
Cellere nel 1900 (Archivio Mauro Galeotti)
Giuseppe Bellucci
Ciao Mauro, colgo l’occasione dell’articolo su Tiburzi, dell’amico Mario Olimpieri, per gettare uno sguardo su Nicola, figlio di Domenichino.
DALLA CASA SIGNORILE ALLA SUPPLICA DI UN COLLEGIO
Ad ampliamento delle notizie genealogiche sui Tiburzi che l’amico Mario Olimpieri, poeta e storico di Cellere, ha diligentemente enucleato nell’articolo di ieri, mi permetto qualche particolare su Nicola, figlio di Domenichino.
Dei due avuti dalla moglie Veronica, questo era il prediletto per l’affinità caratteriale in fatto di arroganza e spavalderia. Spalleggiato da cotanto padre, il” brav’uomo” Nicola pur risultando nullatenente, s’era fatto costruire una casa a due piani di sette stanze con vista panoramica e, dal momento che c’era, non aveva disdegnato di farsela affrescare, non dimenticando il terreno annesso coltivato a orto e giardino. Tutto questo mentre il resto dei suoi paesani non sapendo come campare la vita per la troppa indigenza, viveva in tuguri scarsamente arieggiati e maleodoranti.
“Nicoletta”, anche in questo ricalcava la bassa statura del padre, era uno degli esattori dei briganti. In poco tempo, dopo il ritorno dal servizio militare, si era arricchito annoverando tra le sue proprietà anche numerosi capi di bestiame. Sfrontato all’inverosimile, come quando sul banco del Pretore di Valentano che lo condannava per una contravvenzione gettò una banconota da 100 lire dicendo: “tené, pagatevi”, appena finita la lussuosa casa convolò a nozze con una sarta di Ischia di Castro: Rosa Capobianco. Per motivi economici prima e per l’indole aggressiva e violenta in famigglia di lui poi, il matrimonio non conobbe mai uno stato di serenità duraturo.
Poiché molta della prepotenza di Nicoletta era dovuta all’impunità garantitagli dal celebre padre, dal 24 ottobre 1896 (data della morte di Domenichino), la parabola del pregiudicato figlio ebbe un declino irreversibile. Dal “processone” del 1893 ne era uscito con condanna assai mite, peraltro ridotta in appello. Tuttavia il tenore di vita non era più quello di una volta. Lontani erano i tempi di quando girava con le tasche sempre piene di soldi.
Ma il colpo più duro glielo inferse la moglie, spalleggiata dai parenti, accusandolo di violenza carnale nei confronti della figlia Duilia di appena 9 anni! I rancori tra i Capobianco di Ischia e i Tiburzi di Cellere ebbero in questa denuncia la loro massima visibilità.
Con sentenza del 19 novembre 1901 la Corte di Assise di Viterbo condannò il trentaquattrenne pregiudicato Nicola Tiburzi ad anni 34 di reclusione e 2 anni di sorveglianza speciale dopo l’espiazione, per avere “con atti risolutivi della medesima condotta criminosa, abusando della patria potestà, costretto a congiungimento carnale la figlia legittima Duilia, nata il sei ottobre 1892”. Lo condannò inoltre “all’interdizione legale e privazione della patria potestà durante l’espiazione della pena e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Oltre al risarcimento del danno e al pagamento delle spese processuali.”
Il 9 settembre 1903, il Direttore del carcere di Volterra, dove Nicola era rinchiuso, scrisse al sindaco di Cellere perché il condannato “ha chiesto di far ricoverare in qualche Pio Istituto qualcuno dei suoi figlioli”. A corredo di tale richiesta, pregava il sindaco di trasmettere una serie di documenti tra i quali il “certificato di miserabilità” della famiglia.
Nemmeno dopo scontata la pena Nicoletta ebbe pace. La moglie non ne volle più sapere e lui dovette ricorrere all’ospitalità di qualche parente di Cellere. Qui, un possidente che aveva delle proprietà a Montalto di Castro lo prese al suo servizio dandogli fiducia nella vendita del bestiame. Girando con tale incarico per le fiere, qualche tempo prima di morire ebbe l’opportunità di incontrare due figli alla fiera di Ischia di Castro. Poco tempo dopo egli morì di polmonite, in solitudine, a Montalto di Castro nel 1930. Dei quattro figli, Duilia era morta di spagnola nel '18, Francesco Capobianco (ex Tiburzio Tiburzi, aveva cambiato nome) era stato in America ma poi era tornato ed è morto nel 1967, Giuseppe partì lo stesso per l'America e vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1989, Elio nel 1995 era ancora vivente.
