava un pupazzetto del presepio.
La corsa, datata 1927, veniva giù da Brescia; giro di boa a Roma, sosta e ritorno nella città lombarda dopo circa 1600 chilometri alla media di 100/150 km orari.
Il record lo stabilì nel 1955 Stirling Moss con la Mercedes Benz 300 a 157 km orari (10 ore e 8 minuti). Viterbo era un passaggio tradizionale, sia in senso orario (sul tratto del ritorno da Roma), che in andata verso la capitale. Nel primo caso una curva da brivido stava davanti all’ex bar del Billo (inizio di viale Trento) dove i piloti dovevano fare una virata ad angolo retto verso porta Fiorentina lasciando sull’asfalto vistose sgommate.
Un gruppetto di “esperti” si radunava proprio lì, davanti al garage-autoscuola di Ugo Petrini conosciuto come un burlone matricolato della Viterbo di allora. Ci voleva far credere che Pio XII nell’Anno Santo del 1950 lo aveva chiamato per nome dalla Loggia di San Pietro a Roma con la piazza stracolma di fedeli. Il garage si trovava dove oggi si apre una pasticceria. Presso l’ingresso stazionavano due pompe di benzina protette da balle di paglia.
Restavano impressi gli odori di olio bruciato e di carburante al passaggio delle auto di tutte le marche, dalle Topolino super truccate, alle Lancia Ardea e Aprilia, dalle Isotta alle Alfa, fino alle grosse cilindrate. Grande curiosità se l’auto si fermava per un guasto o un motivo tecnico. Tutti intorno a vedere, curiosare, domandare. Vidi anch’io una macchina in sosta davanti a San Simone sulla Cassia con il pilota a ridosso di un platano col tronco dipinto di bianco per un bisogno impellente.
Per molti viterbesi la postazione più spettacolare era la salita di Radicofani che si raggiungeva al mattino di buon ora con ogni mezzo, nell’intento anche di una scampagnata e di un pranzo a base di pesce sulle rive del lago di Bolsena.
Incidenti? Tanti.
Prima della guerra nel 1938 presso Bologna persero la vita una decina di persone a seguito dello sbandamento di una Lancia Aprilia. La gara fu interrotta, ma venne ripresa nel 1947 per essere definitivamente archiviata nel 1957 in seguito alla tragedia di Guidizzolo nel Mantovano dove il pilota di origine spagnola Alfonso de Portago a bordo di una Ferrari 335 S fu vittima di un incidente. Morì sul colpo insieme al compagno di guida e a nove spettatori fra cui cinque bambini. Quell’anno salì sul podio Piero Taruffi a bordo di una Ferrari 315 Spyder. I cimeli legati al grande corridore romano sono oggi riuniti nel museo di Bagnoregio a lui dedicato.
Anche la Tuscia Viterbese ha avuto le sue glorie: Bob Dari, Giuseppe Cucchiarelli e Germano Nataloni. Il primo, originario della provincia di Brescia e ben noto commerciante, titolare a Viterbo di un negozio di camicie e cravatte in piazza delle Erbe (inizio corso Italia), era alla guida, nelle edizioni 1956 e 1957, di una Alfa Super 1900 di proprietà di Luigi Tedeschi che portava orgogliosamente sul cofano la bandierina rossa della corsa con l’anno di partecipazione. Grande festa di amici che lo salutarono al suo passaggio a Viterbo, Montefiascone e Radicofani. Un vero e proprio dandy che agli occhi di noi più giovani suscitava ammirazione ed invidia.
Erano gli anni del dopoguerra quando pochi si potevano permettere il lusso, come lui, di andare a Roma con la macchina a prendere un caffè e ritornare in giornata. Cucchiarelli, viterbese, partecipò alla Mille Miglia nel 1957 con una Aurelia B20.
Quell’anno vide anche la presenza di Nataloni, originario di Nepi, che con la Flaminia Zagato 2700 si aggiudicò il primo posto nella categoria GT oltre 3000.
Va anche ricordato – come mi informa Sandro Zucchi - che in una delle primavere di quegli anni Cinquanta, alla vigilia della corsa, l’intero team della Mercedes Benz col direttore organizzativo della Mille Miglia Alfred Neubauer prese alloggio a Viterbo presso l’albergo Nuovo Angelo per studiare le strade della zona nei minimi dettagli.
Curiosità. Si racconta anche che gli appunti per Stirling Moss sul percorso vennero scritti su un rotolo di carta igienica. Altri tempi.
