Francesco Mattioli
Francesco Mattioli, sociologo
Negli anni ’60, quando il conflitto nucleare sembrava possibile, anzi imminente, circolavano soprattutto negli Stati Uniti dei libriccini contenenti istruzioni per difendersi da eventuali situazioni di emergenza e di diffusione della radioattività; non solo: chi era appassionato di fantascienza, fra cronache del dopobomba e distopie del conflitto finale poteva attingere a utili indicazioni preventive o almeno precauzionali.
Più d’uno, nell’orto di casa si faceva scavare non già una piscina, ma un rifugio antiatomico. Solo da pochi anni questi recessi – chiaramente inutili - sono stati svuotati, e qualcuno ha fatto i soldi rivendendo ai collezionisti oggetti e vecchie cibarie dell’epoca, come testimonianza di una temperie storica venuta meno nel tempo.
Ricordo che qualcuno guardava già allora ai recessi del Gran Sasso per stiparvi la “crema” della società italiana (e smuoveva Andreotti e il Papa per farsi riservare un posticino)…
Gli incidenti di Three Mile Island (1979), di Chernobyl (1986) e Fukushima (2011) hanno piuttosto suggerito la pericolosità delle centrali nucleari, mentre la gran parte degli studiosi di cose militari sono d’accordo nel ritenere che la disponibilità di armi nucleari tra forze contrapposte costituisca di per sé uno strumento di deterrenza ad usarle, perché è ormai chiaro che nessuno ne uscirebbe vivo, non ci sarebbe un vincitore, se non a prezzi altissimi, insostenibili. Qualcosa di simile è stato valutato anche per altre armi non convenzionali, come quelle chimiche e batteriologiche.
Di qui, lo sviluppo di armi convenzionali molto potenti, ma a danno unidirezionale, come proiettili radioattivi o a rilascio chimico (gas), già adottate in alcuni teatri bellici, o – al limite – di microbombe a fissione nucleare, tutte in grado di fare in ogni caso danni in aree mirate e circoscritte.
Alcuni gruppi complottisti ritengono necessario premunirsi da una guerra nucleare imminente, mentre altri sostengono che le pandemie siano veri e propri strumenti di guerra. Di certo, c’è solo che la circolazione globale, la promiscuità forzata uomo/animale, lo stravolgimento ecologico rischiano di scatenare ricorrenti fenomeni virali pandemici, peraltro abbondantemente previsti dalla scienza e classificati tra le possibili conseguenze della crisi ambientale già nella Conferenza di Rio sull’ambiente del 1992.
Gli scenari internazionali e le esperienze di questi ultimi decenni stanno a dimostrare che oggi la guerra si svolge piuttosto a livelli regionali e in aree “neutre”, dove i danni collaterali per i belligeranti internazionali sono sostanzialmente limitati al territorio eletto a luogo di scontro. Si veda il caso di Irak, Siria, Afghanistan, Crimea, Libia. Non a caso, taluni gruppi belligeranti hanno virato verso il terrorismo locale e internazionale per cercare di sottrarsi ad un ritualismo bellico senza reali sbocchi alternativi.
Non so se i cosiddetti grandi della Terra siano dei veri guerrafondai; certo, preferiscono spararle grosse a parole, piuttosto che dalle basi missilistiche; il dittatore Kim Jong-un ci penserebbe ben più di due volte a far partire un missile nucleare verso gli Stati Uniti, sapendo che cinque minuti più tardi la Corea del Nord sarebbe terra bruciata; qualcosa di simile varrebbe per i teocrati iraniani, mentre i cinesi stanno già conquistando il mondo con le loro carabattole e non hanno certo bisogno di distruggere i mercati occidentali, tra i più promettenti per i loro traffici commerciali.
Putin, che ha visto discendere la sua Russia nella graduatoria delle potenze, chiuso tra Cina ed Europa, sa perfettamente che se c’è un Paese che ha bisogno di stabilità e di equilibri economici nel mondo è proprio il suo, il primo ad affamarsi – e a ribellarsi - in caso di una crisi militare mondiale. Se poi qualcuno intende definire John Biden come un falco- e quindi come un guerrafondaio - visto le sue immediate sterzate democratiche e pacifiste dopo la grottesca parentesi trumpiana (abbattimento del muro con il Messico, rientro degli USA negli organismi internazionali sull’ambiente, dialogo con Cina e Iran), delle due l’una: o mente sapendo di mentire, o è accecato da distorsioni complottiste.
Forse sarebbe meglio prendere atto che i peggiori scenari distopici futuri, anche nel breve periodo, almeno a livello globale sono pressoché tutti di origine naturale. Alcuni spontanei, altri favoriti o indotti dall’antropocene, cioè dall’intervento tanto determinante quanto involontario dell’Uomo. Oltre ai possibili cataclismi idrogeologici e sismici spontanei, quindi, ci metterei l’innalzamento delle temperature e le conseguenze sul livello delle acque marine, l’inquinamento atmosferico, la deformazione dei sistemi ecologici e, ovviamente, le pandemie.
Il celebre Rapporto Meadows, risalente ai primi anni ’70, illustrava già allora i punti critici dello sviluppo e fissava al 2050 la data di non ritorno dal punto di vista dell’inquinamento ambientale. Su questi temi vanno indirizzati gli interventi di prevenzione e le logiche precauzionali, anche a livello microterritoriale. Non tanto fuggendo il pericolo, quasi fossimo impotenti, quanto prevenendolo con un accurato e realistico calcolo del rischio. Tutto il resto, se mi si consente, è fuffa, farneticazione di stampo millenarista.
Riferimenti bibliografici:
- Mattioli (ac. di), La società del rischio globale, Bonanno Editore, 2006
- Mattioli, I rischi della prevenzione. Breve conversazione su rischio, prevenzione e precauzione ai tempi dell'incertocene, Aracne Editore, 2021
