
Filippo Caparozzi – Pittore, architetto (sec. XVII)
Calandrini, Alessandro – Pittore (Tarquinia, 1870 – Tarquinia, 1951)
Nato da Giuseppe e Assunta Toti, aveva frequentato l’Accademia di belle arti a Roma ed era stato allievo del pittore e ceramista cornetano Antonio Scappini. Era proprietario terriero e si dedicò alla sua terra acquistando fama anche come casaro; fu entusiasta cacciatore e poi pittore, ceramista e abile disegnatore. Era vestito sempre in maniera estrosa ed era un buontempone. Il suo sarcasmo, soprattutto quando giocava a biliardo con Giovanni Meraviglia, era l’occasione per piccole performance che attiravano sempre circoli di curiosi.
Ha lasciato a Tarquinia diverse testimonianze del suo lavoro: come pittore lavorò soprattutto con la tecnico del pastello ma vi sono anche alcune belle opere ad olio su tela. I pastelli gli servirono soprattutto per eseguire ritratti: tra i meglio riusciti quelli di Vincenzo Aquilanti e di sua moglie Maddalena Pelatelli, del 1921, esposti per la prima volta in una mostra di artisti cornetani che si tenne a Tarquinia a Palazzo Vitelleschi nel 1939.
Sviluppo un’attività di ceramista, servendosi del forno del maestro Sesto Sbrana nella sua bottega di Via delle Torri per la cottura ma delle sue opere, in parte vendute, in parte distrutte rimangono pochi esemplari; con Scappini e Sbrana il C. sviluppò anche abilità nella riproduzione di manufatti etruschi grazie ad una profonda conoscenza delle tecniche antiche.
BIBL. – Lorenzo Balduini, Piccole biografie di tre artisti cornetani dimenticati, Egidio Querciola, Filippo Grispini, Alessandro Calandrini, in “Bollettino della Società tarquiniense di arte e storia”, 1996, n. XXV, pp. 113-151.
[Scheda di Luciano Osbat – Cersal]
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Caparozzi, Filippo – Pittore, architetto (sec. XVII)
Di questo artista si hanno notizie di attività a Viterbo tra il 1610 e il 1644. Le poche notizie certe sono legate in genere alla committenza delle sue opere. Nel 1610, infatti, realizzò gli affreschi della cappella del Palazzo dei Priori di Viterbo, in collaborazione con Marzio Ganassini, dove intervenne nuovamente quattordici anni più tardi, per dipingere la tela con l’Assunzione di Cristo per il soffitto, oggi perduta.
Ancora memore di un linguaggio manierista, in particolare vicino ai modi del Cavalier d’Arpino, si dimostrò fortemente attardato nella sua produzione, soprattutto in opere come la Vergine in trono e santi conservata a S. Angelo in Spatha a Viterbo, a lui riferita dal Coretini, ma non autografa. Sono a lui attribuiti dagli storici locali anche i progetti delle fontane di piazza delle Erbe e del giardino del Palazzo dei Priori, anche se di recente (Nicolai) è stata avanzata l’ipotesi di un’attribuzione di quest’ultima a Bartolomeo Cavarozzi.
BIBL. – Faldi 1970, p. 55; Piana Agostinetti 1985, pp. 70-71 ; Carosi 1988b, pp. 30-34, 61-62, 71; Nicolai 2003.
[Scheda di Laura Pace Bonelli – Ansl]
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Carelli, Sebastiano – Pittore (Montefiascone, ante 1758 – ?)
La prima notizia che abbiamo di C. la ricaviamo dai registri degli “Stati delle anime” della parrocchia di S. Andrea delle Fratte in Roma, in base ai quali risulta risiedere in città nel 1758, con Domenico Corvi e Santi Bighi. Nel 1769, viene pagato per un’opera, non bene identificata, per la chiesa di S. Rocco a Viterbo e per il restauro di alcune tele della stessa.
Successivamente fu attivo a S. Lorenzo Nuovo, tra il 1778 e il 1780, dove collabora insieme a Filippo Bracci, figlio del più famoso Pietro scultore, con il viterbese Pietro Papini, su incarico del cardinale pro tesoriere Pallotta, alla decorazione della chiesa parrocchiale e del cimitero del paese.
Conosciuto come “figurista”, realizzò un dipinto a guazzo, andato perduto, rappresentante Maria SS., la Maddalena e san Giovanni, destinato a fare da sfondo alla nicchia dell’altare del Crocifisso nell’omonima cappella. Lo stesso si occupò della tiratura della tela del quadro destinato all’altare maggiore, per il quale provvide anche a dipingere un’aggiunta, dal momento che lo stesso, all’atto della sua posa in opera, risultava più stretto del suo alloggiamento. Infine un’altra opera nella stessa chiesa risale all’epoca di Pio VI: si tratta di un tabernacolo o, per conservare la definizione antica, del Credenzino di legno di albuccio destinato a custodire gli oli sacri, posto sulla tazza del fonte battesimale nella cappellina del battistero situata a sinistra dell’ingresso principale, raffigurante il Battesimo di Cristo; la raffigurazione risulta molto simile per iconografia e stile, sebbene il recente restauro ne abbia decisamente alterato l’originalità, ad un dipinto su tela successivo per il battistero della chiesa di S. Antonio Abate in Castel S. Elia.
Negli stessi anni partecipa alla decorazione pittorica della chiesa di san Giovanni Battista del Gonfalone, considerata come l’esempio più importante del barocco a Viterbo. Al C. viene commissionata una tela raffigurante San Bonaventura che scrive ispirato dallo Spirito Santo, e le due figure monocrome in due finte nicchie, che sono ai lati dell’altare maggiore, sopra alla porta della sacrestia e sopra quella del campanile, e rappresentano la Scienza a destra e, a sinistra, la Religione.
BIBL. – F. Ricci, La Chiesa di S. Rocco e i suoi affreschi (Viterbo), in “Informazioni”, anno III, n. 11, 1994; P. Gossi, Una personalità poco nota del ‘700 figurativo viterbese attraverso i documenti: Vincenzo Strigelli (1713-1769), in “Biblioteca e Società”, 1998, n. 4; E. Manna, Le committenze pittoriche in San Lorenzo Nuovo durante il pontificato di Pio VI Braschi (1775-1799), in “Biblioteca & Dintorni”, n. 2, 1998; M. Galeotti, L’Illustrissima Città di Viterbo, Viterbo, 2002.
