Francesco Mattioli

Si legge su Wikipedia che Valeria Bruni Tedeschi, attrice, regista e sceneggiatrice di origini italiane, naturalizzata francese, proveniente da una ricca famiglia torinese, a nove anni si traferì con la sua famiglia in Francia per paura di attentati e rapimenti da parte delle Brigate Rosse.

In Francia, sia lei che la nota sorella Carla Bruni in Sarcozy, già première dame di quella Repubblica, hanno trovato fortuna, tanto che si può dire che la scelta compiuta dai loro genitori in quel lontano 1973 è stata per loro una benedetta opportunità. In quegli stessi anni i terroristi che la Francia “restituirà” all’Italia, oltre al più noto Cesare Battisti, a lungo protetto dalla “dottrina Mitterrand” prima di farsi esule in Sudamerica, cominciavano le loro sinistre esibizioni.

Come è noto le sorelle Bruni a suo tempo si espressero autorevolmente a favore della “protezione” accordata a tali terroristi e Valeria lo ha fatto anche ora che Macron intende restituirli, seppur con grande lentezza, alla giustizia italiana. 

La Francia è un Paese contraddittorio; possiede una polizia e una magistratura molto pignole – basta vedere come si comportano con i profughi che cercano di passare il confine tra Ventimiglia e i passi delle Alpi Marittime – bambini compresi -  ma in questi ultimi anni si è fatta sorprendere da numerosi attacchi terroristici di jihadisti interni e stranieri, probabilmente mal controllati. Ed è un paese magnanimo con chi è perseguitato per le idee politiche, in nome di quel tradizionale libertarlismo che le proviene dall’esperienza della Rivoluzione del 1789.

E’ probabile che in Francia le sorelle Tedeschi si siano abbeverate a questo pensiero libertario, a meno che alla fine non abbiano cominciato a coltivare inconscia gratitudine verso quei terroristi italiani che, costringendo la loro famiglia a fuggire in Francia, hanno finito per dar loro indirettamente quelle opportunità di primeggiare che forse in Italia le sarebbero state negate.  Di certo, hanno frequentato i salotti buoni dei philosophes e della gauche intellettuale  d’oltralpe - Daniel Pennac, Fred Vargas, Bernard-Henri Lévy fra gli altri -  quella che assieme a certo intellettualismo di sinistra italiano, ha sempre mostrato un benevolente e comprensivo atteggiamento verso la rivoluzione marxista leninista in Italia e i “compagni che sbagliano”.   

Conosco diversi intellettuali d’oggi, riveriti  e corteggiati dai media per i loro equilibrati giudizi sulle cose italiane, che negli anni ‘70 esibivano una malcelata soddisfazione per i danni inferti agli “sbirri”, intesi come longa manus della sotterranea repressione esercitata dalla società borghese nei confronti della classe lavoratrice.  E ancora oggi, ecco una ventina di maitres à penser  francesi – tra cui, oltre alla Tedeschi, Costa Gavras e Jean Luc Godard – che chiedono a Macron di rispettare la “dottrina Mitterrand” perché "gli attivisti italiani di estrema sinistra impegnati nella violenza politica degli anni '70 sono stati accolti nel nostro Paese con l'espressa condizione di abbandonare ogni attività illegale". Insomma, hanno “messo su famiglia”, si sono messi  a lavorare senza creare guai… 

Beh, a parte che si dovrebbe chiedere ai familiari delle vittime se questo è sufficiente a ripagarli; ma occorre chiedersi se basta avere dai sessanta agli ottant’anni per ricevere l’assoluzione dal reato di omicidio e  se basta aver rigato dritto all’estero per evitare la pena.   La pena è parte integrante dell’azione giudiziaria. Certamente deve avere funzione rieducativa del reo, ma possiede anche un valore afflittivo di natura socialmente retributiva, cioè deve riequilibrare in qualche modo il danno inferto; e deve avere anche un significato educativo di natura collettiva, cioè deve dare il segnale che la giustizia va comunque fatta valere e il consorzio umano non è terra di nessuno dove ognuno può farsi lupo  predatore a proprio vantaggio. Di conseguenza, posto che il terrorista si sia “pentito” o abbia “superato” certe sue idee, ciò non toglie che gli si dovrebbe chieder conto dei suoi atti.

Il problema vero è che quando Mitterand si accordò con Craxi e Andreotti sull’accoglienza degli ex terroristi, vi furono almeno due aspetti incrociati che permisero quell’atto. Da un lato, la volontà del governo italiano di “andare oltre”, senza inseguire più di tanto gente che sembrava ormai al di fuori della stagione terroristica, per potersi rivolgere ad altri problemi, come la mafia e l’emergente caso di “mani pulite”. Senza contare che in  quegli anni un certo Toni Negri – filosofo teorico dell’estremismo della lotta operaia e già condannato per partecipazione ad attività sovversive - faceva lezione all’università e sedeva persino sugli scranni di Montecitorio…  Dall’altro lato, c’erano divergenze in materia giudiziaria tra i due Paesi. 

E allora, alla fine, si può opinare che nessuno dei terroristi sconterà effettivamente la pena e gli unici ad aversene a male di tutta la faccenda saranno ormai i maturi  familiari delle vittime. Costretti dai fatti, dal trascorrere del tempo che rimargina le ferite e dall’etica del perdono, a soprassedere. 

In un modo o nell’altro, giustizia sarà stata fatta.