Francesco Mattioli, sociologo

Sto scrivendo un saggio sul cambiamento; di quelli divulgativi, da condividere con un pubblico trasversale, con il quale intraprendere una sorta di conversazione.

Segue due saggi analoghi, uno sulla natura delle relazioni interpersonali (Conversazioni sociologiche per tennisti seriali) e l’altro, appena pubblicato, su prevenzione e precauzione (I rischi della precauzione). Non è per farmi pubblicità; ho fatto accenno  a questi lavori perché semplificare al di là del linguaggio accademico e  scientifico è una operazione intellettuale tanto impegnativa quanto utile anche per sé stessi,  inoltre ti permette di scoprire il nocciolo vero di talune questioni, cioè il nesso stretto con la realtà quotidiana.

Il cambiamento.  Sembrerebbe un argomento ovvio, perché il cambiamento ci circonda: le stagioni, l’arrivo delle pandemie, le nascite e le morti, tu che ti guardi allo specchio e  noti le differenze nel tempo… Il problema tuttavia non è riconoscerne i segni, ma valutarli.   Così ti trovi immediatamente a confrontarti con le idee di evoluzione/involuzione, di progresso/regresso, di crescita/decrescita; e su queste le opinioni divergono. 

Si pensi al concetto di evoluzione, dibattuto ormai da due secoli, che riconosce la crescita selettiva dell’Uomo, dalle caverne ad oggi, il passaggio dalla società nomade a quella urbana, da quella contadino artigianale  a quella industriale, lo sviluppo descritto da August Comte dallo stadio teocratico a quello metafisico e da questo a quello positivo.  Guardando indietro, pensiamo ad alcune tappe fondamentali nella storia umana:  l’Impero Romano e  la sua caduta, l’avvento del Cristianesimo, la scoperta dell’America, l’avvento del pensiero scientifico e dell’era tecnologica, la globalizzazione e il boom dei media. Ma l’evoluzione si ferma, ad esempio, di fronte all’arte: è migliore la scultura di Prassitele o quella di Antelami? La pittura di Caravaggio o quella di Modigliani? Domande che  un Giulio Carlo Argan avrebbe considerato stolide.

Poi c’è l’idea di crescita, di progresso. Che implica il concetto di miglioramento, ma non secondo un disegno evolutivo necessariamente legato alla lotta per la sopravvivenza o a parametri “oggettivi”, come nella prospettiva evoluzionistica.  Si può anche migliorare dentro di noi e  fra noi.

 E qui il problema diventa importante, perché la valutazione del miglioramento può essere soggettiva, influenzata da modelli culturali. Cambiamento e  miglioramento non  sono immediatamente sinonimi.  Certo, noi possiamo asserire che la società faraonica fu una società sostanzialmente statica, la stessa per almeno due millenni; e così ci appare quella cinese. Poi l’egittologo ci fa notare che la storia dell’Egitto antico è stata attraversata da cambiamenti notevoli (il periodo arcaico delle piramidi, quello del culto solare di Akhenaten, quello ormai ellenistico) e così fa il sinologo, ricordando il periodo dei regni combattenti, l’arrivo del Confucianesimo, l’apertura e quindi lo scambio reciproco con l’occidente.

In realtà, potremmo asserire che il progresso riguarda il miglioramento della qualità della vita, fisica e psichica, e soprattutto implicherebbe l’idea di equità e giustizia sociale. Dico “implicherebbe”, perché anche questo indicatore di cambiamento in realtà è una opzione di valore, ideologica., che presuppone il concetto di uguaglianza degli individui. Ma il concetto di uguaglianza, espresso dal pensiero illuminista, dal noto motto della Rivoluzione Francese, dal movimento socialista, e prima ancora dall’etica cristiana, non è condiviso da tutti. Né sul piano politico, né su quello razziale. Se la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948 parla di tutela assoluta dell’ individuo e della sua dignità personale, la Dichiarazione di Bangkok sottoscritta da alcuni paesi dell’estremo e medio oriente nel 1993  parla invece di supremazia degli interessi collettivi sull’individuo. 

Nella cultura occidentale il progresso, il miglioramento si associa all’idea - spesso discussa – di “civilizzazione” e questa al godimento dei diritti individuali,  ma anche all’idea di sviluppo economico, di un benessere offerto dalla scienza e dalla tecnologia, ad un ampliamento qualitativo oltre quantitativo dei consumi. Una ideologia ampiamente condivisa a livello globale, ma che ha trovato impulso particolare con il protestantesimo, quindi con il capitalismo e poi con il neocapitalismo temperato dal socialismo. In tutti questi casi, siamo di  fronte all’interpretazione tipicamente occidentale di progresso, dettata prima dalla cultura ellenistica, poi da quella cristiana e infine da quella scientifica, galileiana.  

Questo concetto di progresso è discutibile? Su quali basi? Certamente sono discutibili i suoi eccessi, soprattutto per quel che riguarda i danni all’ambiente: una industrializzazione cieca, che non tiene conto degli equilibri ecologici e di certi rischi per la salute sia dell’Uomo che della Natura, alla fine va contro l’idea stessa di progresso, che implica il “miglioramento” della qualità della vita secondo vari e  articolati parametri. Di qui, l’evoluzione del concetto di progresso nei termini di una crescita “sostenibile”: in questo caso, non si tratta tanto di fare delle rinunce, quanto di sfruttare al meglio lo sviluppo tecnologico al fine di ottenere gli stessi risultati, gli stessi benefici, a costi estremamente più bassi, cioè a livelli di rischio trascurabili. In altri termini, non si tratta di tornare alla carrozza a cavalli perché l’automobile inquina, ma di trasformare la forza motrice a combustione interna in forza motrice elettrica e la stessa energia elettrica traendola non da fonti che danneggiano l’ambiente, ma da fonti rinnovabili e non inquinanti.

Appare quindi equivoca, quanto meno, la proposta di una “decrescita felice”, che sembra più lo slogan ideologico di gruppi misoneisti, luddisti ed ecosofici che un fattibile e condivisibile progetto economico-sociale.

I difensori della decrescita felice hanno oggi due pilastri su cui ritengono di potersi appoggiare.

Stabilendo una equazione tra scienza, tecnologia e aggressione ambientale, puntano sulla fisica quantistica per mettere in crisi lo scientismo e le sue conseguenze in campo tecnologico. Argomentando che le verità scientifiche sono “convenzionali”  (ed è vero) sostengono che ad esse si possono opporre verità meramente spirituali che conducono a scelte anche antiscientifiche, o non-scientifiche, come ad esempio quelle dei no-vax.   

L’altro pilastro è quello delle filosofie orientali, votate piuttosto al raggiungimento di una perfezione interiore, di natura spirituale, che a spingere l’individuo ad intervenire nel mondo che lo circonda. Tanto è vero questo che nessun messaggio di progresso sociale, di natura politica, è mai pervenuto da oriente, dove non è nata alcuna forma di liberalismo, di democrazia, mentre le dittature hanno sempre abbondato, che fossero teocratiche, imperiali o collettiviste.

Certamente la storia dell’occidente è molto più complicata, articolata in eventi e tappe che ne hanno continuamente stravolto la fisionomia, con slanci in avanti e crolli all’indietro, con contraddizioni, prove ed errori che hanno tuttavia creato un “modello” oggi prevalente a livello globale in grado di offrire molte opportunità e di aprire a prospettive non necessariamente catastrofiche per il genere umano.  Insomma, l’antropocene – così è definita l’era della massima espansione fisica e operativa dell’Essere Umano sul pianeta -  non è votato ineluttabilmente  al collasso del mondo…

Dunque, per valutare il cambiamento occorre accordarsi sui criteri. Se prevale l’idea di un miglioramento sociale e materiale, oltre che spirituale, quindi l’idea prometeica dell’homo faber sui immerso nella storia, non si può fare a meno della cultura occidentale. Se si preferisce soddisfare il proprio spirito interiore, godere di un legame puramente spirituale con i ritmi naturali, trascurando però inevitabilmente di sporcarsi le mani con le mene dello sfruttamento, dell’autoritarismo, delle discriminazioni, delle ingiustizie sociali, ci si può anche proteggere nella meditazione e nella mera comprensione empatica delle vicende umane.

In ogni caso, le filosofie orientali e il Cristianesimo ci rammentano che è la dimensione spirituale, autocosciente, etica dell’Uomo a fare la differenza con il resto del mondo naturale, pur restando in stretto rapporto con la Natura. “Fatti non foste per viver come bruti me per seguir virtute e conoscenza”, canta Dante… E su virtù e conoscenza si sceglie, non  si segue uno spartito prevalentemente istintuale come fanno gli animali o del tutto deterministico come accade alle piante.

In realtà, noi siamo di fronte ad una società sfaccettata, complessa. Ad esempio, a proposito di contraddizioni nel cambiamento,  non trascurerei il dibattito attuale sui media, e in specie quello sui social media. Strumenti di comunicazione, quindi di alto impatto sociale, che ci possono far incontrare fake news, manipolazioni, involuzioni culturali certo, ma che estendono le nostre capacità di relazionarci con gli altri, ci arricchiscono di informazione, di conoscenza, di opportunità e, non dimentichiamolo, ci hanno salvato al tempo del lockdown.

Non  esistono, in realtà, posizioni estremistiche sull’idea di cambiamento. Ma solo accordi, convenzioni, in definitiva scelte “etiche”, cioè legate a ciò che noi leggiamo, anzi vogliamo leggere,  nella natura “umana”.