Francesco Mattioli

Mi piace commentare lo stimolante intervento di D’Arpini su realtà e apparenza e sui pericoli di una fallace seduzione nella relazione con l’Altro da Sé.

Un tempo, “sedotto” dalla filosofia classica, ero anche io convinto che esistesse una realtà e una apparenza. Poi, avvicinandomi alla fenomenologia e alla filosofia della scienza mi sono reso conto che se anche esistesse una realtà esterna a noi, questa come tale ci sarebbe inconoscibile.

La realtà in effetti è apparenza, nel senso che è quella che noi attraverso i sensi percepiamo, attraverso la mente interpretiamo e sulla quale ragioniamo. 

Pensiamo alla realtà conosciuta attraverso i sensi: l’azzurro del cielo, quello che ci piace ammirare in una bella giornata di sole e che  pittori e fotografi godono a riprendere nelle loro opere, non esiste, è così che noi percepiamo le onde che colpiscono i nostri organi sensoriali detti della vista. 

La nostra mente, che si muove secondo meccanismi neurali, registra tali percezioni e ne fa memoria, associandole a stati organici di sicurezza o pericolo. La ragione, poi, che funziona come di autopercezione di sé, che è capace di astrazione, di definizione di relazioni di causa ed effetto, di valutazioni in senso utilitaristico o spirituale, di assegnazione di regole etiche al comportamento umano sulla base di modelli culturali e di conseguenti giudizi, “costruisce” quella che noi consideriamo “realtà”, e le dà un valore, perché apprezziamo l’azzurro del cielo, prevediamo una buona giornata per fare turismo o lavorare nei campi o, al contrario, preghiamo perché la siccità abbia termine.

Se tutto ciò è quindi relativo a noi, con le nostre percezioni o anche con le nostre valutazioni, soggettive o condivise che siano, è chiaro che quella che noi consideriamo apparenza è la sola realtà di cui disponiamo. Semmai possiamo definire apparenza una metodologia di valutazione della nostra costruzione della realtà che non corrisponde a quella normalmente percepita, attesa e valutata dai più.

Apparente così può essere un comportamento affettuoso che invece è strumentalmente seduttivo; apparente è l’amicizia di uno che vuole sfruttarci; apparente è l’impegno di quel politico che invece sta solo facendo i propri interessi, apparente è la benignità del cielo azzurro che invece sancisce il prolungamento della siccità. Ma in ogni caso, tutto ruota sulla interpretazione che noi diamo della “realtà” che noi percepiamo. 

Di fronte a tutto ciò che ne è di Dio, o di un Dio?

Non è un caso che Dio si conosca per fede e si consideri come “al di sopra” della nostra realtà pur vivendone l’immanenza.

Non è un caso che i cieli di Dio non siano né le nuvole, né le galassie; e neppure semplicemente il nostro “spirito interiore” che è pur sempre un processo di introspezione che necessita del supporto fisico di una mente neurocerebrale.

L’Essere Umano ha un pregio che testimonia della sua unicità e della sua grandezza: può costruire una “realtà” immateriale: che si tratti di fantasia, di intenzioni, di sistemi di valori, di sogni. Si chiama creatività, quella che manca agli altri sistemi viventi e che noi spesso associamo all’irripetibile intelligenza e consapevolezza di sé. Con essa creiamo, manipoliamo, perfezioniamo quella che noi chiamiamo realtà e che è la “nostra” realtà; con essa possiamo salire, anzi “saltare” a un Dio.

Che lo dicessero i filosofi, poteva essere una intuizione o una opinione come un’altra. Ma oggi perfino la scienza, quella che fino a ieri parlava in termini di oggettività e affermava in modo assertivo e perentorio che esiste una realtà altra da noi, si piega ad una visione pattizia dell’esistenza.

La fisica quantistica, la teoria della relatività, il principio di indeterminazione ci indicano che la realtà oggettiva di cui parla la scienza è solo una realtà convenzionalmente definita tale, attraverso un processo razionale condiviso che oggi peraltro privilegia il concetto di interazione rispetto a quello unidirezionale di causa/effetto. 

Tutto ciò non porta al buio sterile del relativismo ma semmai, come osservava Kurt Mannheim, al relazionismo, che è fonte rigogliosa di scambio, costruzione, creazione: possiamo creare idee, arte, spiritualità etica, ma anche tecnologia a misura dei nostri bisogni. Così la domanda di Pilato “Che cosa è la verità?” non porta necessariamente al nichilismo e alla sconfitta della condivisione, anzi piuttosto alla sfida e allo stimolo per la ricerca di un accordo, di una comunità di significati e quindi di intenti.

Pertanto, anche le relazioni sociali, che siano basate sulla solidarietà, il rispetto o la sopraffazione e il conflitto, sono di natura convenzionale, transazionale direi, è valgono alla luce di parametri “culturali” che mutano nel tempo, nello spazio, ma anche nelle circostanze.  

I sociologi parlano di “costruzione sociale del senso” che governa ogni fenomeno sociale.  in particolare, per restare al tema proposto da D’Arpini, le scienze sociali hanno dimostrato che le relazioni sociali si fondano sempre su un “patto” stabilito tra soggetti  che interagiscono in conseguenza di un processo selettivo di attrazione interpersonale.

Tali soggetti si interessano l’uno dell’altro per soddisfare propri bisogni, scambiandosi risorse, siano esse materiali, siano esse emotive, spirituali. Non è cinismo, beninteso: è la base della relazionalità, direi della “fratellanza” umana, quella che ci rende “animali sociali” e che condanna l’isolamento, l’autoreferenzialità e che invece premia la collaborazione, la crescita collettiva.

L’Altro da sé, ancorché soggetto a interpretazioni contingenti e soggettive bisognose di ritrovarsi nell’accordo di una comune definizione collettiva, non è un “altro” diviso da noi: è una porzione distinta di quell’ “organismo organizzato” comune che è la società. Può apparire diverso, seduttivo, intrigante, fascinoso, minaccioso, utile, amorevole e indifferente, in discontinuità rispetto a noi e alla nostra vita, ma in realtà è molto più omogeneo e funzionale alla nostra esistenza di quanto si creda. Proprio perché è un “altro”, ma nel senso di un “ulteriore uno”.

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L'articolo di Paolo D'Arpini

L'illusione dell'apparenza...