Foto nella quale compare, l'infermiera Annette Monod (la seconda da destra)

Micaela Merlino

I bambini delle stelle. Ricordando le piccole vittime della Shoah. L’orrore dello sterminio di massa si abbatté anche sui piccoli innocenti, i bambini e le bambine, che oggi “Giorno della Memoria” meritano di essere ricordati.

Nel “Giorno della Memoria” un pensiero di rispetto va alle vittime, uomini e donne, della Shoah, ma quest’anno voglio ricordare in particolar modo i moltissimi bambini ebrei a cui fu tolta la vita, una vera tragedia nella tragedia.

Prendo spunto dal libro scritto da Debòrah Dwork, docente di storia alla “Child Study Center” della Yale University (New Halen, Connecticut), dal titolo “Children with a star: Jewish youth in Nazi Europe”, Yale University 1991 (“Nascere con la stella. I bambini ebrei nell’ Europa nazista”, Venezia, 1994), un’accurata ricerca sullo sterminio di massa di migliaia di piccoli innocenti.  La stella a cui si fa riferimento nel titolo è il simbolo (vergognoso), con cui venivano contrassegnati gli ebrei.

Riporto qui un breve passo tratto dal libro:

La storia dei giovani con la stella è un insieme di vicende personali, e al tempo stesso costituisce il nucleo centrale del giudeocidio, l’essenza della più immane catastrofe autorizzata e tollerata dalla civiltà occidentale. Il Yad Vashem Memorial di Gerusalemme è la drammatica testimonianza di come l’oppressione, la persecuzione e l’assassinio dei giovani sia stato il cuore di questa tragedia. (…)

Quando il visitatore lascia il museo per accedere alla terrazza memoriale, esposto nell’atrio di uscita c’è un ultimo oggetto da vedere. Un solo frammento del passato, unica sintesi iconografica, a rappresentare l’orrore e la perdita. E’ uno stivaletto da bambino. Dunque la storia dei giovani ebrei nell’Europa occupata dai nazisti si può leggere come la trama di Cenerentola. Noi abbiamo cercato i bambini cui calzarli, e così per tutte le altre scarpe o stivaletti smarriti, abbandonati o strappati”.

I bambini costituivano un intralcio per l’efficenza del folle progetto dell’annientamento di massa, perché una volta prelevati a forza dalle loro case, spesso separati con violenza dai propri genitori, essi urlavano, piangevano, si ribellavano. In mezzo a questo orrore, che era impossibile arginare, ci fu chi almeno provò ad alleviare le sofferenze di quei bambini, umiliati e maltrattati. Nel libro viene ricordata Annette Monod (1909-2001), un’ infermiera francese della Croce Rossa, che nel mezzo dell’orrore dell’Olocausto con grande umanità volle essere vicina ed assistere gli internati fino all’ultima, orribile, tappa nei campi di concentramento. La solidarietà di questa donna buona si rivolse in special modo ai bambini, e soprattutto ella “lottò eroicamente per alleviare le sofferenze dei giovani internati nel campo francese di Pithiriviers”. Rischiando lei stessa di essere punita, più volte protestò contro le autorità francesi per il duro trattamento riservato, in generale, agli ebrei imprigionati.

Annette scrisse poi le sue Memorie, e c’è un passo significativo che fa comprendere quale orrore dovettero vivere quei bambini, e quanto si adoperò questa donna caritatevole per far sentire loro, fino alla tragica fine cui erano destinati, almeno la vicinanza di una persona amica. Nel settembre 1942 (anno nel quale furono deportati gli ebrei francesi da Parigi) dal campo di internamento di Pithiriviers stava per partire un convoglio pieno di bambini, e Annette fu testimone oculare di quello strazio e delle violenze che essi dovettero subire. 

I bambini erano mezzo addormentati, e fu una vera impresa farli scendere dai dormitori. La gran parte di loro sedette per terra, ognuno con il suo fagottello (…). Un bambino si avvicinò ad un gendarme e prese a giocare con il fischietto appeso alla cintura di quell’uomo; una bambina, visti alcuni fiori sulla scarpata, si allontanò per coglierli e farne un mazzetto. I gendarmi non sapevano che fare. Infine venne loro ordinato di portare i bambini alla vicina stazione ferroviaria (…). Giunti alla stazione i bambini furono caricati sul treno con improvvisa precipitazione.

Fu a quel punto che essi cominciarono a mostrarsi spaventati. Non volevano partire e iniziarono a piangere. Chiamavano le assistenti sociali che stavano sul marciapiede per aiutare (…). Jacquot, un ragazzino di cinque anni cui mi ero particolarmente affezionata, cominciò a urlare chiamandomi: “Voglio scendere, voglio stare con Madamoiselle!”. La porta del vagone venne chiusa e sprangata, ma Jacquot infilò la mano in una fessura tra due assi e continuò a chiamarmi muovendo le dita. Un sorvegliante colpì la sua mano”.

Ricordando questo turpe episodio voglio fare memoria dei tanti bambini e bambine ebrei che persero la vita nella Shoah, ma anche (mi sia consentito) di tutti quelli che, allo stesso modo innocenti, morirono durante la Seconda Guerra mondiale a causa delle armi, delle bombe e delle violenze dei vari belligeranti.

Credo anche che questo “Giorno della Memoria” sia occasione per volgere un pensiero, indistintamente, a tutti i bambini vittime dei regimi e delle tirannidi della storia, antiche e moderne, di qualsiasi ideologia politica, e delle tante guerre che hanno insanguinato la terra, perché è proprio il sacrificio degli innocenti, in qualsiasi epoca e in qualsiasi parte del mondo consumatosi, che deve farci riflettere.

Purtroppo gli orrori contro i piccoli non sono ancora solo un lontano ricordo, e allora dobbiamo chiederci quanto abbiamo realmente imparato dall’Olocausto e dai vari altri olocausti, se ancora tanti, troppi, bambini soffrono e muoiono nelle ignobili guerre che insanguinano il mondo. Sono tutti angeli prematuramente e orribilmente volati in cielo, e da lì ci guardano... Finché si consumerà lo scandalo della morte degli innocenti, per le violenze e le crudeltà degli adulti in armi, sarà impossibile costruire un’ umanità e una civiltà migliori.