Canzonetta per il brigante Domenico Tiburzi

Mario Olimpieri

Buona giornata Mauro, l'articolo di oggi parla di Domenico Tiburzi, ma soprattutto dei figli e dei nipoti. Buona domenica a te e ai lettori. Mario
Sappiamo tanto di DOMENICO TIBURZI, ma poco dei suoi figli e ancor meno dei suoi nipoti.

IN QUESTO ARTICOLO MI VOGLIO SOFFERMARE A DESCRIVERLI AMPIAMENTE, MA PRIMA UN RIPASSO SU “DOMENICHINO”.

DOMENICO TIBURZI E I SUOI NIPOTI

Domenico Tiburzi e i suoi fratelli Paolo e Giovanni nacquero da Nicola Tiburzi e da Lucia Attili.

Qui mi soffermo a scrivere soltanto di Domenico, chiamato Domenichino per via della sua bassa statura.

Egli nacque a Pianiano, frazione di Cellere, il 28 maggio del 1836; sua moglie Veronica dell’Aia, figlia di Venanzio dell’Aia, nacque a Cellere nel 1839.

Dalla loro unione nacquero Luciano nel 1860 e Nicola nel 1866.

C’è da integrare il tutto per chiarire anche la presenza di un altro figlio che, però, Domenichino lo ebbe non da Veronica, ma da Leonilde Stolfi; questo figlio fu messo all’ospizio di Arcidosso.

Il primogenito, Luciano Tiburzi, si sposò con Maria Gradozzi, figlia di Adorna Pirozzi, e dalla loro unione nacquero Vincenzo, il primo gennaio del 1883, e Venanzio, il 20 settembre del 1887.

Vincenzo sposò Massimina Ceccarini; Venanzio sposò Maria Ciuchini.

A questo punto devo aggiungere un altro figlio, che nacque nel 1890, proprio l’anno in cui morì suo padre Luciano.

Posso permettermi questa aggiunta perché mi è pervenuto (da parte del mio amico e parente acquisito Alveno Grani) un certificato di morte di questo bambino. 

Si chiamava Giuseppe e morì prematuramente, alla tenera età di 6 anni; nel certificato si può leggere la sua qualifica, che era quella di “bracciante”.

Ai tempi nostri, questa qualifica fa scalpore e provoca un certo turbamento, ma bisogna comprendere la vita di quel difficile passato, quando anche i bambini in tenera età già si mettevano al servizio della famiglia e iniziavano presto a lavorare.

Probabilmente il nonno Domenichino avrà fatto visita al corpo esanime del nipotino Giuseppe, e non c’è troppo da meravigliarsi perché lo fece anche nei confronti del figlio Luciano, quando morì di malaria l’8 ottobre del 1890.

Si legge in “Tiburzi senza leggenda” di Angelo La Bella e Rosa Mecarolo: “Il brigante si recò di notte, entrando in casa da una porta aperta sul retro e tenuta nascosta da una catasta di fascine, a visitare la salma e portare un aiuto economico alla vedova; si trattenne a Cellere alcuni giorni, rimanendo del tutto indisturbato in casa del fratello” (non so di quale fratello: Paolo o Giovanni?).

Il primo agosto del 1891, Domenico Tiburzi divenne ancora nonno di un bel bambino, figlio di Rosa Capobianco di Ischia di Castro e del suo secondogenito Nicola che gli rassomigliava non poco nel carattere: impulsivo, prepotente, vendicativo, megalomane.

La nascita gli fu riferita il giorno seguente da un “messaggero” e Domenichino raggiunse l’abitazione dei Capobianco a Ischia di Castro per festeggiare il lieto evento.

Quando poi si trattò di decidere il nome da mettere al bambino, Nicola volle testimoniare il suo grande affetto per il padre e lo chiamò addirittura Tiburzio; così TIBURZIO TIBURZI avrebbe dovuto portare per la vita il segno indelebile della discendenza diretta di sua maestà il “Re del Lamone”.

Domenichino si commosse per tanta riconoscenza, andò verso il figlio e lo abbracciò.

In quel momento, Domenico Tiburzi, così felice per tanto riguardo e per tanto affetto, non avrebbe mai immaginato quel che poi sarebbe accaduto nel 1919; intendo parlare di un grande affronto, di una enorme delusione che il nipote Tiburzio avrebbe riservato al celebre nonno.

E cioè? Che cosa avvenne?

Accadde che quel nome e soprattutto quel cognome, il ventottenne Tiburzio li sentisse come due macigni da portare sulle spalle della sua tormentata vita.

E come risolse questa sua difficoltà?

Nel modo più “offensivo” per il “Re del Lamone” e, in pratica, lo detronizzò: non fu più l’amato nipote Tiburzio Tiburzi, ma, da quel momento in poi, fu Francesco Capobianco, assumendo un altro nome e il cognome di mamma Rosa.

Domenichino, giacente da anni nel cimitero di Capalbio, si sarà rivoltato nella tomba e avrà imprecato, come era solito fare, avrà anche cercato il suo fucile, ma non era lì con lui, ormai spoglio di tutto, come ogni altro cadavere.

Ma le delusioni non terminano qui, perché anche Elio Tiburzi, nato il 06/06/1899, dette la medesima delusione al nonno Domenico Tiburzi e volle rinunciare al famoso cognome, preferendo quello della madre, e si chiamò Elio Capobianco.

Qui è inutile ripetere quello che avrà provato il nonno Domenico, rivoltandosi nella squallida tomba del cimitero di Capalbio.

Nicola Tiburzi e Rosa Capobianco ebbero altri due figli: DUILIA, morta di spagnola nel 1918 (il padre abusò di lei quando aveva nove anni) e GIUSEPPE, che si formò una famiglia in America.

Soltanto i nipoti avuti dal primogenito Luciano non osarono deludere il famoso nonno, non sentirono il peso di quel cognome (o ebbero altri motivi per conservarlo) e non lo mutarono con quello della madre Maria Gradozzi.

Voglio terminare questo lungo scritto con il finale della mia composizione in versi su Domenico Tiburzi.

………………………

L’indomani, il fuggiasco sì caparbio

fu trasportato e sepolto a Capalbio,

 

ma non del tutto dentro il cimitero,

poiché il provvedimento assai severo

 

fu preso d’interrarlo lì al confine,

per metà dentro e metà fuori, al fine  

 

di accontentar salomonicamente                                             

le idee contrastanti della gente.

 

«Il cimitero» dicevano in tanti 

«è per gli onesti e non per i briganti»,

 

ed altri s’appellavano, ma invano,

alla bontà ed all’amor cristiano.

                                                             

Come abbiam detto, quindi, fu sepolto,

anche nell’altro regno male accolto;

 

ora da tanti anni in terra giace,

e speriamo per lui, in eterna pace.

 

A modo suo fu re, e nel suo stemma

si legge che fu “Re della maremma”,

 

di quella terra definita amara,

ma per noi maremmani sempre cara.