
Mariella Zadro
Anche per quest’anno, la vita di relazione, ha subito un duro colpo.
Tutte le feste pubbliche, per l’arrivo della Primavera e le celebrazioni della Santa Pasqua, sono state annullate.
Tanti i detti popolari che ricordano questa festa:
“Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”
"Contento come una Pasqua"
“Natale senza danari, Carnevale senz'appetito, Pasqua senza devozione”.
“Essere felice come una Pasqua”
Uno in particolare:” Posto che vai, tradizioni che trovi” che calza a pennello, per non dimenticare una tradizione contadina che è opportuno tramandare.
Di certo, la colazione di Pasqua è un momento che assume una sacralità, che merita di essere raccontata.
Ripescando tra i ricordi della mia infanzia, voglio raccontarvi come si organizzavano, soprattutto le donne anziane, che abitavano la zona della Tuscia, in questa occasione.
Circa quindici giorni prima della Santa Pasqua, si preparava la pizza che andava ad arricchire non solo la colazione, ma anche il pranzo e la merenda della scampagnata di Pasquetta.
Si iniziava dal reperire i prodotti: farina del mulino di fiducia, uova delle proprie galline, miscela di liquori e aromi acquistate in drogheria.
Per la cottura, altro momento molto importante per l’ottimo risultato del dolce, la scelta del forno dove portare la pizza a cuocere.
Di solito si sceglieva quello che alimentava il fuoco con la legna o con le bucce delle nocciole.
Nonna Rosa, si liberava di tutti gli altri impegni quotidiani di casalinga, per dedicare circa due giorni alla realizzazione del dolce.
Dopo la colazione si preparava l’impasto base che si metteva a riposare dentro la madia tra teli di canapa per la prima lievitazione. Ogni 5-6 ore si lavorava nuovamente e venivano aggiunti di volta in volta tutti i prodotti. La mattina del giorno dopo, si divideva mettendolo nei vari stampi, ricavati da vecchie pentole, e poi si “partiva” per il forno.
La nonna con la mamma e le zie sistemavano la coroia (fazzoletto arrotolato) in testa e mettendo in equilibrio un testo con 4 pizze ciascuno, si andava al forno da “Betto”
Qui avveniva l’ultimo atto di tutta la lavorazione: si spennellavano le pizze con il tuorlo dell’uovo per rendere lucida la parte superiore. Il fornaio, controllato sempre dall’occhio vigile della nonna, infornava il prezioso bottino e si attendeva la cottura.
Passata la prima mezzora, si poteva controllare la cottura, che veniva “concordata” per evitare brutte sorprese.
Nell’attesa ricordo la nonna che sgranava tra le mani un rosario. Gesti semplici, ricchi di spiritualità, che accompagnavano i momenti sospesi, durante la giornata.
Tornati a casa, lasciando una scia di profumo inconfondibile, si distribuivano le pizze tra i parenti e i vicini di casa riponendole in un luogo fresco in attesa della Santa Benedizione.
Infatti, proprio nei giorni precedenti la Pasqua, quando veniva il sacerdote a benedire la casa, si facevano benedire anche i dolci.
Il Sabato Santo, era tutto un fermento: le donne al mercato per la spesa della festa e noi bambini avevamo il compito speciale di decorare le uova per la colazione. Le immergevamo nell’acqua colorata e poi con la matita o il carboncino ci facevamo i decori.
Tutto era pronto per il giorno di Pasqua.
Alle 08,00 tutti a tavola!
La tovaglia bianca fresca di bucato che profumava di lavanda, al centro il ramo d’olivo intrecciato con le violacciocche, il cestino con le uova decorate, la pizza, il capocollo ed il salame.
Serena Pasqua di Resurrezione
