Francesco Mattioli, sociologo
Per sapere che cosa sono le religioni occorrerebbe studiarle meglio. Intanto, ci si accorgerebbe che non sono tutte uguali, e poi che cambiano nel tempo, e infine che sono un meccanismo “funzionale” a costituire un ordine sociale, cioè una società. Senza di esse – lo hanno dimostrato sociologi e antropologi – la società non si regge in piedi.
Le religioni si appellano ad una divinità, per tre ragioni. La prima, di origine ancestrale, che attribuisce ad un Dio ciò che non è spiegabile o controllabile; la seconda, di natura teologico-filosofica, che vede in un Dio la risposta alla domanda incessante su chi siamo e dove andiamo, al dare un senso all’universo, al cogliere il mistero dell’esistenza, e quindi l’idea di “sacro”; la terza, che intuisce un processo teleologico nella Storia, un mondo finalizzato ad un Disegno, e come tale capace non solo di definire e consentire un Cammino umano, ma anche di dettare regole etiche superiori e diverse da quelle meramente naturali.
In quest’ultimo caso, sono le regole che trasformano la legge della giungla (o l’homo homini lupus) in una convivenza civile regolata da ”valori” e da “leggi”. Le leggi nella società sono importanti, sono il prodotto dell’intelligenza umana, perché non solo regolano la convivenza, ma consentono di governare il cambiamento. Il cambiamento è una prerogativa dell’intelligenza umana; rispetto agli animali, l’Uomo ha una “storia” perché ha un libero arbitrio, una creatività, una capacità di autoriflessione che lo spinge a migliorarsi assieme ai suoi simili.
Se le religioni sono il migliore strumento per produrre un sistema di regole ”sociali” che possano essere “interiorizzate” e fatte proprie come imperativi morali, è anche vero che il loro compito può essere svolto anche dalle ideologie, in realtà sistemi di valore “laici”, che comunque, come le religioni, hanno i loro credo, i loro riti, le proprie narrazioni e le proprie regole. Anche quando si appellano alla sola “ragione”, che è comunque “una” ragione, non “la” ragione, come hanno dimostrato le scienze sociali, la fenomenologia, il realismo critico, il relazionismo e perfino la meccanica quantistica.
Che quindi le religioni, di ogni tipo, impongano regole; che queste regole funzionino anche come deterrenti, istigando sensi di colpa nel reo; che i membri di una società non si sentano con la coscienza a posto quando prevaricano sugli altri o sugli interessi collettivi: sono tutti meccanismi che permettono ad una società di funzionare e di crescere. La Storia rende le religioni più cupe o più dionisiache, e nel tempo una stessa religione può cambiare, da quella che minaccia a quella che costruisce, ama e invita. La religione può essere inibitoria, può essere colpevolizzante, quando si rende semplicistica, manichea e si fa strumento di potere, ma può essere funzionale al riscatto dell’Uomo, alla sua libertà nella società quando offre degli ideali con cui rafforzare l’impegno civile nel mondo.
Ricorderò sempre quel frate oscuro che, durante il ritiro per la Prima Comunione, ci apostrofava dall’alto di un pulpito, in una chiesa semibuia, con il dito adunco: “Ricordatevi che dovete morire!”. Che differenza, trecento anni prima, con il catechismo gioioso di San Filippo Neri, o con quello di oggi, nelle parrocchie, dove si insegnano solidarietà e la condivisione operosa!
Certo, ci sono ancora oggi gli estremismi e i fondamentalismi, che non spadroneggiano solo in certi stati teocratici, ma allignano persino nelle democrazie. Ma sono parte dei limiti dell’Uomo e da essi possiamo prendere le distanze.
Respingo quindi volentieri al mittente le affermazioni: “tutto il male delle religioni, della morale, dell’etica” e “I predicatori religiosi hanno convinto il mondo intero: "Voi siete peccatori!".
La morale, l’etica, le religioni sono il prodotto della convivenza, della società civile; e i predicatori, di ogni tipo, ci ricordano soltanto che la convivenza comporta delle limitazioni, delle regole, che se vengono disattese creano disagio, conflitto, l’homo homini lupus.
L’alternativa? Il ripiegarsi egoistico ed egotistico su sé stessi, l’autoreferenzialità, il dileggio dell’impegno politico, della partecipazione alla vita sociale, dell’impegno creativo applicato alla l’idea del daimon prometeico che crea tecnologia e si realizza nel mondo e nella società assieme agli altri. E’ l’alternativa di chi si crogiola in sé stesso, di chi si masturba lo spirito in una interiorità che si apparta dal mondo e distanziandosi da esso lascia che il mondo fluisca nelle ingiustizie, nelle lotte, negli impegni e nelle pochezze del mondo vitale.
La Storia in questo è una severa maestra. Vero: le società teocratiche non sono progredite; né nella tecnologia e il progresso, né nell’etica dell’uguaglianza, perché erano soltanto inibitorie. Ma ancor peggio laddove si è sviluppato un pensiero filosofiche fondato sull’introspezione: lì non c’è stata partecipazione politica e le dittature sono fiorite e rimaste intatte fino ai nostri giorni. Laddove i taoisti deridevano “Confucio e la sua speranza di creare un’etica sociale e politica mentre essi si limitavano a permanere nella propria natura originale. Rispettando le propensioni naturali, non acquisite quindi per convenienza utilitaristica”; laddove dei cosiddetti esseri integrali “hanno rinunciato a tutte le idee di individualità e ampliato la loro buona volontà senza pregiudizi in qualunque direzione. Non odiando, non resistendo, non contestando. Amare, odiare, avere aspettative: tutti questi sono attaccamenti. L'attaccamento impedisce la crescita del proprio vero essere”; laddove un Osho afferma che le religioni “sono costruite sulle vostre colpe, sul vostro peccato, sul vostro complesso di inferiorità. Così hanno creato un'umanità inferiore”: ebbene è lì che sono fiorite le dittature, gli assolutismi, i tradizionalismi, i misoneismi e non si sono creati neppure i concetti di democrazia, di partecipazione, di coscienza civica.
Oddio, se ti misuri con il mondo ti devi anche sporcare con le sue umane miserie; ma ne vale la pena; per riprendere una metafora di papa Francesco, il pastore puzza di pecora perché vive con le pecore, ma ne vale la pena. Di certo, la Dichiarazione dei diritti universali dell’Uomo non nasce da una riflessione elaborata tra le filosofie orientali, ma dalle religioni eudaimonistiche greche e giudaico-ellenistiche, e segnatamente dal Cristianesimo, alla cui etica dell’uguaglianza, del rispetto, della comunità impegnata nel sociale e nell’impegno solidaristico in particolare, si sono ispirati la morale laica kantiana, la Rivoluzione Francese e persino il marxismo.
Grazie, d’Arpini, dell’avviso. Ma mi tengo le religioni e con loro l’etica del dovere, nel bene e nel male, cercando di discernere, con l’impegno politico – in senso sturziano – il bene delle leggi dal male delle colpe. Sociali.
