Francesco Mattioli, sociologo
Nel 1972, grazie al Rapporto Meadows commissionato dal Club di Roma – un associazione internazionale non governativa composta da studiosi di varie materie - si cominciò a parlare di contraddizioni dello sviluppo dal punto di vista ambientale e di sviluppo sostenibile.
Fino a quel momento, le contraddizioni dello sviluppo erano state denunciate, ad esempio nel circolo dell’Istituto di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Fromm, Marcuse, ecc.), in riferimento ad una ricchezza capitalistica che cresceva senza risolvere il problema della povertà e dell’emarginazione e alle derive manipolatorie del dilagare dei mezzi di comunicazione di massa.
Questi problemi non sono stati rimossi, sebbene certi squilibri vengano affrontati quotidianamente. Non sono facili da rimuovere per una constatazione realista, quanto cinica: che ogni cambiamento non è simultaneo, per cui ci saranno sempre punte avanzate che raggiungono precocemente dei traguardi e retrovie che faticano a tenere il ritmo, anche quando giungano ad esse dei sostegni per far loro accelerare il passo.
Inoltre, subentrano le abitudini e le influenze culturali, spesso dure a morire, che bloccano certi processi di sviluppo, come l’emancipazione femminile e la produzione industriale, in nome di tradizioni religiose e di rigide divisioni di casta. Senza contare gli inevitabili freni alle pur diffuse emigrazioni innescate dalla durezza di condizioni ambientali che impediscono in loco lo sviluppo: le emigrazioni, quando si verificano in massa, producono situazioni di stress demografico e, soprattutto, culturale, che sfociano in inevitabili conflitti per la fruizione delle risorse disponibili. La Storia passata ci insegna molto a riguardo, nell’area europea e segnatamente mediterranea, in oriente e in estremo oriente e sul suolo del continente americano.
Ci sarebbe poi da approfondire il concetto di sviluppo: se esso sia legato ai soli bisogni primari e quindi in termini prevalentemente economici, o se comporti anche maturazioni sul piano socioculturale e ideale. Nel primo caso, possiamo anche avvalerci di indicatori oggettivi, nel secondo caso il discorso prende una piega filosofica, ideologica e valoriale che implica criteri di valutazione di natura soggettiva.
Ferme restando le contraddizioni tradizionalmente individuate dalla critica politica ed economica, vorrei proporre due processi di cambiamento rispetto ai quali le contraddizioni riguardano il giudizio che se ne dà, e chiamano uno sforzo critico di valutazione. Uno riguarda l’ambiente; l’altro i media digitali.
Il primo. Il mondo ha bisogno di energia. E sempre di più, specie se vogliamo offrire a tutte le popolazioni la stessa quantità di energia disponibile per soddisfare i propri bisogni. Allo stesso tempo, dobbiamo abbandonare la produzione di energia che crei inquinamento atmosferico, alterando gli equilibri ambientali, e sconvolga il profilo idrogeologico, come avviene per quella tratta dal carbone e dal petrolio.
Inoltre, appare troppo pericolosa quella generata attraverso impianti nucleari. Si parla allora di produzione di energia pulita, rinnovabile ed ecosostenibile: impianti fotovoltaici, eolici, idroelettrica, geotermica e a biomasse. Un esempio lampante – ovviamente non l’unico – è rappresentato dal futuro totalmente elettrico dell’automobile, che si realizzerà compiutamente quando la tecnologia delle batterie ne produrrà di più leggere, di maggiore autonomia e di veloce ricarica (oggi ancora penalizzanti rispetto ai carburanti di origine fossile).
Se le cose stanno così, appaiono contraddittorie le campagne di certi movimenti ambientalisti contro gli impianti ecosostenibili accusati di ledere il paesaggio e di consumare suolo, magari a detrimento dell’agricoltura. In questa ottica, aggiungendoci magari una buona dose di atteggiamenti “Ninby“ (no in my backyard), si rischia di cacciarsi in un vicolo cieco. Insomma, secondo il vecchio (e sessista) adagio, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca… Prevengo l’obiezione di taluni ambientalisti ad oltranza: no, non si può tornare indietro sul consumo di energia, non foss’altro perché siamo sempre di più sulla Terra e tutti ne hanno pari diritto.
Il secondo tema. Da qualche anno a questa parte si spara a zero sui media digitali e in specie sui social. In realtà non è uno sport recentissimo, gente saggia come Fromm, Popper, Marcuse e Baudrillard ce l’avevano già settant’anni fa con i media tradizionali, strumenti quasi diabolici di controllo delle masse, poi ci si sono aggiunti recentemente Eco, Bauman e l’amico e maestro Ferrarotti a gridare contro il pericolo di essere irretiti dai social media digitali, con gravissimo nocumento soprattutto per i giovani.
Con faceebook, instagram, tik e tok e youtube si perderebbe il contatto con le persone, si diventerebbe facilmente manipolabili, si creerebbe un individualismo autoreferenziale egoistico e introverso, si faciliterebbe l’odio sociale, insomma – tanto per evocare Dante, ché oggi ci sta - sarebbero coinvolti tutti i gironi dell’inferno e perfino qualche recesso più penalizzante del purgatorio.
Tanto per dire, qualcuno ha invocato le neuroscienze per dimostrare che abbiamo dei neuroni che agiscono per immedesimarci nelle espressioni del volto dei nostri interlocutori, ma che funzionerebbero solo se il volto è “in presenza” e non è esibito su uno schermo, altrimenti si diventa individui senza empatia, diciamo pure sociopatici… La medicina? Per i più giovani, buttare via lo smartphone e crescere con mamma e papà, con i fratelli maggiori, gli zii, i nonni e semmai gli insegnanti (ma solo quelli virtuosi), come se in famiglia fossero solo rose e fiori e a scuola non esistesse il bullismo…
Per gli adulti, niente di che preoccuparsi: sono vaccinati, sono cresciuti nel dialogo interpersonale, non si faranno irretire (eppure sono il 70% degli haters e il 50% degli influencer…). Poi magari si scopre che con i social media apprendi come va il mondo, allarghi le tue relazioni, alcune le puoi anche approfondire, puoi vincere la tua timidezza, puoi colloquiare con compagni, amici, nonni al tempo del lockdown, impari come si salva un bambino dal soffocamento alimentare, puoi continuare a studiare in DAD.
Impari insomma che il coltello non è nato per sbudellare corpi, ma per essere usato in cucina, per tagliare il pane e il prosciutto, che quindi il “mezzo” non ha colpe, sei tu che lo usi in modo sbagliato. Anche qui, dunque, delle contraddizioni del giudizio sullo sviluppo, che si permeano di considerazioni ideologiche, soggettive, unilaterali. Smartphone al rogo? Allora, gettiamo tra le fiamme anche i coltelli... E anche qui, prevengo le obiezioni dei misoneisti in servizio permanente: vogliamo tornate alle epistole, agli amici di penna, ai rapporti interpersonali di forza, al mutismio dei timidi, all’informazione distorta dei passaparola e a quella selettiva delle veline di regime?
In conclusione, a proposito di certe contraddizioni nel considerare lo sviluppo, citerò due passi tratti dal cinema, che mi stanno molto a cuore: “Tutti abbiamo sia luce che oscurità dentro di noi. Ciò che conta è da che parte scegliamo di agire” (da “Harry Potter e l’ordine della Fenice”, 2007); e “Sono salito sulla cattedra…provate voi stessi sui vostri banchi: è proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva” ( da “L’attimo fuggente”, 1989).
