VITERBO - A COMPLETAMENTO DEL MIO FILMATO DI AUGURI NATALIZI – Le Sibille dell’Esedra del Presepe delle Fortezze.

Antonio Cignini

A completamento del mio filmato di auguri natalizi 2020 dal Presepe nella Chiesa di S. Maria delle Fortezze a Viterbo, ritengo opportuno aggiungere alcune considerazioni. Ma ecco intanto il video.

Il Presepe in questione si trova nella cappella angolare sud-ovest di quella che fu la chiesa bramantesca risparmiata dalle bombe del 1944. Contiene due nicchie: la ovest tutta dedicata alla Madonna (Annunziata, Assunta, Incoronata) e la sud il cui soggetto è una Natività.

Gli affreschi di entrambe, secondo Pietro Egidi, sarebbero di pittori della scuola di Antonio del Massaro da Viterbo detto il Pastura.

Focalizzando l’attenzione sulla seconda, che possiamo chiamare anche Esedra del Presepe, risultano molto rovinate – non tanto dalla guerra quanto dal secolare degrado&incuria e, peggio, dal vandalismo in tempo di pace post-bellica – sia la calotta sia, soprattutto, la parte bassa, quella più popolata da personaggi tipicamente natalizi. Per dirla tutta con lo sfogo indignato di Mau­ro Galeotti, le figure dipinte “hanno il volto e le mani strappati perché qualche delinquente li ha tolti con lo scalpello forse per realizzare qualche icona”.

Però, per fortuna di noi amanti dell’arte e della cultura, è rimasta in discreto / buono stato la parte alta, quella dei pennacchi piani al di sopra della nicchia. Qui, a destra e a sinistra di uno scudo araldico di pietra completamente abraso, collocato al centro della chiave d’arco – forse era dei Farnese, come lo scrivente argomenta nel C. 4 del suo saggio del 2019 – campeggiano due Sibille, la Cumana e la Eritrea: la prima all’estremità del lato sinistro, la seconda, simmetricamente, nello spazio a destra.

Quest’ultima ricalca alla buona, ma con sufficiente approssimazione la Sibilla Delfica michelangiolesca della Cappella Sistina e fa comunque onore sia al modesto anonimo copista delle Fortezze sia, soprattutto, all’insuperabile Michelangelo. Sono donne dal volto alquanto casalingo, che però stan­no sedute in pose maestose, lassù in alto, al di sopra della calotta absidale. Secondo gli itinerari mentali del committente e dell’artista, il Gesù Bambino nato nella povertà della capanna tra il bue e l’asinello, gli Angeli e i pastori laggiù nella parte bassa dell’affresco, è, pittoricamente, diventato grande, risuscitato dalla morte e asceso al Cielo come “Cristo in gloria”, nella calotta del cielo absidale.

Di questo Bambino e della “virgine hebrea” sua madre stanno dicendo cose grandi sia la Sibilla Cumana sia la sua collega Eritrea. In due epigrafi distinte e simmetriche – dipinte al di sopra dei braccini sinistri di due putti nudi e disposte simmetricamente ai lati delle teste delle due Sibille – si allude oscuramente, anzi molto “sibillinamente”, alle storie affrescate nelle due aree sottostanti.

La scritta della Sibilla Cumana ri­porta un celebre passo dalla IV Ecloga delle Bucoliche di Virgilio, il poeta pagano più amato dai cristiani, i quali accostavano queste profetesse del mondo pre-cristiano ai profeti della Bibbia: lo faceva già il vescovo martire del II sec. Giustino, mentre lo stesso concetto sarà introdotto nella famosa “sequenza” della messa dei morti: “Dies irae dies illa / solvet seclum in favilla / teste David cum sybilla” (“Giorno d’ira sarà quel giorno: dissolverà il mondo nelle fiamme, come attestano Davide e la Si­billa”, tdr) attribuito a Tommaso da Celano (XIII sec.), le cui note, cantate ogni venerdì alla messa officiata, dal 1577, dai frati minimi di san Francesco di Paola, echeggiarono per oltre due secoli tra le volte e le cupolette di questa chiesa.

Nelle due iscrizioni le Sibille annuncia­no l’avvento e il regno glorioso e immortale di un Principe celeste destinato a rinnovare radicalmente il “ciclo della storia”, nel latino di Virgilio definito il magnus seclorum ordo (il grande svolgimento dell’ordine dei se­coli).

Nell’epigrafe della Sibilla di Cuma o Cumana (che Virgilio chiama Cumèa) si legge: HTE QVOQVE DE CRI || STO DIXIT CVMEA SI || BILLA MAGNVS ABI [N]TEGRO SECLORVM || NASCITVR ORDO. Per decifrarla bisogna aggiungere qualche lette­ra o qualche vocale che il pittore ha omesso. Il vocabolo HTE in latino non esiste. E allora bisogna indovinarlo, perché anche la grafica è “sibillina” per via di parole sottintese o contratte. Probabilmente HTE è la contrazione dell’av­verbio hacténus, che significa “fino a qui”, “finora” “sino a questo punto” “persino”. Una traduzione sufficien­temente fedele potrebbe essere questa: “[ARRIVANDO (COL SUO OCCHIO PROFETICO)] ADDIRITTURA (QVOQVE) FINO A QUESTO PUNTO (HACTENVS), LA SIBIL­LA CUMANA PARLÒ DEL CRISTO: “INTEGRALMENTE DALL’INIZIO NASCE IL GRANDE ORDINE DEI SECOLI”.

Il committente, dotto umanista che ha dato le istruzio­ni al pittore, certamente conosceva i versi di Virgilio, il quale, in occasione della nascita di un figlio all’amico console Asinio Pollione, augurava per il bambino na­scituro grandi doti, affinché potesse essere importante non solo per Roma, ma per il mondo intero che attendeva il ritorno dell’età dell’oro di Saturno e della Vergine Astrèa. Quest’ultima dea era diventata, nell’evoluzione del mito, una sorta di fusione sincretica tra Venere e Minerva, simboli inscindibili di amore e di sapienza, preannunciati dalla Sibilla Cumèa. Il suo ritorno si riteneva imminente. I versi-chiave del testo virgiliano sono questi:

Ultima Cumaei venit iam carminis aetas;

magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.

Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna,

iam nova progenies caelo demittitur alto.

casta fave Lucina;

Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum

desinet ac toto surget gens aurea mundo…

 

Arriva ormai l’ultima età dell’oracolo cumano:

integralmente dall’inizio nasce il grande ordine dei secoli.

Già ritorna anche la Vergine [Astrea], ritornano i regni di Saturno,

già una nuova progenie viene fatta scendere dall’alto del cielo.

E tu, o casta Lucina [Giunone, protettirce delle partorienti],

sii propizia al bambino che sta per nascere; con lui

per la prima volta finirà la generazione del ferro                                      

e in tutto il mondo sorgerà quella dell’oro

L’altra sibilla, l’Eritrea – chiamata così non dall’omo­nimo stato africano, ma da Èritra, città greca dell’Asia Minore – ha anch’essa, accanto a sé e ai suoi libroni, una lapide bianca, uguale a quella della Cumana per forma, colore, grandezza, ma anche per ambiguità del dipinto: infatti le due epigrafi, anziché marmi scol­piti, sono leggibili come porzioni di un biblos (libro-ro­tolo) fatto di papiro o di pergamena, srotolate dai loro perni – fusiformi doppi come le colonnine-spigoli ai lati della Delfica della Sistina – ben tese e fissate a due cornici rettangolari rosso-gialle. L’epigrafe della si­billa Eritea – proprio così: sul cartiglio che afferra a due mani manca la R – è sorretta dal rispettivo putto nudo.

Questo bimbo giocoso e festoso, come il suo simme­trico della Cumana, afferra una corda a segmenti ros­so-gialli, munita di terminali a campana o a ventosa. La corda disegna nell’aria onde e svolazzi serpentini, che sembrano replicati nelle sottili ciocche ondulate dei capelli della Sibilla.

Afferrata dalla manina, la corda passa dietro il collo e le spallucce del bambino per andare a congiungersi ad altre due che fuoriescono al di sopra dell’epigrafe e con le quali va a formare un fiore di tre petali – o fioc­chi-cappio – serrati in un unico nodo, non visibile ma intuibile, nascosto dietro la scritta. Tre e Uno: un’allu­sione alla Trinità?

Altri due corti svolazzi di corda, di identica fattura ma di colori più chiari, serpeggiano ai lati dell’enigmatico scudo di pietra, collocato sulla chia­ve d’arco, con l’insegna araldica resa irriconoscibile da colpi di scalpello vibrati con cattiveria intenzionale – lo scrivente lo argomenta nel C. 4 del suo saggio.

Siccome le estremità scampanate qui sono solo due, si può pensare tanto a due porzioni di un unico cordone quanto a due corde distinte. Le due parti vanno comunque anch’esse ad annodarsi dietro lo scu­do dopo aver formato due petali di fiocco-cappio, però in posizione orizzontale. Che sia un’allusione alla dupli­cità della Divina Rivelazione costituita dalla Sapienza biblica e dalla cultura pagana (David cum Sibilla), da coniugare indissolubilmente?

La coppia delle Sibille forma comunque un’unica sequenza in due scene speculari. E speculare è anche il contenuto delle due “epigrafi” o, se si preferisce, dei due “pannelli-cartelli” di tavola, finta e dipinta, o, forse meglio, delle due “porzioni di papiro” sroto­late, tirate e tese tra i due perni fissati lateralmente alle cornici. La prima iscrizione annuncia il Figlio, la seconda la Vergine Madre. Nella seconda si legge infatti:

EDITA ERITHREIS VA||TES BABILONIS IN HO||R[T?]I?[S?] - HEBREA ||DIXIT VENIET||DE VIRGINE PRI[N]CEPS. Traduzione possibile: “[DIEDE] ORACOLI (èdita) AGLI ERITREI LA PROFETESSA (vates) NEI GIARDINI (hortis) DI BABILONIA; DISSE: IL PRINCIPE VERRÀ DA UNA VERGINE EBREA”.

Un problema di leggibilità e, di conseguenza, di in­terpretazione, è posto dalla parte abrasa nello spazio grafico delle due o tre lettere che precedono la parola HEBRÈA: non è chiaro se ci sia scritto “hortis” o “horis”. Sembra preferibile leggere HORTIS, perché i testi anti­chi che parlano di sibille d’oriente le associano a volte ai “giardini” (hortis) di Babilonia.

Di per sé, non essendo visibili le tracce dei caratteri, si potrebbe ipotizzare an­che la lettura più sofisticata “HORIS”, che deriverebbe da “hora” con significati simili a quelli italiani di ora, orologio, calendario. Secondo quest’ultima esile conget­tura, si dovrebbe però sostituire il concetto di luogo con quello di tempo, interpretare cioè non che la Sibilla ha profetizzato nei giardini di Babilonia (luogo), ma che gli oracoli che essa ha pronunciato devono essere inseriti nel calendario (in horis e perciò tempo) del destino di questa città.