Nicolò V

Vincenzo Ceniti Console Touring

Nella vita travagliata e folgorante di Michelangelo c’è posto anche per Viterbo.

Pensiamo a quel profilo turrito, di non facile lettura, sullo sfondo della stupefacente  “Pietà” (Museo Civico) nata dalla collaborazione, come dice il Vasari, con Sebastiano del Piombo.

Ma pure l’accenno, stavolta più evidente, ai ruderi di terme romano-viterbesi nella chiacchierata tavoletta della “Crocifissione” (Museo del Colle del Duomo) che Michelangelo fece dipingere alla sua bottega, ai tempi della relazione con Vittoria Colonna, per comunicarle chissà cosa.  

Michelangelo Buonarroti

La marchesa di Pescara era così in cima ai suoi pensieri che alcuni ne intravedono il volto nella Madonna della Sistina. 

Michelangelo ci mette anche la faccia nei disegni delle terme  del Bacucco lungo la strada che porta a Marta. Le cronache dicono che in uno dei tanti viaggi a Roma si sia fermato da noi per curarsi il mal della pietra con le acque sulfuree.

E ne dovette trarre sollievo, tanto che in una lettera scritta al nipote Leonardo esalta le qualità curative delle acque  e parla di sensibili miglioramenti, sottolineando la necessità di fare provvista di quell’acqua miracolosa. 

 

Terme del Bacucco, disegni di Michelangelo

 

Attento osservatore di forme classiche, fece due schizzi a penna di un paio di interni del Bacucco. Su uno scrisse di suo pugno “pianta del bagno di Viterbo”. Nell’altro disegnò lo spaccato dell’interno, con le parole “come stà dentro el dicto bagno”. Gli originali sono al Museo Vicar de Lille in Francia.

Le terme del Bacucco erano le più maestose fra quelle sparse  nelle campagne intorno al Bulicame e si estendevano per oltre tre ettari. Nei secoli andati si è fatta razzia dei suoi pezzi migliori: colonne (in piazza del Plebiscito a Viterbo ce ne sarebbero due), capitelli, busti di marmo, statue, mosaici, bronzi ed altro.

Sta di fatto che Michelangelo dovrebbe essere meglio “ascoltato” per promuovere l’immagine delle nostre zone.                                    
A Viterbo diamo tutto per scontato. Perfino Dante. Se non fosse per qualcuno che diligentemente ogni tanto ne ricorda il passaggio nel Trecento,  ignoreremmo anche gli episodi del “Bulicame infernale”

Per fortuna che l’insegna di un hotel del posto si ricorda di un altro personaggio che ha più volte frequentato le Terme di Viterbo: Nicolò V (Tommaso Parentucelli 1397-1455).

Fu proprio il papa genovese, a qualche decennio dal ritorno a Roma della sede pontificia dopo la cattività di Avignone, ad avviare un primo processo di rinascenza a Viterbo sugli impulsi della vicina Firenze trasmessi da Cosimo de’ Medici.

L’interesse del pontefice per la città ha origini complesse, ma ci piace credere che siano state sua madre Andreola e la sorella Caterina a guardare con occhio benevolo la nostra città che l’avevano eletta nel 1448 a meta privilegiata per salutari soggiorni termali presso il Bulicame e dintorni.

Quelle acque miracolose avrebbero aiutato lo stesso Niccolò V  a sopportare i disagi di una fastidiosa  gotta. 

Ecco allora aprirsi  insospettati  spazi ad alcuni rinnovamenti (che proseguiranno coi Farnese) come la ricostruzione – con l’aiuto del fido Bernardo Rossellino - del Bagno (detto Bagno del Papa), nel sito dove oggi sorge “Terme dei Papi”, l’ammodernamento di alcuni edifici tra cui il palazzo dei Priori e del Podestà, fino a quello Lunense di proprietà del cognato del papa giudicato come un “precoce esempio di architettura rinascimentale di ascendenza toscana”. 

Ma il vero scoop Viterbo lo registrerà, sempre con l’aiuto del papa e dei ducati d’oro fruttati dal Giubileo 1450, con Benozzo Gozzoli che benché pieno di impegni accetterà la commissione per un ciclo di affreschi nella chiesa di Santa Rosa il cui corpo prodigiosamente scampato ad un incendio del 1357 aveva nel frattempo raccolto molti proseliti accorsi in città in numeri sempre più consistenti. I ricavi dell’Anno Santo servirono anche per un ampliamento e abbellimento della chiesa e dell’adiacente monastero emblematicamente testimoniati da due stupendi polittici del Balletta  di cui uno conservato nella chiesa.  

E proprio grazie a Benozzo (o meglio alle riproduzioni acquerellate del 1632 di Francesco Sabatini) possiamo leggere sullo sfondo di scene su vita, morte e miracoli della Santa eloquenti scorci della Viterbo di allora in cui, accanto alle emergenze medioevali, già sono evidenti forti connotazioni rinascimentali. 

Il particolare ci rimanda subito allo scoraggiante pensiero che di quelle architetture tardo quattrocentesche non si fa oggi la giusta memoria privilegiando, anche nei messaggi promozionali, forme medievali più immediate ed accattivanti, ma non sempre autentiche. 

Va infatti ricordato che qualche decennio dopo a quell’anno giubilare del 1450, la città di Viterbo, rafforzatasi  nel frattempo nelle forme rinascimentali, vivrà nella prima metà del Cinquecento - grazie al lavoro del card. Egidio Antonini -  uno dei momenti più fecondi  della sua lunga storia con l’Ecclesia viterbiensis sostenuti da personaggi di rango, come Vittoria Colonna e Reginald Pole.