Viterbo PENSIERI IN LIBERTA'
a cura di Barbara Pasqualini

(foto di Enrico Pasqualini)
Pensieri in libertà Aprile 2021
Miei carissimi amici e lettori del nostro amato quotidiano, è accaduto di nuovo: sembra che io non riesca proprio a guardare un po’ di televisione senza pormi qualche interrogativo!
Riguardando la replica di una puntata di una serie televisiva di qualche anno fa, ho udito un colto professore, con la consuetudine di esprimersi tramite erudite citazioni, pronunciare l’espressione “parlare ab hoc et ab hac”. L’intuito e qualche reminiscenza di latino me ne suggerirono il significato: mi chiesi, però, perché si usasse…avete voglia di seguirmi in questa piccola, ennesima “indagine”?
https://it.wikipedia.org/wiki/Ab_hoc_et_ab_hac
Ab hoc et ab hac
Ab hoc et ab hac è una locuzione latina che si traduce letteralmente “Da questo e da questa”.
Indica un discorso o un ragionamento disorganico, confuso o senza senso.
Una variante dell’espressione è una filastrocca onomatopeica che tende a riprodurre il suono di un chiacchiericcio tra donne.
(LA)
«Quando conveniunt Ludmilla, Sybilla, Camilla
miscent sermones et ab hic et ab hoc et ab illa.»
(IT)
«Quando si trovano insieme Ludmilla, Sibilla e Camilla
fanno una confusione di discorsi e da questo e da questa e da quella.»
Che informazioni riportano i dizionari?
Leggiamone almeno uno, per curiosità!
https://treccani.it/vocabolario/ab-hoc-et-ab-hac/
ab hoc et ab hac : locuz. lat. (propr. «da questo e da quella»). – Espressione usata talvolta a indicare cosa detta confusamente, senza senso: parlare, ragionare ab hoc et ab hac.
V. anche et ab hic et ab hoc.
https://www.treccani.it/vocabolario/et-ab-hic-et-ab-hoc/
et ab hic et ab hoc: – Locuzione lat. (propr. «e da qui e da questo») usata talvolta, come l’altra locuz. ab hoc et ab hac, per indicare il confuso inserirsi di varî argomenti e pettegolezzi in una conversazione.
Potrei azzardare si tratti di una sorta di parlare “a vanvera”?
E perché si dice così?
Sono proprio irriducibile!
https://www.treccani.it/vocabolario/vanvera/
vànvera [dall’ant. (a) fanfera, voce onomatopeica (affine a fanfano1)]. – Nella locuz. avv. a vanvera, senza riflettere e senza stare attenti a quanto si dice o si fa, a casaccio, come viene viene; oggi quasi esclusivam. nelle frasi parlare a v., fare le cose a v.; nel linguaggio letter. o ant., con uso più ampio: gli scoscendimenti sono bizzarri a tal segno che li crederesti tagliati a v. dalla scure di un ciclope impazzito (Faldella); tirare a v. (con l’arco, con la balestra, con arma da fuoco, ecc.), a casaccio, senza mirare.
Vi propongo alcuni interessanti approfondimenti.
https://www.etimoitaliano.it/2014/03/vanvera.html
VANVERA
L’etimologia della parola vanvera è di origine incerta: alcuni riconducono l’etimologia di vanvera all’antico lemma onomatopeico fanfera dal suono fan-fan (da cui fanfarone = chiacchierone, spaccone, sbruffone, millantatore); altro etimo, dallo spagnolo bambàra dall’omonimo gioco di carte, a sua volta da bambarria che nel gioco del biliardo indica un tiro sbagliato ma casualmente vincente. Per cui, chi parla a vanvera è colui che parla a casaccio, diremmo con una perifrasi moderna, chi utilizza le labbra senza connetterle col cervello...
Una meno diffusa ma non meno interessante etimologia del termine vanvera riconduce l’etimo ad uno strumento in uso nel Seicento presso i Veneziani che era chiamato appunto vanvera: si trattava di un contenitore per i gas intestinali utilizzato da chi soffrisse di meteorismi incontrollabili, che permetteva di scaricare, anche in pubblico, ed immagazzinare momentaneamente tali miasmi un sacchetto di pelle, e di scaricarli successivamente, una volta non in presenza di altre persone!
Tra conferme e smentite, leggete qui!
https://www.focus.it/cultura/storia/perche-si-dice-parlare-a-vanvera
Parlare a vanvera
L’espressione compare per la prima volta nel 1565 in un testo dello storico fiorentino Benedetto Varchi e significa dire cose senza senso o senza fondamento. Sulla sua provenienza si sono fatte molte ipotesi. Alcuni studiosi, ad esempio, fanno notare che la radice di vanvera assomigli a quella di vano. Altri ritengono che la parola derivi dal “gioco della bambàra”, una locuzione, forse di origine spagnola, con la quale s’intendeva una perdita di tempo.
Origini contrastanti. E se a rinforzare questa tesi c’è il fatto che in certe zone della Toscana si dica proprio “parlare a bambera”, alcune contraddizioni cronologiche e altri piccoli indizi sembrerebbero smentirla seccamente. Per questa ragione, oggi gli etimologisti sono più propensi a credere che vanvera sia una variante di fanfera, una parola di origine onomatopeica che vuol dire “cosa da nulla”: fanf-fanf, infatti, riproduce il suono di chi parla farfugliando e, appunto, senza dire niente di sensato.
https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/parlare-a-vanvera/1105
Parlare a vanvera
«Parlare a vanvera. Parlare a caso, senza considerare quel che si dica. Temere loqui. Dicesi anche: parlare in aria. Cioè: senza fondamento». Così scrive il poligrafo toscano, Francesco Serdonati, vissuto tra il XVI e il XVII secolo, alla lettera P dei suoi Proverbi (successivi al 1610, cfr. Fiorelli 1999). La presenza dell’espressione alla lettera P dei Proverbi di Serdonati è significativa poiché ci dice che, a quell’altezza cronologica, la locuzione avverbiale a vanvera veniva già percepita insieme al verbo parlare: «senza senso, a caso, senza fondamento, senza riflettere» sono i significati principali (DELI; Craici 2001, p. 222); e ancora si può dire: «senza criterio», «alla carlona» in contrapposizione a espressioni come «con tutte le virgole» e simili (Lapucci 1969, p. 255).
Proprio “parlare” e “fare” sono le forme verbali d’accompagnamento più ricorrenti: «Fare qualcosa, parlare a vanvera: agire, parlare a caso, senza riflessione» (Radicchi 1985, p. 193). «Non usavan i vecchi nostri far le cose a vánvera» (Alessandro Allegri, Rime, 34, citato dal Vocabolario della Crusca). Tuttavia non sono queste le uniche, a differenza di quanto si legge in alcuni dizionari di modi di dire della lingua italiana (Quartu-Rossi 2012, p. 286). Vanvera, infatti, non esistendo in italiano come sostantivo ma solo in quanto parte della locuzione avverbiale a vanvera (DELI; GRADIT; l’Etimologico), si lega, di necessità e di volta in volta, a un verbo che si può riferire ai contesti più vari, ben al di là dei semplici dire e fare: si può, quindi, cucinare a vanvera; ci si può pettinare o vestire a vanvera; si può studiare a vanvera, cicalare a vanvera, correre a vanvera, tagliare a vanvera (per quest’ultimo,cfr. G. Faldella, A Vienna. Gita con il lapis, 1874, p. 247); e a vanvera si può poetare o recitare («in queste rime a vanvera dettate», Mattio Franzesi, Rime burlesche, anch’egli menzionato dagli accademici della Crusca). È possibile inoltre tacere o pensare a vanvera (cfr. la vignetta di Altan pubblicata sull’ “Espresso” il 2 gennaio del 2014: pensare a vanvera); e ancora vanverare o vanvereggiare (GDLI).
[Giovanni Faldella (Saluggia, 26 settembre 1846 – Vercelli, 14 aprile 1928) è stato uno scrittore, giornalista e politico italiano.]
L’uso è insomma vario e riscontrabile in diverse situazioni appartenenti alla lingua di tutti i giorni, ma anche alla letteratura, come prova l’occorrenza in testi di autorevoli scrittori dell’Otto-Novecento (da Carducci a De Roberto, da Bacchelli ad Arbasino, cfr. GDLI; Turrini et al. 1995). La prima attestazione, tuttavia, è più antica e risale alla metà del XVI secolo: av. 1565, secondo il DELI, che l’attribuisce a Benedetto Varchi, il quale ne circoscrive l’impiego al territorio fiorentino («dire, come noi diciamo, a vanvera», cfr. DELI, s. v. vanvera). Ma si dovrà tenere conto ancor prima del terminus ante quem della morte di Mattio Franzesi, individuato nell’anno 1555; senza dimenticare la commedia Il figliuol prodigo di Giovan Maria Cecchi, rappresentata nel 1570, dove la locuzione compare con il particolare valore di «in disordine, in confusione» riferito alla casa di Argifilo (GDLI; G.M. Cecchi, Commedie, a cura di G. Milanesi, 1855, I, p. 11).
Di a vanvera sono note varianti regionali, in particolare nel pisano e nel lucchese, dove si registrano a cianfera (Malagoli 1997, s. v.) e a bámbera (cfr. Lippi, Malm., VIII 56, citato da Gherardini, Suppl., s. v.). Quest’ultima deriva probabilmente dal gioco della bambàra, che pare di origine spagnola (la parola è piana, come dimostra la rima con «s’impara» nella poesia Le memorie di Pisa di Giuseppe Giusti, vv. 41-44, per cui cfr. Giusti 2010, pp. 220-224) e che consiste in un gioco di carte paragonabile alla primiera («il Biscioni descrive minutamente questo giuoco nelle Note al Malmantile, v. 1, p. 269, col. 2»: v. Gherardini, supra). La bambarría, in particolare, indica un colpo fortunato e vincente (il contrario del proverbio che dice: Non colse, ma fu un bel colpo). A questo si ricollega il secondo valore semantico dell’espressione, che non significa soltanto «a caso, senza discernimento» e così via, ma anche «senza prendere la mira» (trarre o tirare a vanvera: cfr. le Lezzioni di M. Benedetto Varchi, accademico fiorentino..., 1590, p. 108, nel brano del “saettatore”; e cfr. anche Le opere di Bernardo Davanzati ridotte a corretta lezione ..., per cura di E. Bindi, 1853., II, p. 166).
Esiste quindi un ampio ventaglio d’usi, espressivo e alquanto fantasioso, dovuto alla vivacità di una parola variamente adattabile e retoricamente efficace per il suo andamento allitterante e per l’origine onomatopeica. Di «onomatopea romanza» parla L’Etimologico di Nocentini-Parenti, che alla voce vanvera scrive così: «variante con consonante sonora di fànfera, che deriva dalla stessa sequenza imitativa di fànfano, fanfara e fanfarone» (quest’ultimo dallo spagnolo fanfarrón: GDLI). È possibile dunque ipotizzare una retroformazione da fanfarone con spostamento d’accento e alterazione fonetica della sillaba centrale. Analogamente il Duro/Treccani conferisce a fànfera, a cui rimanda da vànvera, un’origine di tipo espressivo. Alle spalle vi sarebbe il suono fan-fan, tipico delle trombe militari (Vatielli 1941, p. 300): un «dare fiato alle trombe», insomma, o un «parlare in aria», per riprendere la definizione di Serdonati, che ha dato luogo a interpretazioni colorite e sconce, come quella della piritera (o vanvera, appunto), oggetto simile all’antico prallo e molto in voga presso gli aristocratici veneziani e napoletani del Seicento e oltre. A seconda dell’impiego in ambienti pubblici o privati la vanvera poteva essere da passeggio o da alcova e risolveva i disturbi gastrointestinali di re e principi. Parlare a vanvera si potrebbe anche dire nel senso di Lasciare ire le parole come l’asin le peta.
Ma non sarebbe il termine a derivare dall’oggetto, bensì l’oggetto a essere denominato vanvera per l’origine onomatopeica proveniente dall’antico francese (Mistral, s. v. fanfan; si veda anche il limosino fanfougnias, congetturale di fanfonia: cfr. Levi 1909, p. 215). Nell’ordine il passaggio sarebbe da a vanvera a a fanfera, poiché la prima attestazione di a fanfera è successiva di quasi due secoli (av. 1729, secondo De Mauro: «prob. da vanvera con influsso di fanfano»: cfr. le Commedie di Giovan Battista Fagiuoli e le Prose toscane di Anton Maria Salvini citate dal Vocabolario della Crusca). Tuttavia a fanfera, comune nel parlato, poteva essere diffuso precedentemente. Va detto inoltre, come ha fatto Tommaseo, che a fanfera presenta la particolare sfumatura semantica di «meno che a caso»: chi fa a caso, infatti «non ci pensa che poco»; chi fa a fanfera «non ci pensa quanto dovrebbe» (Tommaseo, Diz. sinon., s. v.). Umoristica e del tutto fantasiosa è infine la paraetimologia secondo cui la nostra locuzione deriverebbe dal racconto di Vera Van (Pitzorno 1989).
Una autentica “scorpacciata” di informazioni!
A guardare la televisione…c’è sempre da studiare!
Ma questo appuntamento mensile è un pò particolare....
Consentitemi di salutarvi ed augurarvi una serena S.Pasqua in modo un po’ inconsueto.
Vi propongo l’ascolto di una composizione musicale che amo molto, perché in grado di emozionarmi, anche se non è proprio connessa alla festività che ci accingiamo a vivere.
Si tratta della Moldava e… riflettendoci bene mi devo subito smentire perché, almeno per questo anno, dato che celebreremo la S.Pasqua domenica 4 aprile, è legata a questa festività da una curiosa coincidenza: fu eseguita per la prima volta proprio il 4 aprile, anno 1875, ed era anche una domenica! Non era il giorno di Pasqua (che cadeva il 28 marzo) bensì la domenica in albis, chiamata anche seconda domenica di Pasqua, per i cristiani il giorno che conclude l’Ottava di Pasqua.
https://it.wikipedia.org/wiki/La_Moldava
La Moldava è un poema sinfonico del 1874 composto da Bedřich Smetana facente parte del ciclo sinfonico Má vlast (“La mia patria”) insieme ad altri cinque poemi. Il poema nasce negli anni della malattia del compositore.
Nella Moldava, Smetana celebra la bellezza del fiume Moldava (da cui ha preso nome anche il poema), che nasce nei boschi della Selva Boema e dopo aver attraversato la campagna, giunge a Praga per poi sfociare nell’Elba, che a sua volta si getterà nel Mare del Nord.
Una curiosità: il poema sinfonico è stato usato in alcune tra le più suggestive scene del film The Tree of Life (2011) dal celebre regista statunitense Terrence Malick (classe 1943, alla sua quinta opera con il suddetto film).
Bedřich Smetana (Litomyšl, 2 marzo 1824 – Praga, 12 maggio 1884) è stato un compositore ceco.
È conosciuto in particolare per il suo poema sinfonico Vltava (La Moldava in italiano), il secondo in un ciclo di sei che egli intitolò Má vlast (“La mia patria”) (1874-1879), e per la sua opera La sposa venduta (1866), particolarmente ricca di motivi cechi.
https://www.youtube.com/watch?v=ddOAFzImZk0

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Immagini & fonti:
Bedrich_Smetana
https://www.google.com/search?q=Bed%C5%99ich+Smetana&rlz=1C1DIMC_...
Smetana_-_Vltava_autograf
(Una pagina dello spartito autografo)
https://www.google.com/search?q=Bed%C5%99ich+Smetana...
