
Il Palazzo delle Poste nel 1936
Viterbo
Mauro Galeotti
Il 21 Aprile 2021 il Palazzo delle Poste di Viterbo compirà 85 anni ed è appena terminato il restauro, in suo onore voglio raccontare la sua storia.
Il Palazzo delle Poste e Telecomunicazioni, in evidente stile fascista, è opera dell’architetto Cesare Bazzani, fu iniziato nel 1933, ultimato nel 1936 e inaugurato il 21 Aprile di quell’anno alla presenza del sottosegretario alle comunicazioni Mario Jannelli.
E’ sorto distruggendo il giardino Calabresi e alcune case antiche tra le quali due con altrettanti profferli ricostruiti e posti su Via Calabresi.
Da una vecchia foto che ho pubblicato, si intravede sulla facciata della casa al penultimo profferlo, sempre di Via Calabresi, uno stemma riproducente un’aquila ad ali spiegate con sotto una scritta su tre file, forse in carattere gotico.
In quell'occasione fu chiusa Via dei Magazzini che collegava Via Roma, già detta Via della Calzoleria e Via dell'indipendenza, con Via Valle Piatta.
Via dei Magazzini era chiamata Via del Bordelletto. E’ detta dai primi dell’Ottocento dei Magazzini, per la presenza dei magazzini comunali ove si conservava il sale tanto che fu chiamata anche, nel 1831, Via della Salara.
Con i lavori della metà degli anni ‘30, in quel luogo fu distrutto il cosiddetto Bordelletto. Questo nome deriva da bordello, difatti in questa zona erano le case dove operavano le prostitute.
La facciata del palazzo è lunga 60 metri, quella su Via Calabresi è lunga 25 metri ed occupa una superficie di circa 1100 metri.

Il Palazzo delle Poste nel 1936
La torre del Palazzo delle Poste, alta 39 metri, ha l’orologio decorato con una cornice in terracotta riproducente i segni zodiacali, opera del 1935 di Publio Morbiducci (Roma 1889 - Roma 1963), e con la parola Durare, tipico motto fascista. I segni zodiacali sono la geniale costruzione delle dodici formelle, delineate con tratti assolutamente originali, che esaltano le figure statiche, rendendo ogni immagine così viva da restare memore nella mente.
Immagini ristrette a forza nel perimetro della terracotta, che non è quasi mai sufficiente a contenerle per intero, tale è la spinta che l'artista gli dà nel farle muovere al loro interno. Le figure umane ricordano molto i modelli greci, fieri, possenti, sicuri dell'essere, spesso con le gambe che mi ricordano le volumetrie realizzate da Botero.
Le figure zoomorfe stanno lì, quasi a dire, “sì appaio mesta, rimessa, tranquilla, ma prova un po' a provocarmi, reagirò come ti meriti, non ti far ingannare dall'occhio semi addormentato che mi caratterizza”.
Il palazzo aveva sull’ingresso di Via Ascenzi 9, dov’è la torre, lo stemma dei Savoia, affiancato dai fasci littorio, scalpellati dopo la caduta del fascismo.
Il fascio littorio è stato scalpellato in ogni luogo della città, ma stranamente gli “scalpellatori” non si sono accorti ed hanno lasciato i fasci sulle inferriate delle finestre del piano terra del Palazzo della Camera di Commercio, me li ha fatti notare l'amico Maurizio Pinna. E’ stato scalpellato solo lo stemma sull’ingresso.
Sul prospetto del Palazzo delle Poste, lungo Via Ascenzi, vi erano due statue in bronzo collocate in altrettante nicchie dedicate alla Posta e al Telegrafo.
Oggi ne è rimasta una, Il Telegrafo, La Posta fu asportata nel febbraio del 1942 per essere fusa e utilizzata nell’industria bellica, come avvenne per le statue di Balestrieri in Piazza Verdi collocate sul Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale.

Furono opera secondo alcuni studiosi del concittadino Silvio Canevari nato il 27 Gennaio 1893 e morto a Roma 31 Luglio 1931, per altri di Francesco Nagni, nato a Viterbo il 7 Febbraio 1897 e morto l’11 Luglio 1977.
Autore non è Canevari che muore nel 1931 prima della realizzazione del Palazzo delle Poste iniziato nel 1933. Certezze si hanno sulla realizzazione della statua che rappresenta Il Telegrafo, infatti le Poste Italiane nel 2016 hanno comunicato che l'autore della statua è Emanuele Manasse, uno scultore rumeno a cui, nel 1936, il Servizio Lavori del Ministero delle Comunicazioni assegnò il compito di realizzare una delle due statue del Palazzo delle Poste.
Lo scultore è in Italia dal gennaio 1927, quando risulta iscritto alla Scuola Libera del Nudo dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze, il suo nome qui è Emanuele Manase. In documenti successivi l’artista è individuato come Manolache Manase, fino a diventare Emanuele Manasse a seguito di un’italianizzazione completa del nome avvenuta nel 1934, noto anche come Emanuel Manesse. Clicca qui.
Il salone del Palazzo riservato al pubblico ha il pavimento in marmo policromo ed il soffitto cassettonato a stucco romano. Modifiche furono fatte nel corso degli anni, ad esempio il palazzo fu innalzato nel 1956 di un piano e furono trasformate le monofore dell’ultimo piano in ampie finestre rettangolari.
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Ma voglio proporre altri scritti sul Palazzo delle Poste
tratto da http://www.archidiap.com/opera/palazzo-delle-poste/
Il Palazzo delle Poste di Viterbo sorge su un lotto triangolare chiuso tra via Calabresi e vicolo dei Magazzini, via Vittorio Emanuele (oggi via Roma) e via Littoria (oggi via Ascenzi). L’edificio fu progettato dall’arch. Cesare Bazzani, iniziato nel 1933 e terminato nel 1936. Malgrado vi sia un tentativo di modernità l’edificio mantiene un carattere plastico-murario, derivante dalla tradizione costruttiva viterbese, sottolineando una contraddizione tra orientamento storicista e innovazione.
Elementi formali
I prospetti sono suddivisi dal basso verso l’alto in:
- un basamento rivestito in lastre di peperino, corrispondente al piano seminterrato e al piano rialzato, divisi da un marcapiano con modanatura a toro;
- la parte della facciata corrispondente al 2° e 3° piano è intonacata;
- cornice terminale semplice in peperino.
Verticalmente le facciate sono scandite da grandi lesene rastremate che partono dalla cornice a toro per raggiungere la cornice di sommità. Una torre a pianta quadrata conclude l’angolo formato dalle due facciate, è orientata verso la Valle di Faul, al suo interno vi è alloggiata la scala.
Nel primo progetto l’edificio era a doppio corpo strutturale e triplice corpo distributivo, con una serie di vani disposti per lo più su via Littoria, sulla quale era previsto l’accesso alla sala con gli sportelli del servizio al pubblico del piano rialzato, collegato al piano stradale da due rampe di scale simmetriche.
Altre modifiche furono fatte nel corso degli anni, ad esempio fu innalzato di un piano e furono trasformate le monofore dell’ultimo piano in ampie finestre rettangolari. L’edificio fu modificato anche all’interno, la zona delle sportellerie venne soppalcata (è un restauro in corso per riportare gli uffici alla situazione iniziale, demolendo i soppalchi).
Dettagli tecnico-costruttivi
La costruzione è eseguita in muratura ordinaria di pietrame e laterizio, con fondazioni continue di pietrame. Il solaio di copertura del piano seminterrato è in volterrane e calcestruzzo armato. Il solaio di copertura del piano terreno è formato da putrelle di ferro e laterizi.
La torre è a pianta quadrata, sul lato esterno rivolto verso la valle di Faul vi è un orologio circondato da una cornice formata da bassorilievi in terracotta che riproducono i segni dello zodiaco.
Vi erano dei simboli, tolti dopo la caduta del regime fascista: i fasci littori e lo scudo crociato dei Savoia. La scala principale nella torre ha i gradini rivestiti in marmo di Carrara e le pareti in marmo grigio, così come il pavimento dell’atrio.
E’ tinteggiata internamente con spugnato di calce. Ha un parapetto in legno di noce lucidato a spirito. Il soffitto è rivestito a cassettoni in legno di castagno. L’accesso alla torre è garantito da una scala a chiocciola che parte dall’ultimo pianerottolo della scala principale.
Il salone al pubblico è pavimentato in lastre di marmo policromo, il soffitto è cassettonato a stucco romano, le pareti sono rivestite, fino a tre metri di altezza, da una zoccolatura di marmo e superiormente sono a stucco. Le sportellerie sono in legno di noce e cristalli.
Nelle due nicchie ai lati della facciata su via Littoria vi erano due statue bronzee di Silvio Canevari raffiguranti la guerra e la pace (quest’ultima fu rimossa).
[ndd - In realtà le statue raffigurano Il Telegrafo e La Posta che come ho scritto sopra fu asportata nel febbraio del 1942]
