Paolo D’Arpini
…andiamo al punto… all’esperienza sconvolgente di tutti i cercatori spirituali che hanno avuto -una sia pur fugace- Conoscenza del Sé…
Dal punto di vista dell'io che si identifica con il corpo e con la mente e riconosce come unica verità lo scorrere del tempo e l'esperienza empirica della vita, sembrerebbe che l'esperienza del Sé sia una semplice ipotesi od al meglio una sensazione transeunte e sporadica. Questo sicuramente dipende dalle tendenze mentali esteriorizzanti che catturano l’attenzione della coscienza.
A dire il vero l’Esperienza del Sé è totale, aldilà di ogni dubbio o considerazione sulla ipotetica durata o percorso della vita, temporalità, condizione dell'io, etc. Per cui non si può realmente parlare di “impermanenza” del Sé ma di semplice oscuramento.. e l’oscuramento non è una sostanza bensì oblio.
La pura mente, liberata dal senso dell'io separato, è lo stesso Sé. Non esistono due Sé. Il Sé essendo l'unica realtà non può essere ottenuto con sforzi, esso è sempre presente, il lavoro spirituale è rivolto alla purificazione della mente, finché ci si rende conto che una mente separata dal Sé non è mai esistita… Era solo un riflesso, un gioco nella coscienza. Qui non parlo di “congetture” ma di reale esperienza… che supera ogni concetto religioso o mondano o psicologico che sia…
Per questa ragione anche nella spiritualità laica il riconoscimento della propria natura, in quanto “Io” (coscienza intelligenza) è visto come l'unico accesso al Sé trascendentale ed assoluto.
Questa “intuizione”, se tale si può definire, è chiamata nel tantra yoga “Shaktipat”, nella tradizione cristiana “discesa dello Spirito Santo”, nel sufismo “incontro con l’Amato”, nello Zen si descrive come “Satori”, etc…
Questa esperienza è indispensabile per riconoscere la verità sul Sé.. ma una volta che tale consapevolezza viene ricoperta dalle tendenze innate oscuranti, viene percepita nella memoria come un'interpretazione della mente.. con la conseguenza di ritenere che l’esperienza sia “ottenibile”, in forma stabile, solo attraverso sforzi prolungati o alla perdita del corpo mente, ovvero alla morte fisica….
In realtà -come dimostra l'evidenza di numerosi realizzati viventi- il corpo mente non è l’ostacolo.. ma lo è la falsa identificazione dell'io con l’apparato psicosomatico… Come accade al sognatore che si identifica con un personaggio sognato… mentre tutti i personaggi indistintamente sono lo stesso sognatore…
Per farla breve il senso della discontinuità nella esperienza del Sé è la conseguenza della schermatura mentale, dovuta all'ignoranza ed all'accumulo di tendenze oscuranti.
Shankaracarya, grande saggio del V secolo d.c., faceva l'esempio della paura provata da un viaggiatore per un serpente incontrato sulla via… in realtà si tratta di una corda arrotolata ma la paura non scompare finché la consapevolezza del serpente se ne va e viene sostituita dalla consapevolezza che si tratta di una corda arrotolata.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di sperimentare la realtà del Sé ed ho conosciuto diverse anime in cui tale stato si manifestava in forma stabile, ed ognuno d’essi negava l’ipotetica impermanenza della realtà del Sé definendola semplice “dimenticanza”. Ho fiducia in questa visione ed ho smesso di considerare come un “problema” il sentire tale permanenza, o non sentirla, quindi non interpretando l’esperienza del Sé, come un fatto sporadico occorso in alcuni momenti nella memoria, ma vivendola ed accettandola come un dato di fatto. La mia propria natura.
E’ pur vero che la mente continua ad immaginare una sua personalità identificandosi di volta in volta con questo o quel pensiero ma che importanza ha il ruolo di cui si riveste? Od il personaggio della recita?
Ed inoltre: …è pur vero che viviamo in un mondo in cui l’esistenza appare composta di innumerevoli esseri, in ultima analisi però siamo tutti Uno. Per quanto riguarda la crescita spirituale e la Realizzazione del Sé i maestri ci sono di aiuto, essi indicano la strada e provvedono -sulla base delle nostre necessità evolutive e del nostro karma- a rimuovere gli ostacoli che si frappongono sul cammino. Ma -come afferma chiaramente lo stesso Ramana Maharshi- il lavoro del cercatore è necessario, poiché la realizzazione non può essergli data ma deve sortire di per sé al suo interno. Questo lavoro è una condizione indispensabile, anche se dal punto di vista finale dell’assoluto non c'è mai un momento in cui il Sé non sia presente… e lo stesso Ramana, in altri contesti, dichiarava che “un giorno riderai dei tuoi stessi sforzi per ottenere quel che già sei…”…
L’aiuto imponderabile che viene dal Maestro, si definisce “Grazia” ed esiste… è la spinta spirituale che consente alle anime di tornare al “Padre”, che è il Sé, … la “Grazia è sempre presente ma il cercatore talvolta non è pronto a riceverla, dovuto -come detto- alle tendenze oscuranti- poi pian piano a causa delle sofferenze conseguenti agli errori ripetutamente commessi (karma) il cuore del cercatore si “apre” alla verità… ed alla Grazia ed all'Amore ed alla Conoscenza…. il Maestro, il Padre, la Grazia, la Conoscenza…. sono espressioni della stessa Verità, che il cercatore infine realizza come propria natura intrinseca, forme del suo stesso Sé.
Sé, è lo Spirito che tutto compenetra, nell’advaita si definisce Brahman o Atman o Paramatmam. Preciso: allorché si parla del Sé già siamo in uno stato di dualità. Come dice Lao Tzu: il Tao che può esser detto non è il vero tao. Dal punto di vista concettuale, quindi con una descrizione all'interno della mente duale, il Sé rappresenta l’assoluta consapevolezza non consapevole di sé, ovvero l’Assoluto uno senza secondo. Il sé individuale (anima) è il riflesso nella mente di quella consapevolezza.
